SanPa: una serie
che fa discutere

"SanPa": la docuserie di Netflix
che fa discutere

Luci e ombre sulla comunità di San Patrignano creata da Vincenzo Muccioli
e oggi raccontata con una serie tv da 5 episodi

di Cristina de Palma

SanPa: una serie
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"SanPa": la docuserie di Netflix
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"SanPa": la docuserie di Netflix
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di Cristina de Palma
SanPa

SanPa: una serie
che fa discutere

"SanPa": la docuserie di Netflix
che fa discutere

Luci e ombre sulla comunità di San Patrignano creata da Vincenzo Muccioli
e oggi raccontata con una serie tv da 5 episodi

di Cristina de Palma
4 minuti di lettura

Se non avete visto “SanPa”, la nuova docuserie di Netflix, eccone un assaggio. Se l’avete vista invece eccone un commento.

“Le scimmie” così venivano chiamate le persone che mostravano i primi segni di assuefazione da eroina.  Siamo all’inizio degli anni ‘70, solo due anni prima il mondo girava intorno alla generazione dei fiori, agli hippies in una realtà superba dove tutto era concesso, sia a livello comunicativo che sessuale. Anni di libertà estrema dove i giovani si scoprivano ribelli e capivano di non aver limiti. 

Poi arrivano gli anni di piombo, più cupi, più violenti dove i ragazzi iniziano a perdere i punti di riferimenti, iniziano a perdersi. E trovare la droga diventa sempre più veloce e facile. Fumo per lo più, ma poi arriva sul mercato lei: l’eroina. Un nome, un destino perché diventa la regina indiscussa di quegli anni.  

L’eroina è da sempre considerata la droga più democratica del secolo. In fila per le dosi comunisti, fascisti, ricchi e poveri erano fianco a fianco. Non c’erano distinzioni. Inizia così SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano, la nuova docu-serie di Netflix incentrata sulla comunità di recupero che Vincenzo Muccioli fondò nel 1978 per aiutare i tossicodipendenti ad uscire dal tunnel delle droghe. Un tunnel dove all’ingresso i genitori disperati lasciavano i propri figli con la speranza di salvarli da una morte quasi certa. 

Nel 1978, l’Italia perbenista scopre i primi effetti delle droghe sui propri figli. Arrivano gli zombie, ovvero i giovani drogati, ciondolanti nelle vie delle grandi città o riversi senza vita sulle panchine dei parchi dopo una dose di troppo. L’eroina inizia ad entrare in modo insidioso nella vita di tutti i giorni, si compra con poche lire e crea una rapida dipendenza. 

Come racconta un ex tossicodipendente intervistato: “Quando prendi l’eroina, ti basta quella per essere felice. Non hai bisogno di altro, sei completo”. E ancora:“Per il tossicodipendente, la droga è vita, non basta disintossicarlo per farlo rinascere, bisogna costruire un mondo alternativo che possa attirare più dell’eroina”. 

Verso la fine degli anni ‘70, iniziano quindi a crearsi le prime comunità di recupero. Sono artigianali, tutte alle prime armi. E nel 1978 arriva Vincenzo Muccioli con San Patrignano, un piccolo podere che si trova nel comune di Coriano, sulle colline di Rimini

All’apparenza è una comunità allegra, spensierata dove i ragazzi non vengono mai lasciati soli. Ma per anni questa struttura, così libera e forte, è stata al centro di importanti controversie, legate alla sua rapida crescita e ai metodi violenti che Muccioli usava spesso per calmare la rabbia dei suoi ragazzi. E uno degli interrogativi che fa da fil rouge al racconto è: “Per fare del bene, si può usare qualsiasi metodo? C’è un limite che non bisogna mai oltrepassare?”.  

Nella sua prima intervista televisiva, Muccioli dichiara che non ci sono medici o terapie specifiche all’interno della struttura: “Noi forniamo l’unica arma che può aiutare questi giovani: l’amore”. Siamo lontani dagli ospedali o dai SerT dove i tossicodipendenti erano legati su una barella e veniva loro somministrato del metadone come unica ed ultima cura prima della fine. 

Il documentario di Netflix getta però un’ombra sulla figura di Muccioli. In molti, per anni, si sono chiesti se fosse davvero un santo, un santone o semplicemente un truffatore

La serie, composta da 5 episodi i cui titoli sono Nascita, Crescita, Fama, Declino e Caduta, copre un arco temporale di circa 15 anni (finisce nel 1995, anno della morte del suo fondatore) e fornisce racconti puri, alcuni da brividi. Attraverso moltissime immagini di repertorio, lo spettatore è immerso nel mondo di allora. Oltre alle testimonianze di familiari ed ex tossicodipendenti troviamo anche i ricordi di molti personaggi illustri, quali Indro Montanelli, Paolo Villaggio (che pregò Muccioli di ospitare suo figlio Pierfrancesco che lottava da anni contro la tossicodipendenza), Enzo Biagi, Maurizio Costanzo o Red Ronnie, solo per citarne alcuni. 

SanPa, ideato da Gianluca Neri assieme a Paolo Bernardelli e Carlo Giuseppe Gabardini e diretto da Cosima Spender, può essere considerato un esperimento sociale riuscito? Ai posteri l’ardua sentenza, ma sicuramente ha il merito di far conoscere un periodo storico italiano importante che per molti, oggi, è un ricordo lontano, spesso immaginato  e vissuto attraverso i racconti dei parenti.  

Una bella sorpresa tutta italiana che rischia di sbancare anche all’estero, finalmente. 

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