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Recensione – L’arte di essere fragili, Alessandro D’Avenia (Mondadori)

 

A spiegarla, la poesia, perde il suo mistero. Scema la magia, come fosse una bacchetta magica difettosa. Alessandro D’Avenia non ostruisce il messaggio del poeta Leopardi con una retorica inutile, melensa e gratuita; anzi, prega i lettori di non confondere il suo L’arte di essere fragili, edito da Mondadori, per una mera opera di critica letteraria: questo lungo epistolario con uno dei maggior poeti della Letteratura italiana è un’accorata richiesta di restituire passione all’insegnamento e di comprenderne il ruolo imprescindibile per lo sviluppo di individui sociali sani e fragili. Sani e fragili: potrebbe suonare come un’antinomia; viceversa, è l’ambizione senza inganno: si è sani quando si accoglie la propria fragilità e se ne fa un’arte.

larte-di-essere-fragile, d'avenia

Ingabbiato soltanto come “il pessimista”, nessuno ha più acceso i riflettori sulla parola “poeta”: Giacomo Leopardi cantava la vita e la vita a volte ha sguardo truce e severo. Liquidato come sfortunato, infelice, sventurato, egli ha colto più di ogni altro la verità di ciascuno di noi e l’ha declinata nei più bei versi mai scritti. Battuto dai dolori impietosi che colpirono persino la vista, tanto da costringere Giacomo a dettare gli ultimi versi all’amico Antonio Ranieri, la sua poetica custodisce messaggi d’amore, solidarietà e speranza – oggi tanto necessari – che si mescolano ai fili d’erba come gramigna nel vasto prato dell’esistenza umana: infestano, hanno radici forti, attecchiscono su qualsiasi terreno, sottraggono ossigeno all’indifferenza e all’odio, le due vere bestie di cui siamo prede in natura.

La Letteratura è bella, lasciatemelo dire. È bella perché ripara: “è dei poeti riparare – cito dal testo – cosa tutt’altro che comoda, così come lo è delle persone e dei mestieri pazienti. Per loro è evidente che non si creano le cose dal nulla, ma che vanno custodite e coltivate, rimesse a nuovo.” Con il tempo impariamo a riparare noi stessi e dunque in noi abita il poeta. Tuttavia negli ultimi anni mostrarsi fragili pare sia diventato un disonore. Ricordo gli anni adolescenziali, e questi ultimi, in cui i versi mi sono venuti in soccorso rivelandomi la verità delle cose pur nella loro ambigua complessità: “Da insegnante e da scrittore, sono chiamato a custodire, curare, riparare alunni e parole, proprio perché sono preziosamente fragili.” Lettera dopo lettera D’Avenia racconta il suo mestiere di insegnante, lo sguardo vigile su ogni seme, che per sbocciare dovrà superare il primo inverno aspro e spietato: l’adolescenza. Ma chi più di Giacomo Leopardi ha raccontato i drammi, i vuoti, i salti, gli entusiasmi della grande trasformazione? Chi più di lui ha descritto il buio dell’incomprensione, della solitudine, della sofferenza, della malattia? Chi più di lui è stato ed è vicino ai ragazzi di ogni tempo, specchiandosi negli stessi occhi confusi e impauriti? Perché allontanare i ragazzi da questa visione preziosa secondo la quale la vita è fatta di buio per vedere le stelle e di luce per godere del sole, senza omettere l’uno e l’altra, il dolore e la gioia, la morte e la vita? Per decenni gli insegnanti si sono fermati alla schiena curva dell’autore de L’infinito senza entrare nel verso e donarlo con la dovuta comprensione a schiere di allievi devastati da famiglie infuocate da tensioni, litigi, contrasti, dissapori. “Spaccare il guscio e lasciare che ogni fiore sia, questo è il compito di ogni maestro.” Spaccate i gusci, andate al di là, navigate oltre le rime. Ed è la scuola il luogo per spaccare i gusci, per seminare, riparare, sfrondare, rinascere. Accade spesso il contrario, ovvero che la scuola diventi il luogo del guscio per eccellenza attorno cui sappiamo bene come costruire muri nell’età adulta. E rischiamo così che il fiore muoia e il pianeta inaridisca.

l'arte di essere fragili, leopardi

“Sogno una scuola in cui la letteratura valga più della storia della letteratura, leggere più del dover leggere, la parola più del programma.” Approvo e applaudo. Ho come l’impressione che persino la scuola sia vittima del “presto” e del consumo. Non si può consumare la poesia, non si può fare presto mentre si legge o si spiega. Bisogna fermarsi, comprendere, riflettere, approfondire, ragionare. La scuola deve insegnare a vivere, non a omologarsi: a questo pensano già i mass media. “La letteratura è custode di questo fuoco costante, è il racconto che consente di realizzare il nostro compito, anche quando abbiamo dimenticato tutto e ci sentiamo smarriti.” La questione non è Leopardi, la questione è tornare a insegnare Leopardi con la passione che gli è dovuta, quella passione che brucia e marchia a fuoco per la vita. D’Avenia scrive: “Sono le cose inutili, come i sogni, come la letteratura, che dobbiamo salvare, soprattutto a scuola”. Ci è stato dato il dono di esistere, vivere è un atto di responsabilità. Insegnare richiede lo stesso impegno, poiché deve mantenere issata la vela della conoscenza e della fiducia in un mondo migliore.

Questo è il fulcro dell’opera e qui torna più volte lo scrittore, che parla ai ragazzi, affinché imparino a fare della propria fragilità, dei propri buchi, il volto sano di se stessi, e parla ai docenti, affinché risveglino il desiderio di foggiare ogni studente con amore e lealtà, come fosse qualcosa che appartiene loro. La scuola non può salvare senza passione. Rispondere con altrettanti dubbi alle domande della vita e comprendere qual è il nostro ruolo è il vero compito in classe da svolgere con dedizione e coscienza. Dirsi a gran voce che bisogna ripartire dalle aule per una società migliore – ho sempre amato quell’ora, scarsa e rubata, di educazione civica – non è sufficiente se il ruolo del docente è svilito agli occhi degli alunni e se gli allievi vengono privati della loro personalità. Non è sufficiente se si interpreta la scuola come un ricovero per adolescenti e genitori, anziché una baita in cui imparare a godere delle vette più alte e da queste trarre ispirazione. Attraverso il giovane Leopardi D’Avenia porta tra le pagine la sua esperienza di insegnante di Lettere, senza dubbio da esempio. Quel che può apparire un restauro della poetica leopardiana è invece una profonda riflessione sull’insegnamento, un mestiere cui è stata più volte messa la minigonna e gettato in mezzo a una strada. Non soltanto: è un’acuta osservazione dei giorni durissimi dell’adolescenza con la quale D’Avenia, professore e scrittore, ha saputo costruire ponti di versi e pagine.L'arte di essere fragili, copertina

L’arte di essere fragili è un amabile dialogo: tra adulto e adulto, tra adulto e ragazzo, tra la realtà del Sé e la finzione della maschera. Uno dei ritratti più vivi di Leopardi, un omaggio autentico – e per questa ragione popolare, compreso ai più – che fino a oggi la Letteratura non ha saputo fare, chiudendo Giacomo, per l’ennesima volta, in una biblioteca. E lui invece desiderava parlare a tutti. Agli adulti in fuga dal proprio destino, a quelli boicottati dalla vita, a quelli rotti, a quelli braccati. Il poeta si rivolgeva e si rivolge a tutti quei giovani mai ascoltati con le orecchie, mai sentiti con il cuore, come lui. Per questa ragione, l’amato saggio-epistolario è per i ragazzi e per i genitori, per gli allievi e per i docenti. “Creare è sinonimo di amare.” Parole dell’autore, ed è forse questo il basamento di ogni principio o insegnamento. Se vogliamo ragazzi in vita, non soggetti di Natura ma protagonisti di Storia, insegnare ad amare è tutto ciò che dobbiamo fare. Amare è l’unica istruzione. Ha un “che” di francescano la poesia di Leopardi e su questo appunto, che sento veritiero, mi trovo d’accordo, perché tutto intorno a noi – dal cinguettio sui rami denudati dall’inverno all’acqua fresca dei fiumi, sino alla luna che veglia con pace eterna – si fa poesia agli occhi delle anime gentili e tormentate. Dobbiamo ripararci, ha ragione Alessandro D’Avenia. Tutti nasciamo con quel terribile difetto, citando Tiziano Terzani, della mortalità e ciò ci rende fragili e sani, umili e fortissimi, come una ginestra.

di Federica Piacentini, all rights reserved

Sani e fragili, un’ambizione senza inganno ultima modifica: 2017-04-28T10:48:01+00:00 da Federica Piacentini
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A proposito dell'autore

Sono un editor e una scrittrice. Nata a Gaeta, vivo a New York. Mi occupo di autori e curo i loro testi. Sono sopravvissuta alla noia dell’asilo, agli anni del liceo classico, ai cinque di università e ai due di master (Luiss Writing School): una lunga battaglia per la cultura. Leggo molto, parlo poco. Gestisco un blog, Metro-post. Rapide fermate di lettura; ho collaborato con Cooper Editore, la società di comunicazione “Banda Larga”, la rivista “Internazionale” per il festival “Internazionale a Ferrara”. Sono autrice della raccolta di racconti Nel mare dell’Essere, introdotti da Emanuela E. Abbadessa (Capo Scirocco, Rizzoli). Un giorno senza leggere è, of course, inutile. (www.federicapiacentini.com)

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