Sedotti a morte dal fascino del male

di Lilith

Sedotti a morte dal fascino del male

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Sedotti a morte dal fascino del male

di Lilith
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Minuscole gocce di luce forano il buio sulla scena di legno. Silenzio. Oscurità. Emerge un mucchio di corpi. Stesi, ammassati, ansimano come cani. Palpitano in una materia indistina.

Perentoria, una voce di donna trasfigurata di male annuncia vendetta. Irrompono suoni di guerra, come di tuono. Tamburi che picchiano e la luce si accende di sangue.

Seminudi, bellissimi, gli attori si animano, bestiali si scuotono. Si alzano, come ragni indietreggiano. Come creature mutanti galoppano, infestando lo spazio.

Chi assiste è rapito. Trascinato in un luogo ancestrale di oscure presenze. Una propiziatoria danza di demoni da l’incipit a “Orestea. Uno Studio” , adattamento della trilogia Eschilea.

Uno spettacolo dal fascino irresistibile, morboso, terribile. Paolo Zuccari, regista ed autore di numerosi lavori teatrali, ci propone un Eschilo sapientemente rivisitato, ammantato di thriller, percorso da un’atmosfera horror.

Il ritmo è sostenuto, la scena pulsa come in un film: il tutto condito da un avvolgente corredo musicale ( alcuni dei brani portano la firma di Olafur Arnalds).

Si intrecciano paura, morte, sangue. Crudeltà ed eros attraggono pericolosamente lo spettatore, talmente immerso da perdere la misura del tempo. Zuccari rende “agita” una tragedia che, nella versione classica, resta prevalentemente “raccontata”. Strumento principe di questa scelta è l’uso del corpo, il racconto della paura, degli echi di oltretomba, il richiamo all’erotismo.

Dodici ex allievi della scuola di recitazione Teatro Azione, nei rispettivi ruoli, assumono sembianze ferine.

Ognuno, con equilibrio e precisione da body-art, dipinge il proprio personaggio partendo dallo studio di un animale selvatico.

Isabella Tedesco veste i panni di Clitennestra, regina di Micene e sposa di Agamennone, suo re.  E’ delicata, bellissima, esperta nella messa in atto di un personaggio lacerato dal conflitto. E’ infatti mossa da sentimenti caldi di amore materno, dolore per Ifigenia, figlia brutalmente sacrificata. Nutre passione verso  Egisto, l’amante che solo in parte e per interesse la ricambia. E’ altresì determinata, spietata, intrisa di rancore ruggente verso il marito; sprezzante al riguardo di Elettra, la figlia ossessionata dalla figura paterna.

Trae così spunto da un felino regale, la tigre: affascinante, potente e solitaria. Una donna intimamente sola, dilaniata dagli incubi, ma complementare alle figure maschili che le ruotano attorno.

Gianfranco Pirrone , l’efferato Agamennone. Glaciale nei movimenti, nella pronuncia, così come nei colori delle sue vesti di guerra. Belluino, l’addome fasciato, ferito ma ugualmente tenace, eretto come un orso. Marmoreo e tribale. Da vita ad un uomo che farebbe terrore incontrare.

Conduce con sè la sciagurata Cassandra che, spaurita  come un gatto non ancora adulto, si fa preda delle sue stesse visioni. Una tormentata e bravissima Daniela Duchi incarna il delirio, la disperazione di presagire sventure reali e non esser creduta. La visione delle Erinni che, “ubriache di sangue” infestano la casa, la rende una professionista. Sarà avvelenata da Clitennestra, che si compiace sul suo cadavere: “Condivise con lui il letto e ora condivide la cuccia sulla nave dei morti”.

Assassinati su un talamo. Un piedistallo, palcoscenico nel palcoscenico per un folgorante monologo. Quello di Egisto, cugino di Agamennone, amante della sua sposa, assetato di rivalsa, di potere per il potere, infido, rettile, strisciante e mortale come un varano.

Emanuele Gabrieli ci regala una delle sue migliori interpretazioni. Sa insinuarsi, pretendere, manipolare la donna perché “ha  egli stesso un cuore di donna”. Rievocando l’infanticidio dei fratelli, il cannibalismo indotto con l’inganno, si infiamma, ma con estremo controllo. Padroneggia le sue grida, brilla di furore e attizza l’odio. Altero, attraente ma anche viscido, con eleganza e incedere fiero si presta abilmente a un ruolo difficile e ambiguo.

Accanto ai protagonisti si fanno notare i giovanissimi esordienti.

Luca Arseni ( Taltibio),  di impressionante bravura nel raccontare in termini attuali quella che, già anticamente, esisteva come sindrome da shock post traumatico. Fondamentali e di raccordo Roberto Di Marco, Fulvio Maura, Tiziano Ferracci e Zoe Zolferino.

Livia Massimi, eterea Elettra, fragile e spiritata come un gabbiano, venata di ossessioni, eccelsa nel raffigurare il dolore impotente.

Tommaso Lombardo, un Oreste inquieto, sgomento e labile come un cucciolo di cane atterrito. Trae fomento dalgli echi viscerali della terra: “Manda l’odio, che uccida chi ti uccise!”. Indugia, poi uccide, esegue la vendetta, rappresentando infine l’abisso del rimorso.

Rimorso pungolato, nutrito dall’Erinni Michela Giamboni, che spicca per competenza, efficacia interpretativa, attitudine terrificante. Un demone che incarna un consesso di demoni donne, assetate di sangue, per chi dei propri consaguinei “ha spanto il sangue”. Striscia, zampetta, soffia, grugnisce, latra, sibila. Catalizza la vista coi movimenti sinuosi, la voce da strega, dando foggia ai peggiori incubi umani. Una splendida pantera, inesorabile come la rovina.

Infine di nuovo le percussioni di morte, la luce come un profondo rosso. Una congrega di defunti affamati di carne umana. Il fascino del male che colpisce in tutta la sua bellezza.

Ci auguriamo che quest’opera miliare, resa sublime e divulgativa al tempo stesso dal sorprendente tocco di Zuccari, torni al più presto in scena.

A cura di Lilith Fiorillo.

Foto di scena di Fabio Gaigher

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