SALGARI, LIQUORI E TROPPE PIPPE

di Filippo dAntuono

SALGARI, LIQUORI E TROPPE PIPPE

di Filippo dAntuono

SALGARI, LIQUORI E TROPPE PIPPE

di Filippo dAntuono
4 minuti di lettura

La scuola finì, e nonostante due espulsioni e una bocciatura, riuscii finalmente a prendere il diploma. Ma un solo pensiero che martellava la mia testolina bacata da neodiplomato:

”E mò che cazzo faccio?”

Frase che venne repentinamente sostituita da un banalissimo:

”Sicuramente stasera mi ubriaco poi si vede”.

E così fu per molte altre sere. Nei mesi successivi mi distinsi in gesti goliardici di altissimo livello senza farmi mancare nulla: vacanza di due settimane con gli amici in Grecia e molteplici rapporti sessuali non protetti con persone alquanto sospette che sfociarono in un test sulle malattie veneree dettato dalla mia ipocondria.

A settembre però, dopo un intenso bombardamento alcolico di tre mesi, i miei pochi neuroni superstiti tornarono a lavorare sempre sullo stesso angosciante pensiero:

“Okay la scuola è finita, e mò che cazzo faccio!?”

Arrivò così il fatidico pranzo con i miei.

“Allora che pensi di fare?”

“Non so, penso che andrò all’università”

“Questo era ovvio, ma cosa vuoi studiare?”

“Boh”

“Camì ti abbiamo fatto divertire tutta l’estate, e nessuno ti ha rotto i coglioni, giusto Chiara?”

“Giusto!” rispose mia madre

“Però ora ci devi dire quello che vuoi fare”

“Ci sto lavorando”

“Allora, mentre ci lavori io e tua madre ti abbiamo iscritto a scienze politiche”

“Pà no dai, scienze politiche no! Che cazzo ci faccio con scienze politiche?”

“Intanto ti fai una cultura di base decente, poi si vedrà e comunque fino a quando non avrai deciso, questa rimane la facoltà che farai”

“Tempo due giorni e vi dico quello che voglio fare, e non sarà scienze politiche! Ce metto la mano sul fuoco!”.

Tre mesi dopo, il trimestre di scienze politiche era finito. La odiavo con tutto me stesso, ogni volta che che varcavo la soglia della facoltà venivo sommerso da un senso di disgusto totale verso tutto e tutti. Avevo anche provato a dare qualche orale ma fallii miseramente. Così la mia vita ripiombò nel baratro dell’ozio come in estate, con l’unica differenza che questa volta ero depresso. Ero stato completamene annientato da scienze politiche, non provavo più niente, non trovavo interesse in nulla. Ero afflitto dal famosissimo “male di vivere”. Le uniche due cose che facevo erano: ammazzarmi di pippe neanche avessi avuto quattordici anni, e leggere Salgari mentre bevevo liquori rubati dalla credenza in salone. Così mi immergevo nel fantastico mondo dei corsari salgariani leggendo famelico ogni descrizione della natura caraibica, ogni piccola noticina dell’autore sulla botanica o sui modi di dire del tempo. Era un mondo dove il titolo di studio non serviva a nulla, contavano solo le spade, la fedeltà e l’onore. Volevo essere come il Corsaro Nero: bello e audace, ma allo stesso tempo inquietante, immerso nella sua perenne malinconia dovuta a qualche macabra vicenda, niente a che vedere con i miei problemi borghesi. Immaginavo di essere catapultato nell’era d’oro della pirateria facendomi strada a colpi di spada nella giungla, seguito dai miei prodi filibustieri pronti a tutto per il loro capitano, mentre inseguivo il mio acerrimo nemico, il duca di Wan Guld, per salvare dalle sue mani qualche bella nobil donna: le immaginavo sempre con pomposi vestiti seicenteschi dalle profonde scollature e coi capelli mossi dalla brezza marina, mentre mi guardavano con sguardi infuocati. A quel punto i corsari, le foreste vergini, i combattimenti, l ‘onore e tutto il resto andava a puttane: chiudevo il libro e andavo a prendere il computer delle pippe, così chiamato perché adibito a quell’unico scopo, e dalle categorie delle piante caraibiche passavo a quelle pornografiche, soffermandomi solitamente sulle donne mature.

Andai avanti così per due settimane senza uscire di casa. Una sera però, mentre guardavo un video con una casalinga americana dotata di due tette enormi, scovato dopo ore e ore di ricerche, squillò il telefono. Chi poteva mai essere a quell’ora? Chi poteva rovinare la sacralità di quel momento? Tutti i miei amici erano sparsi per l’Italia in non so quali facoltà universitarie. Una ragazza? Era escluso non ne sentivo una ormai da mesi, e vista l’ora non potevano essere neanche parenti ed eventuali. Risposi:

“Pronto”

“Aò so io” era Carlo uno dei miei migliori amici, in quel momento in America in non so quale università di management e minchiate varie.

“Hai idea di che cazzo di ore sono qui!?”

Rimanemmo per un attimo in silenzio, poi lui sospiro:

“Fratè ho un tumore”

Mi si gelò il sangue, mi sentii tutto ad un tratto sporco, uno schifo d’uomo nella sua piccola camera buia. Risposi con un filo di voce:

“Smettila con queste stronzate!”

“Non è una stronzata ho appena ritirato le analisi..”

Non la voglio buttare sul drammatico, ma quelle parole mi rivelarono il senso della fragilità del tempo che passa. Così mandai a fanculo le vogliose casalinghe americane, le loro porcelle antenate del seicento, i liquori e pure il povero Salgari con tutta la giungla. Presi il coraggio a due mani e direzionai la mia vita dove volevo: circa un mese dopo ero in un’aula del DAMS a seguire una lezione di sceneggiatura e con essa tutti i miei sogni.

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