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Prendete un libro di Storia. Apritelo. Scorretelo fino a quei capitoli nei quali un personaggio viene giustiziato, sia esso Luigi XVI o Damiens. Prendete un film, l’Ultimo Inquisitore, ad esempio. Scorrete avanti fino alla fine, quando l’antagonista viene garrotato. In qualunque dipinto, incisione, affresco, fotografia che tratti di giustizia, troverete due costanti: la condanna e la folla. Parliamo della prima. “Giustiziato” è un participio passato che unisce giustizia e punizione, come se l’una fosse un precipitato dell’altra: giustizia è fatta solo quando si condanna, prescrive il senso comune. Senso comune, sbagliato, errato, che viene alimentato in primis da alcuni esponenti della magistratura, secondo i quali l’assoluzione è solo uno scampare – un “farla franca” – dalla scure di Mastro Titta, boia di Trastevere. “Non ci sono prove a sostegno dell’accusa” per la gente significa “il fatto è successo ma non si può dimostrare”, non invece che “non ci sono prove perché il fatto non è successo”. Questo sentire bieco, che sa di Inquisizione, è fomentato anche dalla Stampa, quella stessa Stampa il cui fino dovrebbe essere informare e fornire strumenti per farsi un’idea. Ma, si sa, questa è operazione che non paga, perché la massa adora il sangue, da sempre, e la notizia non è una assoluzione, certo che no, la notizia deve esalare l’odore delle muffe dell’Ucciardone, il lettore deve sentire il tintinnio delle manette e lo scatto d’una serratura. Grand Guignol era il nome quel teatro parigino dove venivano rappresentati omicidi, torture, violenze: inutile dire che registrava il tutto esaurito ogni sera.
Ma una cosa è il palcoscenico, altra cosa è la vita reale. Il problema è quando queste due dimensioni finiscono per coincidere. Allora lì dovrebbe intervenire l’azione della Stampa: che non deve fare apologia ma… informare, seriamente. Chiedersi il perché e il come, approfondire, insinuare dubbi sia sulle condanne sia sulle assoluzioni sia sulle prescrizioni; far sì, in altre parole, che il lettore – che poi è l’opinione pubblica – si interroghi, piuttosto che spari sentenze per le quali, poi, è costretta spesso a chiedere scusa. È accaduto col povero Dreyfus, con Enzo Tortora, ma anche con l’alcamese Giuseppe Gulotta: una vita in carcere per poi essere assolto, compatito, osannato… dopo ventidue anni bruciati tra le sbarre di una casa di reclusione.
Una volta ho letto, su internet, la frase di un blogger che disse: “E tutti stanno lì a dire: «Bravi, se lo meritano, aumentate i controlli, alzate le pene, io non ho nulla da temere perché sono un ometto onesto». Brutta testa di cazzo che tutto questo te lo ritroverai fuori dallo stadio, per strada, dentro casa tua. Brutta testa di cazzo che ti senti al sicuro perché sei «onesto». Tanto poi tua moglie sparisce, scoprono che andavi a puttane e ti ritrovi tre mesi in prima serata a Quarto Grado con la Palombelli che dice che sei un assassino ed ogni frammento della tua intimità dato in pasto ad un pubblico di stronzi (come te) che se ne sta a tavola a mangiare la pizza e invocare ergastoli. O ti sbattono in galera 15 anni e ti rilasciano con una pacca sulla spalla quando scoprono che sei innocente”. In queste semplici e dirette parole sono condensate intere biblioteche di procedura penale.
Ma alla folla non interessa, la folla vuole un colpevole: la folla, composta da casalinghe che non aspettano altro che qualcuno pesti il loro piccolo prato curato per potergli scaricare addosso sei colpi di rivoltella, non capisce e non vuole capire. La folla vuole solo un soggetto su cui riversare rabbia, odio, frustrazione. E alla folla non importa se quel soggetto è colpevole o innocente, no: la folla vuole soltanto un eretico, vestito con un ridicolo cappello a forma di cono, da dileggiare e su cui sputare mentre lo si conduce all’autodafé, al supplizio. Niente pietà sul momento, e l’abbiamo visto sia nei quadri di Goya sia in Malena. Sfogata la rabbia, subentra un senso di pietà: “mischino”, poi dicono, dopo aver distrutto, prima ancora di un giudizio, la vita del malcapitato. E meglio ancora, molto meglio, se il Mostro proviene da un ambiente diverso da quello cui si appartiene; è rassicurante e, in un certo senso, livella chi – per meriti o altro – s’è in qualche modo innalzato. E se le cose non vanno secondo le aspettative, allora questa responsabilità qualcuno se la deve pur piangere: da qui il fiorire di ipotesi di complotto, di malagiustizia, di malaffare. E allora, che succede? Succede che gente che non saprebbe nemmeno unire i puntini della Settimana Enigmistica si riscopre detective, lambicca teoremi, lancia accuse, compone mosaici su indizi. Ma non sanno, a loro non importa se queste ipotesi che contengono affermazioni sono una freccia in più scoccata sul corpo di un San Sebastiano inerme, che non può difendersi – perché non ne ha le forze – dalla valanga di fango che lo travolge. Dalla quale poi magari uscirà pulito, di fronte ad un Giudice che se condanna è un eroe, ma che se assolve fa intrallazzi.
E la responsabilità di chi è? Di tutti, dunque di nessuno: la folla non ha forma e non ha capi, e l’urlo di uno svanisce nel vociare collettivo. “Sei stato tu?”, “No, io ero lì per guardare”. “Sei stato tu a puntare il dito?”, “Ma lo facevano tutti!”. E’ il branco che obbedisce agli stessi canoni che regolano il bullismo e i sassi dal cavalcavia. Accusare sì, ma nessuna responsabilità perché “così fan tutti”. Inutile sottolineare che ciò che prima accadeva in piazza, ora accade su Facebook e su Twitter.
Noi non partecipiamo a questa fiera della forca, né vi lucriamo sopra: da questo punto di vista, la Stampa non è un prodotto come gli altri perché non deve necessariamente suscitare un piacere. Deve informare. E a questo noi siamo tenuti: a riportare, in scienza e coscienza, quella che è la nostra idea di Verità.

di Riccardo Rubino, all rigths reserved

Sbatti il Mostro in prima pagina ultima modifica: 2017-06-24T09:13:45+00:00 da Riccardo Rubino
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