R.E.M.
Lifes Rich Pageant

R.E.M.
LIFES RICH PAGEANT

Un disco vario, irruento e dolce al tempo stesso

di Redazione The Freak

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LIFES RICH PAGEANT

R.E.M.
LIFES RICH PAGEANT

di Redazione The Freak

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R.E.M.
LIFES RICH PAGEANT

Un disco vario, irruento e dolce al tempo stesso

di Redazione The Freak
6 minuti di lettura

R.E.M.

Se pensiamo alle più influenti band che si affermavano a cavallo degli anni 80’ e 90’ troviamo sicuramente i R.E.M., la cui incredibile avventura musicale parti’ dalla cittadina di Athens, nel nord-est degli Stati Uniti. Il gruppo georgiano costruì il suo successo dapprima con l’ etichetta I.R.S., casa discografica che pubblicò e lanciò i 4 georgiani quando facevano parte della scena dell’ indie-college rock americano, lontano dal pubblico e in grado di far crescere il gruppo un passo alla volta.

I R.E.M. composero musica lontano dai riflettori ed ebbero modo di crescere per gradi. L’ album “Fables of the reconstruction” del 1985 costituì un passo indietro, perlomeno a livello a vendite e per le conseguenze che ebbe sull’ alchimia del gruppo.

Qui sorge spontanea una domanda: ci si può ricostruire come persone e come artisti, reinventandosi ed avendo ugualmente un buon successo?

La risposta, perlomeno nella grande storia del Rock, è sì, e, a parer di chi scrive, ha riguardato un gruppo ristretto di artisti, cioè quelli che sono veramente diventati grandissimi.

Transitati dallo stato di ‘indie band’ a quello di band planetaria, i R.E.M. nel lontano 1985 si trovarono in crisi nera, al termine della lavorazione del cupo e sepolcrale “Fables of the reconstruction”, album non brutto – di per sé – ma anticommerciale ed incompiuto, anche perché nato in circostanze poco favorevoli per la band.

Il gruppo fu costretto dal produttore Joe Boyd a lavorare nella ombrosa e cupa atmosfera di Londra, contesto rivelatosi inadatto ai quattro giovani rockettari americani. Corrono voci che nella caotica capitale Inglese il cantante Michael Stipe e gli altri tre componenti della band non ebbero un facile ambientamento e che la mancanza di simbiosi col luogo fu propedeutica alla nascita delle prime incomprensioni all’ interno del gruppo (culminate in un paio di concerti nient’ affatto tranquilli, nel quale Mike Mills litigò animatamente con un fan ed un nervoso Peter Buck spaccò le chitarre al termine dell’ esibizione dei R.E.M., meritandosi l’ appellativo di ‘scemo della settimana’ su un settimanale dell’ epoca).

L’ insuccesso di disco e tourneè fu notato dagli addetti ai lavori. Ma le doti dei singoli membri della band e del gruppo nel suo complesso non potevano così facilmente passare inosservate e direi, sprecate.

Il destino fu favorevole e le cose cambiarono. Il facilitatore della situazione indossò gli opportuni panni di Don Genham, il nuovo produttore con il quale alla band fu consigliato di lavorare. Abile nel captare e quindi nell’ incanalare correttamente la voglia di rivalsa e le giovanili irruenze presenti nei R.E.M., saggio e competente nel concedere una maggiore libertà espressiva al gruppo, troppo invischiato in schemi e in schermaglie interiori nel precedente disco.

Insieme decisero di dare luogo ad ambienti e atmosfere più ariose, maggior spazio alla creatività nei testi e nelle musiche, creando ritmi più vibranti da inserire nella composizione dei nuovi brani. Fu così che in pieni anni Ottanta, nacque “il ricco scenario della vita”, ovvero ‘Lifes rich pageant’, una citazione tratta dal film con Peter Sellers ‘Uno sparo nel buio’. 

Un disco vario, irruento e dolce al tempo stesso, fervido nella sua ispirazione, ecologista e graffiante.

Il riff bruciante di “Begin the begin”: quale migliore inizio di questo? “L’ insurrezione è iniziata e tu te la sei persa” canta Stipe, come a dire di tenersi pronti per I momenti importanti e le irruenze che riserva la vita..; la batteria e il basso sono ben presenti nel creare il ritmo un po’ funky di un inizio vitale e graffiante.

La successiva “These days” è un  punk-rock a velocità prorompente e dall’ impeto forsennato. “Siamo giovani nonostante gli anni, siamo la speranza nonostante i tempi” canta stavolta Michael Stipe, Mills spara un controcanto da brividi, il pezzo dopo un momento di pausa riparte a grande velocità e si chiude con il ritornello ripetuto più volte.

“Fall on me” il primo singolo estratto, è una delle ballate circolari più belle scritte dai R.E.M., con gli splendidi controcanti intonati da Mike Mills e la batteria di Bill Berry molto presente in sottofondo.

“Cuyahoga” e le sue strofe lunghe e poetiche, è un bellissimo e sentito inno ambientale, in memoria di un fiume morto a causa dell’ inquinamento e dell’ incuria degli esseri umani. Il riscatto della natura di fronte agli scempi perpetrati dall’ uomo, tema attuale nel 2021 come nel 1986.

“Hyena” non accenna ad un calo di tensione, anzi unisce alla bellezza del punk la purezza dello stile melodico dei Rem. Il testo evoca lo spauracchio delle armi nucleari, sottolineando il clima di tensione percepito all’ epoca della metà degli anni 80’ (ci si trovava in piena Guerra Fredda).

Le perle presenti nel disco non finiscono qui, perché dopo un intermezzo dai tratti spagnoleggianti, con la voce di Stipe filtrata in sottofondo “Underneath the bunker”, arriva la lenta “The flowers of Guatemala”, in cui all’ arpeggio chitarristico insistito di Peter Buck si aggancia una melodia dimessa, che prosegue eterea fino ad approdare ad un lancinante assolo chitarristico, un brivido allo stato puro, dopo il quale il ritmo sale e si fa più serrato; le liriche rappresentano un pugno di fiori che, letteralmente, copre le tombe dei caduti per la libertà in Sudamerica e serve ad occultare le atrocità commesse dai regimi imperialisti. Insomma, Lifes

Rich pageant sorprende ad ogni respiro e dimostra di avere i crismi dell’ opera di denuncia, sia ambientale che nei confronti della corruzione.

La sorprendente “I believe” è un country-rock allo stato puro, cristallina nel suono delle chitarre, avvincente per il ritmo ed enigmatica nel testo; finirà per diventare anche uno dei cavalli di battaglia nei coinvolgenti concerti del gruppo.

“What if we give it away” è un mid- tempo con un basso molto presente, Stipe fa vocalmente il possibile per innalzare un pezzo che sta un gradino al di sotto rispetto ai precedenti capolavori.

“Just a Touch” torna al punk, con una ritmica velocissima; piacevoli inserti di piano ed organo contribuiscono a rendere il tutto tanto rumoroso, piacevole e ballabile.  

“Swan swan h” è invece una lenta, dolorosa e drammatica nenia acustica, con un testo di difficile comprensione e un canto dolce e immaginifico; un altro pezzettino da antologia dei Rem prima della conclusione.

Conclusione che è affidata al brano intitolato “Superman”, dove si fa una sottile ironia sul mito del Superuomo, cantato da Mike Mills e sottolineato ancora piacevolmente dalla presentissima batteria di Berry (le cui ciglia, non a caso, svettano nella copertina del disco!) in chiusura di un Album da antologia, caratterizzato da un impatto rock n’ roll e da un filo lungo e invisibile che unisce le dodici canzoni targate R.e.m.

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