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Esistono due tipi di malinconie, una buona ed una negativa. Entrambi ti connotano ma ti rendono anche quello che sei. E lo sai tu. Mentre sei da solo. Mentre magari viaggi e, costretto a riflettere, da solo, nel trambusto di un vecchio treno, che anche se ha scritto class di class non ha niente, cerchi di buttar giù i tuoi pensieri.

Ma come si spiega la malinconia?

Attenzione non devi confonderla con l’ansia, le paure…la malinconia è uno stato dell’anima. Una specie di tramonto sereno, sai di quelli che serenamente scandiscono il passar del tempo e mentre tu li ammiri diventi sempre più cosciente che ti resta meno da vivere. I tramonti. Non li vedo più da almeno 7 anni. Mi blocco e mi vien da pensare se sto facendo la cosa giusta a stare in una città rinchiuso tra casa e ufficio con brevi spazi di vita.

Ops, mi hanno portato il kit di viaggio. Faccio foto e la mando agli amici per comunicare che sono povero, si, ma non troppo. È sempre una carrozza class.

Ma dov’eramo rimasti? Ah, la vita di merda che faccio.

Ecco, il dubbio. Sono sicuro che a trent’anni stia facendo la vita giusta?

Che dubbio di vita (merda)! Giuro che corro tutti i giorni ma non capisco quando e quale sarà la gloria. E poi chi me lo dice che una volta ricco non mi ammalerò o non staro male senza lavorare? Nessuno. Bene al cazzone che sono.

Lavorare, guadagnare e non ho nemmeno spotify premium. Ma daiiii.

In questo cazzo di treno dove si fuma?

Comunque, “figa!” ha portato anche l’asciugamano. E l’acqua, l’avevo dimenticato.

Torniamo a noi, quante cazzo di interruzioni in questa cabina?!?

Il dubbio. Ma io, nel dubbio, almeno per oggi, me ne frego.

Interruzione whatsapp “Di questa vita, al momento, oltre i momenti felici non resta nulla” ho risposto ad un amico. Uno zio, amico.

Sigaretta in due minuti, Pavia. “A sigaretta bona ta po fumari a Genova” mi dice il responsabile comfort. O con confort, boh. Gli manca un dente, è un omone stempiato ma con capelli lunghi. Gli manca un dente, non riuscivo a smettere di guardarlo, ha una specie di vite che si vede ma non fa schifo. Sembra un brav’uomo. E parlava di ferie con la collega del nord. E lui rispondeva in siciliano. Chissà come si capiscono, misteri della vita.

Caramella frisk, per non disturbare i compagni di letto (che detto così non è bellissimo). Eh ma quant’è scomodo questo simil cuscino ripieno di niente. Comunque sono da solo. Se restasse così forse viaggerei meglio, o no? Il dubbio. Ma noi ce ne fottiamo.

Ops, i bicchieri per l’acqua. Ma questo tipo fa un viaggio per ogni cosa, e continua a disturbarmi mentre cerco di ammazzare il tempo e riappropriarmi della scrittura. Vecchia compagna di vita.

Irene grandi, mi dispiace ma ‘sta canzone fa cagare. Saltata. Mi restano cinque salti spotifyperpoveri. Adesso let it snow. La tengo. Ci sono canzoni peggiori, pensate a Gigi d’Alessio. Che poi, personalmente, non mi ha mai fatto niente.

Riuscite ad immaginarmi su questo treno che scrivo? Fate uno sforzo. Fermatevi, chiudete gli occhi e pensate.

Dai, non è stupido…è un esercizio di mindfullness. Cioè, non lo so ma potrebbe essere. Toh, un dubbio. Ma andiamo avanti.

(Oh cazzo c’era la zanzara in radio, ma oramai è tardi…sentirò il podcast.)

Allora? Mi avete immaginato?

Secondo me non vi siete nemmeno avvicinati.

Se non l’avete fatto questo è l’ultimo avviso.

Ok, è una cabina di 2 metri per 1,5 metri. Facciamo finta di essere nel corridoio. Entri e hai a destra tre cassetti, oh Dio, non proprio 3 cassetti, ma come fossero tre cassetti/letti sporgenti con uno spazio in verticale tra loro di una cinquantina di centimetri. A sinistra, invece, ad altezza anca (cazzo era troppo volgare) una mensolina di un metro con sopra uno specchio di casa della nonna e subito dopo una rientranza con uno sportellino al cui interno è possibile trovare un lavabo in basso, un altro specchio ad altezza viso e 3 porta saponette sulla destra (uno sopra l’altro). Io sono nel letto a piano terra. Purtroppo non ci sono sedili e mi tocca stare coricato (si da noi si dice così). Ma la cosa più incredibile è che c’è uno specchio anche qui:

Specchi ovunque. Mi sento quasi osservato. Anche se solo da me stesso. Ma vabbè.

Altra stazione. Sigaretta? Naaaaa. Basta fumare! “Cor cazzo” rispondo tra me e me. Il tumore? Sì lo so, ma per ora è così. Ci pensiamo dopo, al momento voglio finire di scrivere.

“E la malinconia” direte voi?

“Che cazzo ne so” risponderei io! Non è che la controllo, viene e va. Un po’ come altre sensazioni di cui però non posso ancora raccontarvi…ci conosciamo appena.

E forse va bene così per ora. Mmm… ma se smetto di scrivere cosa farò? “Partitina a Candy Crush?!” E dai va.

Ma il tipo del comfort o confort torna alla carica: biglietto e documento.

“Ce l’hai sul telefono?”

“Sì”

“E allora dettami il pnr”

A parte il fatto che io detto da telefono e lui lo scrive a penna, noto che sotto questo quadernone aveva una tesserina…non posso trattenermi, faccio foto.

Tanto io sono sempre coricato. Sì, si dice così da noi.

Sono curioso di chiedere cosa sia, ma vedo troppa italianità e mi fermo.

“Non è che si potrebbe avere un altro cuscino”

“Ehhhh, purtroppo no…li mettono giusti”

“Ahhhh, li mettono giusti???”

“Eh si, sennò non c’era problema – la frase era un po’ diversa ma sticazzi – ”

“Gli altri due saliranno a Genova e Pisa”

“Ah. E a che ora?”

“Più tardi!” – Grazie ar cazzo –

“A Pisa a che ora?”

“A mezzanotte più o meno, come orari non vi trovate”

“Eh vabbè. Grazie”

E se ne va.

Ma era un simbolo fascista quello sulla cartellina? Il dubbio. Ma noi ce ne freghiamo, mica vogliamo discutere con il responsabile del confort o comfort?!

21:18, mi è venuta fame. Ho l’orzo (o il farro…tanto non cambia molto…sono a dieta e mangio solo per non perdere l’abitudine) con il pesto e dei gran cereale.

U signuri mi ‘nna manna bona.

Unica consolazione? Domani sul traghetto mi sparo un arancino (appena torno in Sicilia comincio a usare il termine “sparo” a cazzo) incredibile.

Per quanto riguarda la malinconia ne parliamo dopo. Per ora non c’è e a noi ci fa pure piacere.

——

Che bagno di merda. Che merda di bagno. Piccolo, con una porta durissima, un lavabo minuscolo con dentro un rotolo di carta igienica. E ora che mi ricordo, non ho tirato lo sciacquone e tra l’altro ho fatto cadere un rotolo. Incivile? Quello che volete, ma non voglio entrarci più per il momento. Tra l’altro passo in mezzo alle altre stanze e mi fissano tutti. Mi inquieta sta cosa. Ah e due specchi anche nel bagno…l’architetto (si chiama così chi progetta i treni all’interno?) era amico di vetritalia mi scommetto quello che volete. Ok che fanno sembrare le cose più grandi, ma mi sembra un po’ eccessivo. Non sgradevole, ma eccessivo si. Io non mi guardò mai allo specchio quindi è un po’ troppo. O no? Forse rendono tutto più bello…ecchecazzo un altro dubbio, ma vabbè.

Ho mangiato in corridoio, che razza di storia. Ma va bene, alla fine non è tutti i giorni. Comunque anche il sedile è duro.

Figa siamo quasi a Genova. In pole per la sigaretta. Ne incollo due e le fumo insieme. Che vizio inspiegabile…

La tipa accanto era rimasta chiusa dentro. Le istruzioni erano chiare, ma le immagini fuorvianti quindi seguiva solo le immagini. Come il 90% delle persone, non leggono più niente. Nemmeno le istruzioni della porta.

Quasi Genova, scarpe sigarette e accendino.

Mi accingo ad arrivare alla porta ma c’è già una signora. Ragazza forse un po’ di tempo fa. Però con i capelli neri, viola e forse di qualche altro colore. Da lontano già mi guarda ed io lo so che è pronta a parlare, non vede l’ora. Mi avvicino e sorride, ricambio il sorriso. Bassina e di una novantina di kg. Simpatica, si vede. Una persona così deve essere riuscita a prendersi in giro per forza. E come non detto…

“3 minuti”

“Cosa scusi?”

“Solo tre minuti abbiamo, infatti io sono in pol posìscion!!” E prosegue, con espressione furba “dobbiamo scendere al volo. Aprire e scendere prima di far salire!” – tra l’altro riflettevo che aveva usato il mio stesso termine formulistico.

“Eh certo.”

“Altrimenti poi stiamo solo due minuti per stazione…nun si po’ fumari…sono preparata eh?!”

“Si si, ma lo prendi spesso questo treno?” Le do del tu, mi sembra male.

“Nooo, sono un’infiltrata” … “nel senso che solo d’estate e per Natale”

“Ah, capito.”

“Arrivo domani alle 19:40”

“Caspita, 24 ore di viaggio!”

“Eh ma 62€ ho pagato con il 50%. Troppu bonu”

E così prosegue questo soliloquio con un paio di mie risposte.

Genova, sigaretta con un occhio al mio scompartimento. Entra il tipo e immediatamente mette il borsone sul mio letto. Mi faccio notare da fuori e lui mi chiede se sarò il suo compagno di viaggio. Gli faccio cenno di sì, sposta la valigia.

Bene così.

—-

Il treno per la Sicilia è bello a metà perché fatto di persone. Meridionali per lo più, un po’ caciaroni e attacca bottone ma proprio questo ti fa rimpiangere le tue origini. All’inizio, da milanese acquisito, quasi ti dà fastidio l’invadenza delle domande ma poi discuti e rinunci all’individualismo per una motivazione più grande: l’umanità.

“E tu di dove sei?”

“Siciliano, tu?”

“Io di Battipaglia!”

E giù di lì di mozzarelle, di mare, di quelli del nord che non si offrono il caffè e si dividono birra e pizza. E poi Di Maio “io ho votato cinque stelle” perché l’Italia, l’Europa…e qui mi fermo e non continuò perché non ho voglia di rovinarmi il viaggio. Ma ascolto, e parlo, senza chiedermi l’ora perché non ho impegni in altri vagoni.

E passa il tempo e ci si racconta delle famiglie, dei sogni. No, non siamo affini a livello d’istruzione e di interessi…ma ci lega la cultura.

Altra fermata, il vagone è ormai stracolmo di meridionali e sembra quasi una festa. Parlano tutti e contemporaneamente. E si fa amicizia. E si discute come se ci si conoscesse tutti da un bel po’ di tempo.

Ci lega la cultura, la cultura della vita. E di quanto noi sappiamo godercela molto di più di chi vive in solitudine.

Entra l’ultimo compagno, dall’accento simile al mio.

Mi sono ambientato quindi parto io:

“Di dove sei?”

“Tu di dove sei? Catania?”

“No”

“Palermo?”

“No, provincia di Messina”

“E io pure!!!”

E si scopre che un suo amico aveva due colleghi del mio paese all’università e che io andavo al liceo con uno dei suoi più cari amici. Così via per il resto del viaggio come se fossimo sempre stati legati da un’appartenenza, da un credo.

La meridionalità. Il sud. La fratellanza. Questa è la nostra cultura. Travagghiu a picca, ma sulla qualità dei rapporti non ci sono paragoni.

“E la malinconia?!” Direte voi…

“Ne parliamo al rientro a Milano” Dico io…

 

di Un qualsiasi autore del Sud che vive al Nord, all rights reserved

Rotolando verso sud ultima modifica: 2018-06-01T12:01:22+00:00 da Francesco Barone

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