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“The Happy Prince”, cuore di piombo e rondine morta: il ritratto umano di un genio

Rupert Everett dirige, scrive ed interpreta il ruolo della sua vita. Incrociatosi già con Oscar Wilde in varie occasioni, ha voluto investigare l’aspetto più umano e viscerale, piuttosto che celebrarne l’icona: e così nasce The Happy Prince, l’ultima favola del re decaduto, affascinato dalla rovina verso cui corre questo personaggio che si incrocia egoisticamente con amanti, vizi e piaceri tra Francia ed una Napoli calda e carnale in questi suoi ultimi anni di esilio, dietro la confusa ipocrisia di una terra che lo disconosce. Everett si racconta in questa battaglia ed emerge trionfante in una scena illuminata, protetto da una chiesa dopo una rincorsa tra i rimasugli di una bassa marea sulla battigia bagnata: è la scena che forse vale tutto il film, la rivalsa sull’insulto testosteronico inglese, il non avere più paura – di essere chi si è.

E Wilde si racconta attraverso lettere e, tra versi ed assonanze che in inglese risuonano vividi, poetici, tragici e ricercatamente belli, esplode l’abisso della disperazione, fatta di assenzio e merda: è lì, nelle tonalità più scure, che emerge il lato fragile e distruttivo, sfrontato, eccentrico e decadente.

Intriso di morte – non è forse la sorella del sonno? – il racconto dondola come una lampada appena agitata da una mano irrequieta: si affaccia nei teatri, tra le risate di gusto e quelle di farsa, di chi è pronto a rinnegare, e si infiltra nella folta nebbia tra sputi di acqua santa e ammissioni di colpa.

Alla deriva un rapporto lontano con i figli e la moglie Constance (Emily Watson) mentre si combattono il suo amore Lord Alfred Douglas (Colin Morgan) tra perversione e diniego  e la dedizione costante di Robbie Ross (Edwin Thomas). L’amicizia di Reggie Turner (Colin Firth) amico vero ed attore delle sue opere, resta incondizionata nonostante gli eccessi di un Wilde che non cambia mai.

Everett in conferenza stampa elogia i costumi e la mano italiana (scelti infatti Maurizio Millenotti e Gianni Casalnuovo); fa i nomi di fotografi (Brassaï),  pittori (Toulouse-Lautrec e Monet) e registi (i fratelli Dardenne) a cui si è ispirato, ma definisce il suo The Happy Prince un “Visconti meets CCTV aesthetics”. Non poteva che essere così, la storia di un vagabondo della letteratura, genio ostracizzato, che elemosina come un relitto lungo le boulevard per i suoi “purple moments”. Chapeau.

 

L’intervento di Rupert Everett in conferenza stampa sull’essere omosessuale nel mondo del cinema e l’idea di interpretare Oscar Wilde:

 

 

Al cinema dal 12 Aprile, prodotto tra gli altri dalla Palomar e distribuito da Vision Distribution.

 

di Alessandra Carrillo, all rights reserved

Rupert Everett è l’ultimo Oscar Wilde ultima modifica: 2018-04-13T17:47:39+00:00 da Alessandra Carrillo

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