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Quando arriva l’estate, mi sento sempre un po’ in crisi.
E’ il classico periodo dell’anno in cui tutti sembrano felici.
E, per carità, lo sono anche io: essere in procinto di un po’ di riposo mi fa sentire bene. Figuriamoci.
Ma spesso si dimentica che non siamo esserini monodimensionali, che spesso non ci troviamo a provare una ed una sola emozione.
Anzi, il più delle volte ne proviamo più di una, forse due contemporaneamente. E, ironia della sorte, capita che quelle due siano addirittura in contrasto. Lo dice la mia analista, me lo dice quando piango perchè mi sento confusa. Lo dice il mio animo, me lo dice quando cerco di trovare una congruenza e invece una congruenza emotiva tra un amore profondo e un odio mordente, non esiste. Essi convivono. Che ci piaccia o meno.
E così, quando arriva l’estate, a me capita di entrare in crisi.
Come con il Natale, come con altri momenti dell’anno, che forse hanno la comunanza di essere momenti di separazione, momenti di saluto, momenti in cui ci si avvicina al riposo e al mare, ma ci si allontana da alcuni affetti a da certi luoghi per avvicinarci ad altri, di affetti. E ad altri, di luoghi. Tutti fonte di benessere, felicità e contemporaneamente conflitto. Sia che ci allontaniamo da casa, sia che a casa ci torniamo. Insomma, se è vero che gli altri ci appartengono e dopo un po’ vanno a costituire delle vere e proprie regioni interne, allora significa che allontanarsi dai posti significa anche allontanarsi dai nostri affetti più profondi.
Quando mi trovo in procinto delle vacanze, mi sento sempre un po’ triste.
Le cene, gli aperitivi, i caffè di saluto, le frasi “allora ci salutiamo?“, “allora non ci vediamo per un po’” mi creano uno strano magone collocato tra la bocca e lo stomaco, mi si ferma la deglutizione e posso solo ritrovarmi a salutare meccanicamente i miei interlocutori, i miei amici che ritroverò a settembre. Quando me ne vado dalla cena di turno, riesco solo a mettermi una playlist da nostalgia canaglia sul motorino e provare a fare un pianto liberatorio al semaforo rosso di Piazza dell’Emporio, che quello dura tanto ed è tarato sui miei mini-pianti di sfogo da 46 secondi al netto dell’asciugamento.
Credo di essere una persona abbastanza vitale (oddio, mi sento che mi sto autocelebrando tipo quelli che dicono di essere persone solari ai colloqui), ma la malinconia, una certa misura di nostalgia e la verità di certi affetti crudi, mi sono sempre stati simpatici. E poi boh, io mi arrabbio un po’ quando mi dicono “devi contornarti di persone felici!“. Sarà che a me quelli sempre felici non mi fanno felicità. A me fanno inquietudine. Ma lo ritengo una visione personale, del resto essere felici è una bella cosa. E’ la sua forma ipertrofica che mi imbarazza.
Insomma, quando arriva l’estate, D me lo dice sempre, me lo dice come un mantra ogni anno, me lo canta al telefono come una filastrocca ogni agosto. Dice “Chicca, d’estate non bisogna mai prendere decisioni importanti“, me lo dice quando le dico che sto per perdere la testa, che certi saluti mi fanno perdere la testa.
Me lo dice anche Andrea, che è un esperto di saluti. Lui guida gli aerei. E chi meglio di lui potrebbe farci un corso accelerato di saluti da arrivederci e di saluti da bentornato.
Andrea dice che, quando torna, è necessario mantenere sempre tre piccole abitudini a cui si è legati. Dice che fa sentire a casa, dice che fa sentire di aver fatto la cosa giusta, che tornare è stato un bene.
Le tre piccole abitudini di Andrea, quando torna, sono percorrere l’Ardeatina al tramonto, andare a bere al solito bar e fare lo stesso gioco.
Andrea, quando torna da noi, preferisce fare lo stesso gioco, preferisce incontrarci in quei posti in cui ci sono molte persone.
Dice che arriva dopo e che in mezzo agli altri, tra elevati numeri, in mezzo a molte persone, dice che ci trova meglio.
Dice che ci trova meglio perchè da lontano, da uno sguardo distante, le cose le riconosci per ció che non cambiano mai: V che non va a tempo, L che beve, E che è miope, D che è alto, G che si lamenta, S con la maglietta bucata, F che ha sicuramente rimorchiato qualcuna.
Dice che rimane un po’ a guardare e poi si avvicina.
Dice che quando è di nuovo a Roma ha bisogno di ricordarsi il motivo per cui torna sempre.
Andrea dice che riconoscere qualcuno in una stanza vuota è facile.
Ma il vero prezzo di un affetto è riconoscersi in mezzo alla folla, riconoscersi nelle sue invarianti e trovarsi nelle specifiche diversità. Che sanno proprio di noi. E di nessun altro.
Andrea dice che le mancanze si fondano sulle differenze e molto poco sulle similarità.
Dice che è tornato, ma domani riparte.
Dice che torna solo per ritrovarci.
Abbastanza uguali da identificarci, abbastanza diversi da riconoscerci.
Andrea dice che cercare nel mucchio è più difficile e che trovarsi tra mille è faticoso.
Ma dice che è molto più bello.
Andrea guida gli aerei e sono molte le cose che lo rendono diverso, che rendono il suo pensiero del tutto specifico rispetto a chi è e rispetto a ció che implica la sua vita.
E spesso il nostro pensiero diverge.
Diverge sulla religione, ad esempio.
Che lui è buddista e io agnostica, “o atea, chicca“. Andrea dice che avere il dubbio se Dio esista equivale a non credere. Io un po’ dissento e un po’ no.
E quando hai un credo religioso che ti differenzia, allora le cose in cui la pensi diversamente potrebbero essere molte: il senso della vita, il senso dei legami, la morale.
Ma lui è buddista e su alcuni argomenti, aldilà delle differenze, la pensiamo uguale.
E, nel tragitto dall’Eur a Ciampino, quando lo riaccompagno all’aeroporto, sono due le cose su cui gli do la mia approvazione.
Sul fatto che “anche Tommaso Paradiso va su YouPorn, chicca” e sul fatto che gli umani, quando c’è da salutarsi, perdono la testa.
Andrea dice che salutarsi è una cosa difficile.
Dice che dal vetro della sua cabina, quando sta per partire con l’aereo e vede gli altri prepararsi al distacco, dice che le persone perdono la testa al momento dei saluti.
Dice che gli umani perdono la ragione quando c’è da salutare qualcuno a cui vogliono bene. Anche se per poco, anche se il saluto prefigura a un domani o a un “a presto”.
Andrea dice che quando c’è da salutarsi, gli umani dimenticano che esiste il tempo e che esiste un dopo, dimenticano ogni nesso logico e tutto si gioca in quell’unico momento, nell’atto di guardarsi e dirsi che ci si saluta. Per il tempo di un’estate o di un anno, di un viaggio o di un passaggio, di una vita o di stasera, di un lavoro o di un amore. Dice che tutto si equipara, che il tempo si allinea su un’unica misura, che le ragioni si confondono. E che salutarsi “è un casino“.
E io credo abbia ragione.
Credo che abbia piuttosto ragione.
Che anche Tommaso Paradiso va su YouPorn.
E che tutti gli umani diventano più umani quando c’è da salutarsi.
Perdono la testa“, annuisce.
Salutarsi fa perdere la testa“, mi dice.
di Cara Futura Rigbyall rights reserved
Sui saluti e Tommaso Paradiso ultima modifica: 2017-08-08T08:15:22+00:00 da Cara Futura Rigby
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