Giustizia, perché votare Sì
al referendum di domenica

Giustizia, perché votare Sì
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Sono 5 i quesiti referendari sulla giustizia
Ecco le ragioni che dovrebbero spingere l'elettore a dire Sì

di Stefano Pazienza

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Sono 5 i quesiti referendari sulla giustizia
Ecco le ragioni che dovrebbero spingere l'elettore a dire Sì

di Stefano Pazienza
9 minuti di lettura

L’avvicinarsi del referendum sulla giustizia sta certamente passando sotto silenzio, con ogni probabilità il quorum non verrà raggiunto e quindi la tornata referendaria finirà con un “nulla di fatto”.

Al contempo, è pur vero che il voto serve per dare un segnale al legislatore, a prescindere dal fatto che quel singolo voto porti ad un risultato utile nell’immediato. Detto altrimenti, se in ipotesi andassero a votare il 48% degli aventi diritto (e quindi un numero insufficiente ad ottenere il quorum), ma il 90% dei votanti optassero per 5 “SI”, o per 5 “NO”, il legislatore dovrebbe prendere atto che vi è nel Paese una maggioranza de facto che vuole un certo tipo di riforma in materia di giustizia.

Vediamo, quindi, le ragioni che dovrebbero a mio parere spingere l’elettore a votare 5 SÌ, nonostante alcuni evidenti problemi nei quesiti referendari.

1. La separazione delle carriere

Partiamo dal quesito sulla cd. “separazione delle carriere” che, nella sostanza, prevede come il vincitore del concorso in magistratura debba decidere dall’inizio se entrare in funzione come pubblico ministero o come giudicante, senza poter più passare di funzione più volte nell’arco della propria carriera, come accade oggi.

Ebbene, come si potrà vedere, non si parla di separazione delle carriere, ma più correttamente di separazione delle funzioni.

Pertanto, giudici e pm continueranno a far parte della stessa categoria, verranno inquadrati a livello lavorativo nello stesso modo e, soprattutto, avranno gli stessi consigli giudiziari, lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura e continueranno a lavorare nelle stesse strutture, con le stanze accanto.

Per chi, come me, pensa che una delle vere e necessarie riforme della giustizia consista in una vera separazione delle carriere questo referendum pecca chiaramente di timidezza (necessitata dal fatto che una vera separazione delle carriere dovrebbe passare da una riforma di rango costituzionale). 

Però, come dire, sempre meglio di niente, perché rappresenterebbe un primo passo verso un obiettivo finale, che avrebbe più possibilità di essere raggiunto nei prossimi anni.

Il vero problema, sul punto, è che se i due soggetti fanno parte della stessa struttura, sono sulla stessa barca nelle valutazioni di professionalità, sono nelle stesse correnti, sono “colleghi” e vicini di stanza. Quando un pm trova un giudice che non condivide le sue tesi può rilasciare una intervista asserendo che, come punizione, non prenderà più il caffè con quel Giudice, per un po’ (vedere il caso della Funivia di Stresa e il bellissimo articolo “Il caffè della Pm”, scritto dall’Avv. Caiazza).

Finché esisterà questo meccanismo, si insinuerà sempre il pericolo che la decisione del giudicante sia (anche inconsapevolmente) orientata non solo dai fatti di causa, ma dai rapporti che si hanno con la pubblica accusa. 

Forse non è così, ma è pur vero che chi giudica non dovrebbe solo “essere imparziale” ma anche “apparire imparziale” e, fidatevi, con i Pm che entrano in camera di consiglio a inizio udienza per salutare i colleghi, facendosi grandi risate e dandosi del “tu”, almeno stando a quelle poche frasi che noi avvocati riusciamo ad ascoltare dai nostri banchi, spesso il giudice appare tutt’altro che terzo!

Non facciamoci poi ingannare dalla argomentazione per cui, avendo unica carriera con i giudici, il pm manterrebbe una cultura della giurisdizione, con conseguente garantismo. Il discorso è fuorviante perché, se così fosse, si dovrebbe imporre al neo magistrato di fare prima per alcuni anni il giudicante penale, prima di aspirare a diventare pm, ma così ovviamente non è, potendo essere quella della procura la prima scelta per un neoassunto.

2. La normativa in materia di candidabilità ed eleggibilità

Quanto al quesito del referendum sull’abolizione della normativa in materia di candidabilità ed eleggibilità, che preclude la possibilità di candidarsi (e in altri casi la decadenza se già si ricoprono cariche elettive) ai politici che siano stati condannati in sede penale, anche se solo in primo grado (e quindi, per legge, ancora innocenti).

Voterò Sì perché ritengo questa legge una riforma sbagliata che fu fatta dalla politica in un momento storico in cui avanzava l’onda populista dei pentastellati, con i loro vaffa e il “tutti in carcere”.

La norma, peraltro, già all’epoca era sostanzialmente superflua, posto che esiste già da 80 anni una disposizione nel codice penale che permette al giudice di comminare, oltre alla pena detentiva, anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici (quindi vietare al condannato di aspirare a cariche politiche). E questa legge rimarrebbe tale e quale; quindi, anche in caso di vittoria referendaria, non ci sarà l’infornata di boss mafiosi in Parlamento, come da molti paventato. 

Inoltre, la norma si basa su di un parallelismo tutt’altro che vero. 

Da un lato, ci possono essere condannati che non per questo non meritano di entrare in Parlamento. Pensiamo ad esempio, alle numerosi condanne subite da militanti Radicali che aiutavano le donne ad abortire, quando l’aborto non era legale; la condanna, in questo caso, fa parte di un percorso politico che rende il soggetto meritevole di essere candidato (ed eletto) nelle liste dei Radicali! 

Di contro, da avvocato posso dirvi che si sono molti clienti che, pur assolti (perché meritavano di esserlo), non per questo diventano delle persone che vorrei in Parlamento a rappresentarmi (e forse neanche in un bar a prendersi un caffè assieme). Se la condanna penale non sempre è sintomo di immoralità, una assoluzione di certo non è una patente di santità!

Il merito politico, non può essere ricondotto ad una fedina penale più o meno pulita, e quindi vanno eliminati tutti gli automatismi che prevedono la incandidabilità del condannato (soprattutto se la sentenza non è ancora definitiva).

3. La custodia cautelare

Uno dei più importanti quesiti riguarda la riforma della custodia. Ad oggi, si possono applicare misure cautelari (custodia in carcere o arresti domiciliari) sulla base di tre possibili motivazioni: il pericolo di reiterazione del reato, il pericolo di fuga e il pericolo di inquinamento probatorio. In caso di vittoria del sì, non potrebbero essere chieste per evitare il pericolo di reiterazione del reato, ma solo per gli altri due motivi.

Si potrebbero continuare a chiedere misure cautelari fondate sul pericolo di reiterazione del reato per tutti quei reati di criminalità organizzata, o commessi con uso di armi o con violenza alla persona.

Perché votare Sì? 

Negli ultimi tre anni, abbiamo avuto 1000 condanne per ingiusta detenzione. Ogni giorno, circa tre persone vengono messe in carcere da innocenti, la vita distrutta per sempre, la pena già irrogata. Ma se poi la giustizia ti assolve, lo Stato è disposto a pagarti un paio di centinaio di euro al giorno per la tua ingiusta detenzione, per la tua esistenza rovinata.

Vi è un chiaro eccesso della misura cautelare, considerata una anticipazione della pena, a discapito della presunzione di innocenza. E non sto parlando di astratti principi, ma di vite umane: calpestare il principio di presunzione di innocenza significa accettare che 300 persone l’anno finiscano ingiustamente in carcere.

Il mio Sì sarà pertanto “vendicare” quei tre sconosciuti che domenica 12 finiranno in carcere da innocenti e a cui daremo una speranza nelle urne. 

E’ la migliore riforma possibile? 

Certamente no; sarebbe necessario un vero ripensamento del sistema cautelare, con un più ampio ricorso a tutte le misure non custodiali (e quindi meno afflittive) e che più si prestano a tutelare le vittime dei reati (ad esempio, il divieto di avvicinamento alla persona offesa è una misura cautelare poco invasiva e che ha dato ottimi risultati in materia di stalking).

Non è ovviamente possibile fare riforme con un referendum abrogativo; ma un sì rappresenterà certamente un segnale per il legislatore per spingerlo verso una vera riforma del sistema (you may say i’m a dreamer but i’m not the only one!).

4. Il voto ai “laici” nei consigli giudiziari

Concludiamo quindi con i due quesiti di minor impatto sulla vita quotidiana.

Il primo riguarda la possibilità di dare il diritto di voto ai cd. “laici” nei consigli giudiziari (una sorta di Csm sparsi sul territorio). Su questo i sostenitori del NO gridano allo scandalo, prospettando voti punitivi per i giudici e i pm da parte degli avvocati per vendicarsi delle condanne dei propri clienti!

Conoscendo la categoria degli avvocati, mi permetto piuttosto di pronosticare una sequela di voti ottimi per tutti i magistrati nella speranza (assolutamente vana) di ingraziarseli. 

E comunque vorrei ben capire il perché questo discorso viene fatto per gli avvocati e non per i pm nei confronti dei giudicanti e viceversa. 

Se si assume il principio che un avvocato può dare un voto punitivo in caso di pesante condanna di un proprio cliente, non vedo perché lo stesso ragionamento non possa valere per un pm: se quest’ultimo si trovasse a votare un giudicante che magari ha appena assolto gli imputati in un procedimento da lui curato, perché mai dovrebbe essere scevro di pregiudizi?

Tanto premesso, il voto dei laici nei consigli giudiziari varrebbe quanto il due di briscola, costituendo tale componente all’incirca il 25% della composizione di un consiglio giudiziario (se contiamo tra i laici anche i docenti universitari, che spesso non sono avvocati). 

Ad ogni modo, esporsi ad un voto (non fortemente rilevante) da parte della componente laica non mi sembra una demenutio per i magistrati.

5. La possibilità per un magistrato di candidarsi al Csm senza raccogliere le firme

Veniamo, infine, all’ultimo quesito del referendum che, in caso di accoglimento, prevederebbe la possibilità per un singolo magistrato di candidarsi al Csm senza dover presentare firme a sostegno della propria candidatura.

Certamente vero, come sostengono i sostenitori del Np, che tale modifica non toccherebbe il correntismo e il carrierismo che è plasticamente venuto fuori con i recenti scandali che hanno coinvolto il Csm.

Le cariche elettive vengono definite così perché il tema fondamentale non è candidarsi, ma ottenere voti! 

Le correnti e i gruppi di potere continueranno ovviamente ad esistere e la faranno da padroni come è sempre accaduto, a prescindere dal risultato referendario. 

Al contempo, ma è tanto grave se qualche (magari giovane) magistrato si candida al Csm e, facendo una campagna sui contenuti, raccoglie qualche voto, o più di qualcuno, da parte di altri magistrati “non allineati” (che sono moltissimi)?

Può questa riforma peggiorare il sistema, o al più porterebbe un briciolo di novità in un Csm che dovrebbe effettuare una vera e propria rifondazione morale, prima ancora che una riforma dei meccanismi elettivi?

Per concludere: i quesiti referendari non sono perfetti, il referendum non propone una riforma della giustizia ma solo piccoli miglioramenti in alcuni ambiti. Ma pur sempre di miglioramenti si tratta, e questo dovrebbe far propendere il cittadino per partecipare al referendum, votando 5 Sì.

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