Scarpinato: “Il M5S difende la legalità”

Scarpinato: "I 5 Stelle sono gli unici
che difendono la legalità"

Intervista a Roberto Scarpinato, ex magistrato candidato con il M5S:
"Mi considero indipendente, ma solo il partito di Conte contrasta le mafie"

di Lorenzo Peraino
di Redazione The Freak

Scarpinato: “Il M5S difende la legalità”

Scarpinato: "I 5 Stelle sono gli unici
che difendono la legalità"

Scarpinato: "I 5 Stelle sono gli unici
che difendono la legalità"

di Lorenzo Peraino
di Redazione The Freak
Scarpinato

Scarpinato: “Il M5S difende la legalità”

Scarpinato: "I 5 Stelle sono gli unici
che difendono la legalità"

Intervista a Roberto Scarpinato, ex magistrato candidato con il M5S:
"Mi considero indipendente, ma solo il partito di Conte contrasta le mafie"

di Redazione The Freak
di Lorenzo Peraino
29 minuti di lettura

“Mi considero comunque un candidato indipendente, ma ho sposato i 5 Stelle perché il loro programma costituisce una perfetta declinazione dei valori della nostra Costituzione”. Roberto Scarpinato parla a The Freak. Candidato al Senato con il Movimento 5 Stelle, è un magistrato in pensione. E’ stato procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo.

Partirei da una domanda irriverente: ma chi glielo ha fatto fare? Perché candidarsi? Una persona con il suo curriculum non avrebbe problemi ad avere altri incarichi o anche entrare da tecnico in un governo tecnico…

“A seguito del mio pensionamento avevo in realtà un solo desiderio. Dopo più di trent’anni trascorsi sul fronte della prima linea dell’antimafia, segnati da lutti e da uno stress continuo, volevo riprendermi la vita, cioè riconquistare un tempo da dedicare a me stesso e ai miei affetti tanto a lungo trascurati. Non ambivo ad avere alcun incarico. Al massimo pensavo di scrivere libri e articoli. Inoltre la consapevolezza di essere sempre stato un “non allineato” e non “allineabile”, mi faceva escludere la possibilità di ricevere proposte da parte di partiti o di altre organizzazioni inserite nel sistema. Sono rimasto sorpreso quando il Presidente Conte mi ha telefonato per propormi la candidatura al Senato.

Ho chiesto tempo per pensarci, perché ero consapevole dell’impegno e dei sacrifici personali che avrebbe comportato un’eventuale elezione. Ho subito chiarito che in ogni caso mi sarei considerato un candidato indipendente perché l’indipendenza che aveva caratterizzato tutta la mia carriera di magistrato, mi è rimasta cucita nell’anima ed è per me una garanzia imprescindibile che la funzione pubblica venga esercitata nell’esclusivo interesse dei cittadini.

Ho letto attentamente il programma esteso del Movimento Cinque Stelle ed ho potuto constatare che costituisce una perfetta declinazione dei valori della nostra Costituzione e che si muove nella direzione di dare attuazione e di rilanciare il patto e il modello di società progettato dai nostri padri costituenti. Ho considerato che il Movimento Cinque Stelle è l’unico partito che ha messo a centro della sua campagna elettorale il contrasto alle mafie, alla corruzione e la difesa della legalità, temi ai quali ha coerentemente dedicato un fortissimo impegno nella trascorsa legislatura.

Alla fine ho deciso di accettare perché vari segnali indicano che siamo entrati da tempo in una fase recessiva della nostra democrazia e, come insegnavano gli antichi greci inventori della democrazia, soprattutto in tali fasi è un dovere primario di ogni cittadino occuparsi della politica, cioè della vita della Polis, perché se la Polis si ammala a causa della degenerazione oligarchica e autoritaria del potere, si ammalano anche le vite dei singoli ed è illusorio che esistano vie di salvezza individuali.

Quanto alla possibilità di optare per un ruolo di tecnico in un futuro governo, come ad esempio ministro della Giustizia, la lezione dell’esperienza dimostra che un ministro della Giustizia può operare efficacemente solo se ha alle spalle una solida maggioranza politica di cui è espressione, altrimenti è condannato all’impotenza, soprattutto in un settore come quello della giustizia che in Italia non è riducibile solo a neutre tematiche tecnico-giuridiche e a problemi di efficientamento, ma investe interessi politici macrosistemici.

In questo senso considero la Ministra della Giustizia Cartabia come orientata politicamente dietro l’apparenza della neutralità tecnica, avuto riguardo ad alcuni contenuti rilevanti delle riforme da lei promosse. A proposito degli interessi macrosistemici sottesi alla questione giustizia, mi limito a evidenziare, solo per fare un esempio emblematico, che in nessun paese del mondo si arriva al punto di rischiare una crisi di governo, come è accaduto in Italia, per una questione come quella della riforma della prescrizione che in tutti gli altri paesi riveste interesse solo per i tecnici del diritto.

I miei colleghi francesi e tedeschi non riuscivano a capire perché in Italia un simile tema fosse al centro di un così acceso scontro politico. Ho dovuto fare loro un breve riassunto della storia nazionale per spiegare che la vera posta in gioco era l’impunità che, tramite la prescrizione, era stata assicurata in passato a significativi settori delle classi dirigenti da sempre ostili al controllo di legalità nei confronti dei piani alti della piramide sociale”.

Ma la Magistratura è sotto attacco degli altri poteri oppure è (almeno in alcune sue componenti) un potere senza controllo e senza responsabilità che ha sconfinato dal suo ruolo ricoprendo funzione che alla stessa non spetterebbero? 

“Dalla fondazione dello Stato Unitario sino agli anni Settanta del secolo scorso non vi sono stati contrasti tra la politica e la magistratura. Tale armonia protrattasi per più di un secolo, era dovuta nel periodo della monarchia liberale e del Fascismo ad un ordinamento che sottoponeva il pubblico ministero alla direzione della politica, e al fatto che nei primi venti anni successivi alla nascita della Repubblica, la nuova Costituzione che garantiva l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, era rimasta in larga misura lettera morta.

I vertici degli uffici giudiziari si erano formati culturalmente nel periodo precostituzionale e, tranne poche eccezioni, mantenevano un atteggiamento di sostanziale sottomissione alle direttive politiche. Le circolari ministeriali venivano ritenute più cogenti della Costituzione. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta a causa della complessiva maturazione democratica del paese e del ricambio generazionale nella magistratura, la nuova Costituzione diventa diritto vivente. Cessa la lunga stagione dell’impunità dei potenti, iniziano i primi processi che coinvolgono personaggi ai vertici della piramide sociale e ha inizio la narrazione di Palazzo di una asserita guerra della magistratura contro la politica.

La storia della ostilità del Palazzo nei confronti di magistrati come Giovanni Falcone oggetto di campagne di delegittimazione, emarginato e ridotto all’impotenza dopo che aveva osato alzare il livello delle indagini oltre il livello della mafia militare, è emblematica e riassuntiva di mille altre storie similari, ignorate dal grande pubblico, sofferte da tanti magistrati che a causa della loro indipendenza e delle indagini svolte nei confronti di uomini potenti, hanno dovuto subire l’isolamento, procedimenti disciplinari ed altre vessazioni”.

Secondo lei il ruolo ed anche la procedura di nomina dei consiglieri all’interno del CSM andrebbero riformati?

“La mia opinione è che per restituire le correnti al loro ruolo di intellettuali collettivi e per evitare il pericolo di una loro degenerazione in gruppi di potere dediti ad una gestione clientelare delle nomine e delle carriere, privilegiando il criterio dell’appartenenza rispetto alla meritocrazia, occorre eliminare le cause di tale degenerazione che vanno individuate nelle riforme legislative che a far data dal 2006, dopo gli anni di Tangentopoli e Mafiopoli, hanno progressivamente esaltato sempre più la gerarchia e il carrierismo all’interno dell’ordine giudiziario.

Hanno creato una magistratura alta ed una bassa, hanno inoculato il virus dell’individualismo competitivo all’interno del corpo giudiziario, hanno ridotto il CSM ad un perenne concorsificio ed hanno trasformato la massa dei magistrati aventi una certa anzianità in perenni aspiranti a incarichi direttivi o semi-direttivi in concorrenza tra loro.

Si tratta di riforme che hanno fatto male alla magistratura e che tradiscono lo spirito e la ratio dell’articolo 107 comma 3 della Costituzione, norma costituzionale che nello statuire che i magistrati si distinguono tra loro solo per la diversità delle funzioni esercitate e non per gradi, pone la pietra angolare per la costruzione di una magistratura non verticale ma orizzontale come potere diffuso, nella consapevolezza che i pericoli per l’indipendenza del magistrato non derivano solo dall’esterno, ma anche dalla formazione di grumi di potere interno come quelli connessi alla gerarchia.

Come accennato, il legislatore ha tradito invece lo spirito della Costituzione costruendo passo dopo passo un modello di magistratura verticale che ha trovato la sua massima espressione nella esaltazione dei poteri di sovraordinazione attribuiti ai procuratori della repubblica, divenuti domini incontrastati dei loro uffici, e nel potenziamento dei poteri gerarchici dei capi degli uffici. La piramidalizzazione della magistratura espone inoltre la magistratura al pericolo di condizionamenti esterni perché controllando un vertice si può condizionare suo tramite l’intera struttura.

Non è un caso che la vicenda Palamara abbia messo in luce proprio gli occulti accordi tra cordate di potere di cui facevano parte anche politici, tra i quali taluni indagati, per pilotare le nomine di vertice di importanti uffici giudiziari. Quindi la direzione verso cui muoversi è esattamente contraria a quella della legislazione di questi anni.

Negli ultimi anni, sempre più magistrati ordinari e anche giudici amministrativi sono coinvolti in procedimenti penali per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni: è un segno che gli anticorpi del sistema funzionano; che vi è un decadimento morale nei ranghi della magistratura o che ci sia il “dente avvelenato” di qualche pm, segno di una guerra tra fazioni nella Magistratura e di un affievolimento dello spirito garantista?

“La lezione della storia dimostra che deviazioni individuali vi sono sempre state e sono inevitabili in un corpo composto da varie migliaia di persone. Solo che in passato gli anticorpi interni non funzionavano efficacemente per il prevalere dello spirito di casta in una magistratura che per lungo tempo è rimasta sostanzialmente monoculturale e integrata nell’establishment del potere.

Poi nel tempo, a seguito del processo di maturazione culturale al quale ho accennato nella precedente risposta, e dell’affermarsi della magistratura costituzionale, della magistratura cioè che ha profondamente introiettato i valori di indipendenza e di autonomia della Costituzione, gli anticorpi interni sono entrati in funzione.

Interessante a questo riguardo è, ad esempio, il fatto che i primi procedimenti a carico di magistrati accusati di collusione con la mafia siano contemporanei alla nascita e all’entrata in campo del pool antimafia di Palermo costituito dal dott. Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione, il quale diramò una circolare interna con la quale pretese che gli venissero segnalati i casi di magistrati che raccomandavano processi a carico di mafiosi, e fu proprio dopo tale circolare che fu instaurato uno dei primi processi a carico di magistrati collusi”.

Cosa pensa di una eventuale legge sulla legalizzazione delle droghe leggere? Potrebbe essere utile anche nella lotta alle mafie?

“Credo che un tema di tale portata debba essere deciso al livello di legislazione europea comunitaria per il carattere transnazionale della criminalità organizzata e per evitare ricadute negative in caso di legislazioni differenziate nei vari paesi”. 

In un periodo di crisi economica, oltre che energetica, quale è quello che stiamo attraversando, cosa ne pensa dell’energia nucleare?

“Il M5S si oppone al nucleare come mezzo di produzione dell’energia, ritenendolo un modello pericoloso, costoso e con controindicazioni importanti dal punto di vista ambientale, che non può avere spazio nella transizione energetica verde. Tuttavia, con un voto controverso il 6 luglio 2022 il Parlamento Europeo ha respinto la proposta di rigettare l’atto delegato della Commissione che includeva nella tassonomia degli investimenti verdi il gas e l’energia nucleare.

Pertanto, alcuni investimenti inerenti la produzione di energia attraverso il nucleare o il gas saranno definiti come sostenibili e potranno ricevere agevolazioni, favorendo quegli Stati che più di altri utilizzano il nucleare, come la Francia, o che basano il loro processo di transizione sul gas, come la Germania. 

Il M5S crede invece nella possibilità che l’idrogeno rappresenti il futuro: un cambiamento necessario nel paradigma energetico europeo che permetterà di avvicinarsi all’autonomia energetica privilegiando, al contempo, soluzioni sostenibili. In questo contesto va sottolineato come l’unico idrogeno a zero emissioni sia quello “verde”, la cui creazione è resa possibile attraverso l’utilizzo di energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili.

Nel programma del M5S si sostengono dunque i progetti volti a creare l’infrastruttura necessaria per la produzione in scala di idrogeno (elettrolizzatori) ma si insiste sulla necessità che questi investimenti siano rivolti al futuro, privilegiando dunque l’idrogeno verde e non altre forme di produzione dello stesso (come, ad esempio, l’idrogeno blu prodotto utilizzando il gas, quello grigio da fonti fossili, o il rosa dal nucleare).

Questi investimenti hanno la potenzialità di iniziare un circolo virtuoso che porterebbe all’installazione di sempre maggiori impianti di energia rinnovabile, a sua volta utilizzata per produrre idrogeno verde”. 

Potrebbe spiegare ad un 18enne al suo primo voto cosa è il Garantismo e cosa il Giustizialismo?

“Il garantismo è una corrente di pensiero che nasce nell’alveo delle dottrine illuministe del Settecento in opposizione alle pratiche in materia di giustizia delle monarchie assolute, caratterizzate dalla ferocia nelle punizioni, dalla vessazione nelle imputazioni, dalla arbitrarietà nelle decisioni. Muove da una visione della potestà di punire come potere bifronte: necessario per contrastare la violenza criminale dei delinquenti e per proteggere i diritti delle persone – in primo luogo la vita, l’integrità fisica, la libertà. Ma nello stesso tempo “terribile” (come lo definì Montesquieu) perché implica l’uso della violenza istituzionale dello Stato e quindi implica il rischio dello slittamento nell’abuso.

Proprio questo doppio volto del potere statale di punire impone di porre rigorosi limiti che garantiscano il cittadino da possibili abusi. Uno dei padri del garantismo penale è stato l’illuminista milanese Cesare Beccaria che nella famosa opera “Dei Delitti e delle pene” ne condensò i principi fondamentali. Per Beccaria il diritto di punire si giustifica solo nella misura strettamene necessaria alla difesa della società (non della morale, della religione, di una ideologia). E’ allo stato germinale l’idea di un “diritto penale minimo”, pietra angolare del moderno garantismo penale.

Altri principi fondamentali sono che le leggi non devono punire l’intenzione ma solo i comportamenti, che il potere di definire i reati e di fissare le pene compete solo al legislatore, che le leggi penali devono essere numericamente limitate, chiare e semplici in modo da evitare eccessivi spazi interpretativi del giudice, e devono essere non solo generali, ma anche ugualitarie, nel senso di trattare allo stesso modo “nobili e plebei”. Ed ancora che le pene devono essere proporzionate alla gravità dei reati e che il freno più efficace al proliferare dei delitti non è il rigore estremo delle pene minacciate quanto piuttosto l’infallibilità dell’applicazione delle pene previste.

La certezza del castigo benché moderato è più demotivante del timore di un altro più terribile, unito alla certezza dell’impunità. Nella sua opera Beccaria si occupa anche del processo penale proclamando la presunzione di innocenza ed enunciando principi quali l’obbligo di palesare l’accusa all’imputato, la contrarietà alle prove legali a effetto predeterminato come la confessione, allora spesso estorta con la tortura. I principi del garantismo trovano la loro massima e compiuta espressione con la nascita dello Stato costituzionale di diritto che subordina il potere statale al rispetto della legge, e il legislatore ordinario al rispetto della Costituzione, fonte suprema di garanzia dei diritti individuali. 

Uno dei più grandi teorici del garantismo in Italia è il filosofo del diritto Luigi Ferraioli autore di una opera monumentale su questo tema. 

Ferraioli  ha riassunto i principi generali del garantismo penale nei seguenti punti: Nessuna pena senza reato (principio di consequenzialità della pena al reato); Nessun crimine senza legge (principio di legalità); Nessuna legge penale senza necessità (principio di economia del diritto penale); Nessuna necessità di legge penale senza danno (principio dell’ offensività dell’evento); Nessun danno senza azione (principio di materialità o esteriorità dell’azione); Nessuna azione senza colpa (principio di colpevolezza o della responsabilità personale);

Nessuna colpa senza processo (principio di giurisdizionalità); Nessun processo senza accusa (principio della separazione tra giudice e accusa); Nessuna accusa senza prova (principio dell’onere della prova); Nessuna prova senza difesa (principio del contraddittorio); Garanzia dagli arresti arbitrari; Obbligo di immediata comunicazione dei motivi dell’arresto e celere presentazione al magistrato, perché possa eventualmente decidere la messa in libertà; Principio del contradditorio, diritto alla difesa e partecipazione del difensore a tutte le fasi del procedimento penale; Limitazione dei casi di carcerazione preventiva; Presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva; Condanna soltanto dopo l’acquisizione di prove della colpevolezza che superino ogni ragionevole dubbio.

Manca a mio parere in tale elencazione un principio che costituisce l’architrave che sostiene tutti gli altri, e cioè l’indipendenza e l’autonomia della magistratura da ogni potere esterno. In assenza di tale presupposto, tutti gli altri principi rischiano di essere svuotati o depotenziati.     

Ciò premesso, nei termini sopra esposti ogni cittadino sinceramente democratico e che abbia interiorizzato i valori della Costituzione, non può che condividere i principi fondamentali del garantismo.

Il problema è che negli ultimi trenta anni, a seguito della nascita e dell’azione della magistratura costituzionale che applicando in modo rigoroso il principio costituzionale dell’art 3 della Costituzione ha esercitato il controllo di legalità a 360 gradi, ha rotto la precedente tradizione della giustizia classista e ha sottoposto quindi a giudizio anche tanti esponenti della classe dirigente, si è verificata una indebita invasione del campo genuinamente garantista da parte di tanti falsi garantisti, cioè di settori del mondo del potere che si sono fatti strumentalmente scudo del garantismo per promuovere in realtà leggi finalizzate a garantire l’impunità dei potenti, per delegittimare la magistratura accusata di abusare dei suoi poteri per finalità di lotta politica, per ripristinare forme oblique di condizionamento politico della magistratura.

Il vero volto di questi falsi garantisti è emerso nella legislazione promossa nel periodo dei governi di centrodestra caratterizzati da un doppio binario e da un diritto disuguale.

Per un verso leggi di depenalizzazione, o di riduzione delle pene, o dei termini di prescrizione per i reati dei colletti bianchi, nonché una sequenza di norme ad personam e ad personas. Dall’altra contemporaneamente leggi talmente iper-repressive nei confronti della criminalità comune, dei reati delle fasce marginali (dai piccoli spacciatori agli immigrati, etc) da avere determinato una lunga sequenza di sentenze della Corte Costituzionale che ne hanno dichiarato l’incostituzionalità.

Un’altra cartina di tornasole di tale falso garantismo a corrente alternata è la doppiezza di atteggiamento di tanti suoi alfieri nei confronti degli imputati a seconda della loro estrazione sociale e della loro appartenenza politica: quando si tratta di potenti sono sempre innocenti anche dopo le condanne definitive e tutti vittime di persecuzioni giudiziarie, quando invece si tratta di cittadini senza potere non si esita a sbatterli in prima pagina e a presentarli come colpevoli invocando pene severissime prima ancora della sentenza di primo grado.

Quanto al concetto di giustizialismo nel linguaggio giornalistico e politico, indica l’atteggiamento di chi è propenso ad una giustizia sommaria, anche a scapito delle garanzie individuali del cittadino, o ad un uso improprio e ipertrofico del diritto penale come illusoria scorciatoia per risolvere complessi problemi sociali (quali ad esempio quelli della immigrazione clandestina, del piccolo spaccio, della illegalità di sussistenza etc) che richiederebbero, invece, la pianificazione e la messa in opera di politiche dirette ad incidere a monte sulle cause sociali della diffusione di alcune tipologie di reati”.

Alcune domande su temi etici: cosa ne pensa della parificazione totale tra matrimonio eterosessuale e omosessuale? Adozioni gay? E adozioni dei single?

“Tra tutti i Paesi dell’Europa occidentale, l’Italia è l’unico che ancora non ha esteso il matrimonio a tutte e tutti, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale dei coniugi. Ritengo che l’istituto delle unioni civili vada conservato ed esteso anche alle coppie di sesso diverso, contrariamente a quanto avviene oggi. La democraticità di un Paese si misura anche dalle possibilità di scelta che lo stesso offre ai propri cittadini, ed è ben possibile che coppie etero possano preferire questo tipo di unione al matrimonio tradizionale. 

Naturalmente, con l’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, vengono loro attributi anche tutti i diritti e i doveri oggi riservati alle coppie di sesso diverso in materia di adozione e di riconoscimento delle figlie e dei figli. Sempre in tema di figli, è necessario semplificare il processo di adozioni nazionali e internazionali, ad oggi farraginoso, frustrante e scoraggiante. La possibilità di adozione va poi estesa anche alle persone single e alle coppie dello stesso sesso, per le quali deve essere aperto l’accesso all’istituto del matrimonio laico e civile (matrimonio egualitario)”. 

Legge 194 IVG: mantenerla tale e quale o riformala? E se riformala come? 

“Credo che occorre garantire il pieno funzionamento e l’applicazione di una legge dello Stato. L’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza non può essere reso nella sostanza impossibile, come è attualmente, per via dell’elevatissimo numero di medici e personale medico obiettori di coscienza. La partecipazione ai concorsi pubblici deve riservare delle quote per medici e personale non obiettore, come è stato fatto già in alcune regioni del Paese”.

Lotta alle mafie: cosa c’è da fare? Quali sono le misure da adottare? E sempre in questo ambito, crede che la magistratura abbia delle colpe?

“In questa fase storica si registra una regressione ed una caduta di sensibilità nel contrasto alla mafia come dimostra tra l’altro il fragoroso silenzio su questo tema di tutti i partiti nel corso di questa campagna elettorale e nei programmi ad eccezione del Movimento Cinque Stelle. Inoltre è iniziato un processo di progressivo smantellamento di alcuni punti cardini della legislazione antimafia approvata dopo le stragi del 1992 e del 1993 che aveva consentito allo Stato di ottenere straordinari successi nel contrasto alle mafie.

Mi riferisco, ad esempio, alla normativa sul doppio binario e sull’ergastolo ostativo grazie alla quale si determinò il proliferare di collaboratori di giustizia già condannati all’ergastolo, come ad esempio Giuseppe Marchese, Gaspare Mutolo, Gaspare Spatuzza ed altri, i quali con le loro dichiarazioni consentirono di pervenire all’arresto di centinaia di mafiosi, di destabilizzare l’organizzazione mafiosa, di procedere alla identificazione e alla condanna degli autori delle stragi del 1992 e del 1993.

L’abolizione della normativa sull’ergastolo ostativo e la sostanziale equiparazione del trattamento riservato ai mafiosi irriducibili che si rifiutano di collaborare per restare fedeli al codice dell’omertà, a quelli che invece collaborano, è destinato a operare come fortemente demotivante per future collaborazioni di giustizia di rilievo. Inoltre la possibilità accordata ai mafiosi irriducibili di uscire dal carcere con la liberazione condizionale sul solo presupposto della prova della cessazione della loro pericolosità per l’avvenuta recisione dei legami con l’organizzazione, equivale a ritenere compatibile con l’avvenuta rieducazione il loro rifiuto di collaborare motivato con la fedeltà al codice mafioso dell’omertà.

Siamo dunque arrivati alla normalizzazione strisciante della cultura dell’omertà. Inoltre già si annunciano propositi di ridimensionamento di altre norme importantissime come il 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Nello stesso tempo autorevoli colletti bianchi condannati con sentenza definitiva per collusione con la mafia, sono tornati trionfalmente in campo da protagonisti della vita politica, assumendo un peso determinante nella scelta dei candidati a importanti cariche istituzionali.

E’ il caso di ricordare, a proposito della caduta di sensibilità collettiva sul tema dell’antimafia, che la prima versione della riforma Cartabia approvata all’unanimità dal consiglio dei Ministri prevedeva l’estinzione per improcedibilità dei processi di appello non definiti entro due anni anche per i reati di mafia puniti con pena diversa dall’ergastolo. Solo a seguito della levata di scudi di alcuni magistrati antimafia, tra cui il sottoscritto, e della mobilitazione della compagine parlamentare del Movimento Cinque Stelle, si è riusciti ad ottenere una deroga per questi reati.

Questo clima si basa sulla narrazione che essendo venuta meno la mafia stragista e violenta dei tempi di Riina sarebbe cessata l’emergenza mafiosa. Ormai, tranne poche eccezioni, la politica si occupa solo dei temi che hanno una immediata  redditività in termini di consenso elettorale. La mafia viene ritenuta un problema solo se pratica una violenza plateale e quindi diventa mediaticamente notiziabile. Le moderne mafie mature sono diventate silenti perché hanno capito che ciò che non esiste nei media è come se non esistesse nella realtà.

Le mafie mercatiste che offrono sul libero mercato beni e servizi illegali per i quali è esplosa una domanda di massa di normali cittadini (dagli stupefacenti al gioco illegale, alla produzione seriale di falsi griffati) e di operatori economici (dalla somministrazione di capitali, smaltimento illegale di rifiuti industriali, alla emissione di false fatture etc), fanno un uso chirurgico e minimale della violenza, preferendo stabilire rapporti collusivi con i territori. Le aristocrazie mafiose si sono ormai integrate nei piani alti della piramide sociale, mutuando i metodi predatori silenti tipici dei colletti bianchi.

Le mafie popolari continuano a godere di largo consenso nelle fasce più povere ed emarginate per le quali l’economia criminale diventa una specie di economia di sussistenza (interi gruppi familiari addetti allo spaccio di stupefacenti, alla vendita di sigarette di contrabbando, etc). G

li episodi di violenza posti in essere da mafie rampanti proiettate a consolidare il loro potere nei territori, oppure dovuti a scontri per la conquista di piazze di spaccio vengono relegate alle cronache locali e hanno una attenzione fugace ed episodica nei media nazionale. In gran parte della pubblica opinione, come risulta da un recente sondaggio commissionato da Libera, si va radicando un clima di rassegnazione alla normalizzazione della mafia. 

Immigrazione clandestina, secondo lei cosa è stato fatto di corretto in questi ultimi anni, in cosa si è sbagliato e cosa si potrebbe fare?

“Dinanzi a un fenomeno globale ed epocale come l’immigrazione, in continua crescita, è necessario intervenire su più livelli, avendo presente che si deve guardare non solo a valle ma anche a monte del fenomeno migratorio, lavorando per rimuovere le sue cause politiche e socioeconomiche nei Paesi d’origine e combattendo i trafficanti di esseri umani nei Paesi di transito.

In questa direzione occorre promuovere una politica di cooperazione, in ambito Ue, per favorire la stabilizzazione, la democratizzazione e lo sviluppo economico dei Paesi d’origine dei flussi in Africa (Libia, Tunisia, Egitto, Eritrea, Costa d’Avorio) e in Medioriente/Asia (Afghanistan, Siria, Bangladesh, Pakistan) allo scopo di garantire migliori di condizioni di vita alle popolazioni locali. Tale politica di cooperazione presuppone la cessazione di ogni relazione di sostegno a regimi non democratici, della vendita di armamenti che possano alimentare conflitti, di ogni politica di sfruttamento predatorio delle risorse economiche locali.

Ciò premesso, è assolutamente indifferibile una nuova politica europea sull’immigrazione che muova dal superamento dei Trattati di Dublino e quindi dell’inaccettabile principio del “Paese di primo approdo” che deve farsi carico dell’accoglienza. L’Italia non può più essere lasciata sola dall’Europa ad accogliere chi sbarca sulle coste europee della nostra penisola in fuga da guerre, persecuzioni, fame e povertà.

Non sono assolutamente sufficienti accordi di redistribuzione su base volontaria, tanto meno se limitati ai soli “soccorsi in mare” (escludendo quindi tutti coloro che sbarcano autonomamente) e ai soli “rifugiati” aventi diritto d’asilo – che quindi andrebbero prima identificati in Italia (escludendo così la maggioranza dei migranti, i cosiddetti “migranti economici”).

L’unica soluzione efficace è piuttosto un accordo europeo di redistribuzione generalizzata e immediata (per tutti i migranti in arrivo senza distinzione, non previa identificazione nel Paese di sbarco) e a carattere vincolante con la previsione di sanzioni per i Paesi che non rispettano le quote nazionali, stabilite in base a criteri di equa e sostenibile ripartizione. Quote che riguardano anche i migranti economici che ogni Paese può e ha interesse ad assorbire nel proprio mercato del lavoro.

La Commissione europea ha presentato il 23 settembre del 2020, il “Nuovo Patto sulla migrazione e sull’asilo”, la cui intenzione, con il richiamo dei principi di solidarietà e di equa condivisione degli oneri, è quella di promuovere una governance più forte ed integrata che renda la gestione degli arrivi più proporzionata, efficiente e sostenibile. Tuttavia a causa delle resistenze da parte di vari paesi europei siamo ancora in una situazione di sostanziale stallo. Il nuovo governo dovrà riprendere con forza le trattative”. 

Se per ipotesi il suo partito ottenesse la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento e lei venisse nominato Ministro della Giustizia, quali sarebbero le sue tre priorità?

“Poiché il Movimento Cinque Stelle non avrà mai tale maggioranza, posso permettermi di elencare un libro dei sogni con più di tre proposte. 

Mi limito ad accennarne alcune. Una legge sul conflitto di interessi ed una sul lobbyng. La mancanza di regole in tali settori cruciali costituisce un varco aperto per l’indebita ed occulta interferenza di interessi di gruppi di potere nei processi decisionali della sfera pubblica, nonché un habitat ideale per la proliferazione della corruzione, dell’abuso di potere e del traffico di influenze.

La riforma della Legge Anselmi del 25 gennaio 1982 sulle associazioni segrete, che alla luce della esperienza si è rivelata inefficace per la formulazione della fattispecie penale, per la tenuità delle pene e per l’impossibilità di utilizzare le intercettazioni, a contrastare il gravissimo fenomeno delle logge massoniche deviate, divenute luoghi privilegiati di occulti matrimoni di interessi tra comitati di affari e clan mafiosi. 

La creazione di una nuova fattispecie penale finalizzata a contrastare la proliferazione dei c.d. “sistemi criminali” o “comitati crimino-affaristici”, una nuova soggettività criminale complessa il cui protagonismo è emerso nell’ultimo trentennio e che per le sue caratteristiche innovative non è pienamente inquadrabile nel reato di associazione a delinquere semplice e in quello di associazione a delinquere mafiosa.

Una seria depenalizzazione dei reati minori e bagatellari per consentire alla Procure della Repubblica di concentrare le risorse nella definizione dei reati rilevanti e, contemporaneamente, un piano straordinario di potenziamento con procedura di urgenza degli organici della magistratura in modo da garantire una piena e costante proporzione tra magistrati in servizio e numero di procedimenti, assicurando così il rispetto del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale posto a garanzia del principio di uguale trattamento di ogni cittadino dinanzi alla legge e fondamento dell’indipendenza del Pubblico Ministero, come ha sancito ripetutamente la Corte Costituzionale. 

Una riforma delle norme sui trasferimenti dei magistrati diretta a prolungarne la permanenza negli uffici di destinazione dagli attuali tre anni a cinque anni al fine di evitare i continui turn-over che contribuiscono a creare vuoti negli organici e squilibri nei carichi, nonché l’introduzione di norme dirette a velocizzare al massimo la definizione dei trasferimenti, per evitare intervalli temporali nella copertura dei posti resisi vacanti.

Una riforma complessiva della prescrizione diretta a distinguere la prescrizione dei reati da quella del processo. Si tratta di due istituti aventi una ratio completamente diversa. La prima si fonda sul sopravvenuto disinteresse dello Stato all’accertamento del reato a causa del decorso del tempo La seconda si fonda invece sul dovere dello Stato di garantire la definizione del processo entro tempi ragionevoli.

L’attuale disciplina prevede invece prima l’ibridazione di tali due istituti per tutta la fase processuale che dura sino alla sentenza di primo grado. La prescrizione decorre infatti dalla data della consumazione del reato e si protrae anche dopo che lo Stato ha richiesto il rinvio a giudizio manifestando così inequivocabilmente l’interesse all’accertamento del reato in sede giudiziale. Nella fase di appello è previsto poi l’irrazionale transito ad una prescrizione solo processuale con l’estinzione del processo per la mancata definizione in appello in due anni. 

Si è creato così una sorta di Frankestein processuale fonte di gravi disfunzioni. Le Procure sono costrette a gestire un numero molto elevato di procedimenti concernenti reati destinati alla prescrizione perché accertati dopo alcuni anni dalla loro consumazione e quindi con un tempo residuo utile troppo breve per la definizione con la sentenza di primo grado.

Gli imputati essendo consapevoli di potere usufruire della prescrizione, non sono disponibili a definire i procedimenti con riti alternativi. Si determina così un enorme e infruttuoso spreco di tempo e di risorse in tutta la fase processuale antecedente alla sentenza di primo grado. In appello i processi sono destinati poi ad estinguersi in buona misura per fattori esogeni non gestibili dalla magistratura, quali la sproporzione tra organici e numero dei processi da definire, frutto di decisioni politiche a monte sulla distribuzione delle risorse, con grave delegittimazione della credibilità di uno Stato che normalizza la denegata giustizia.  

La riforma del processo penale finalizzata ad eliminare tutti i punti nei quali si verificano stasi temporali che allungano i tempi processuali non giustificati alla luce di una razionale analisi costi/benefici. Faccio riferimento, per esempio alla fase dell’udienza preliminare c.d. filtro che si è dimostrata una vera strozzatura del processo che si pone tra la chiusura delle indagini e l’inizio del giudizio, e che soprattutto nei processi complessi allontana anche di anni l’inizio dei dibattimenti, favorendo il maturare della prescrizione.

Nell’80% dei casi le richieste dei PM vengono accolte, mentre il residuo 20% è costituito da sentenze di non luogo a procedere in tanti casi annullate dalla Cassazione. 

L’abrogazione di tutte le norme introdotte dalla c.d. riforma Cartabia che per un verso non sono affatto utili a garantire il diritto dei cittadini ad una giustizia celere ed efficiente e, per altro verso, sono invece utili a condizionare l’indipendenza della magistratura, alterando l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri previsti dalla Costituzione. A questo riguardo ritengo fondamentale abrogare la norma introdotta dalla Riforma che attribuisce al Parlamento il potere di definire criteri generali di priorità delle indagini, in quanto questi non hanno valenza puramente organizzativa, ma sono destinati a vincolare il Pubblico ministero, incidendo sulle sue scelte procedimentali, tanto nella fase delle indagini, quanto al momento dell’esercizio dell’azione penale.

Il Consiglio superiore della magistratura si era espresso in modo decisamente critico sul tema, evidenziandone il “possibile contrasto con l’attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato”. L’individuazione dei criteri di priorità è destinato, infatti, inevitabilmente a rispecchiare gli orientamenti delle maggioranze politiche del momento, determinando un surrettizio controllo della politica sulla magistratura, e ponendosi in conflitto con i principi costituzionali, in particolare, sia con l’art. 104, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, sia con l’art. 112, che sancisce che il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale per tutti i procedimenti, senza alcuna discrezionalità, in attuazione al principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, sancito dall’art. 3 della Carta Costituzionale.

L’individuazione da parte delle maggioranze politiche di criteri di priorità si risolve in un aprioristico diniego di giustizia per i procedimenti che, non rientrando nelle fasce prioritarie, sono destinati alla prescrizione, minando la fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di assolvere al compito fondamentale di assicurare il rispetto della legalità e la tutela dei diritti.

In sostanza, il meccanismo della prescrizione viene utilizzato come occulto e mirato fattore di deflazione del carico degli uffici giudiziari, in assenza della volontà politica di potenziare gli organici della magistratura e di procedere ad una seria depenalizzazione. In linea con la ferma volontà di garantire il rispetto della separazione dei poteri e dell’autonomia della magistratura, ritengo poi necessario abrogare la norma prevista nella Riforma dell’ordinamento giudiziario e del CSM promossa dalla ministra Cartabia che attribuisce al ministro della giustizia il potere di formulare osservazioni sui progetti organizzativi delle procure della Repubblica.

Tale potere, infatti, è destinato ad incidere sulle scelte procedimentali del Pubblico ministero, travalicando le competenze attribuite espressamente al ministro della giustizia dall’art. 110 della Costituzione, limitate all’organizzazione e al funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

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