Cannabis, il referendum
è veramente utile?

Il Referendum sulla depenalizzazione della Cannabis è veramente utile?

Superato il quorum di 500mila firme necessario per rendere la cannabis legale
quali sono ora i passaggi futuri?

di Stefano Pazienza

Cannabis, il referendum
è veramente utile?

Il Referendum sulla depenalizzazione della Cannabis è veramente utile?

Il Referendum sulla depenalizzazione della Cannabis è veramente utile?

di Stefano Pazienza

Cannabis, il referendum
è veramente utile?

Il Referendum sulla depenalizzazione della Cannabis è veramente utile?

Superato il quorum di 500mila firme necessario per rendere la cannabis legale
quali sono ora i passaggi futuri?

di Stefano Pazienza
5 minuti di lettura

Il referendum sulla depenalizzazione della Cannabis è certamente un’azione referendaria che ha trovato amplissimo riscontro nell’opinione pubblica, raggiungendo le 500.000 firme in poco più di una settimana, anche grazie alla possibilità di firmare da remoto con lo SPID. Salvo sorprese, il quesito sarà quindi sottoposto al vaglio di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale, la quale dovrà valutare se il referendum potrà realmente avere luogo.

Personalmente sono favorevole ad una depenalizzazione e legalizzazione delle cd. “droghe leggere” ed anche ad una rivisitazione dell’intero sistema normativo in materia di stupefacenti, prediligendo politiche di ausilio al dipendente e di riduzione del danno, in luogo delle politiche repressive che hanno tenuto banco negli ultimi 40 anni.

Se il referendum dovesse essere ammesso, certamente andrò a votare “SÌ”, perché lo ritengo comunque uno strumento migliorativo rispetto alla situazione attuale.

Peraltro, il consumo di cannabis è talmente diffuso, non solo tra i giovani, che la società non riesce più a tollerare un sistema di “vizi privati e pubbliche virtù”. Ma anche tante persone che non hanno mai usato cannabis sono perfettamente consapevoli che una legalizzazione delle droghe leggere potrebbe avere effetti positivi, sottraendo un mercato molto remunerativo alle mafie, e riconsegnandolo al circuito della legalità.

Ma è proprio qui che sta la mia perplessità rispetto allo strumento referendario.

Per definizione, il referendum può solo abrogare leggi già esistenti e non crearne di nuove; quindi i quesiti referendari vanno a cancellare la rilevanza penale delle condotte di coltivazione, a punire solo con la sanzione pecuniaria (e non più con il carcere) le condotte di spaccio di lieve entità e ad eliminare la sanzione della sospensione della patente per le situazioni di uso personale.

Per carità, certamente un miglioramento – minimo – rispetto alla condizione attuale, ma che non cambia la situazione generale e, a ben vedere, rischia di andare al di là degli stessi intenti referendari.

Il coltivatore di marjuana per uso personale non sarà più punito per spaccio, ma continuerà ad avere le sanzioni amministrative previste per l’assuntore di stupefacenti. 

Il semplice assuntore continuerà ad avere le sanzioni amministrative oggi esistenti (compresi gli imbarazzanti colloqui psicologici) ad eccezione (ben venga) della sospensione della patente.

Lo spaccio di lieve entità continuerà ad essere penalmente punito (e ad intasare i Tribunali), ma solo con la multa e senza carcere; al contempo, rientrerà in questa depenalizzazione anche tutto lo spaccio di altre sostanze diverse dalla cannabis, perché anche lo spaccio di eroina può essere considerato di “lieve entità”. 

Questo perché vi è un problema di fondo: se leggiamo il Testo Unico sugli stupefacenti ci rendiamo conto che da nessuna parte è specificato di quali “droghe” parliamo, perché l’indicazione puntuale delle sostanze illecite è contenuta nelle cd. “tabelle ministeriali” che il Ministero della Salute aggiorna costantemente, anche per far rientrare tutte le sostanze droganti di tipo sintetico che vengono costantemente inventate e messe sul mercato, come sa benissimo chi ha seguito la saga dei film “Smetto quando voglio”.

Ebbene, il referendum può abrogare soltanto le “leggi” e non i regolamenti ministeriali, quindi le modifiche al Testo Unico che verranno proposte devono necessariamente coprire a tappetto tutti gli stupefacenti e non possono invece toccare chirurgicamente solo le condotte relative alla cannabis.

Detto altrimenti, in caso di vittoria referendaria sarà permessa anche la coltivazione (sempre per uso personale) di altri stupefacenti quali cocaina o papavero da oppio.

Chiariamoci, non è colpa dei comitati promotori del referendum, ma è proprio lo strumento referendario a mal conciliarsi con le esigenze di legalizzazione delle droghe leggere.

La proposta di referendum colma una latitanza politica che dura ormai da vent’anni, con la maggior parte dei partiti teoricamente a favore della legalizzazione che non si è mai presa la briga di sostenere politicamente una riforma del sistema (salvo i radicali, da sempre paladini della battaglia).

Ciò che serve, infatti, non è una depenalizzazione, parziale e a macchia di leopardo, di alcune condotte relative agli stupefacenti, ma una politica di legalizzazione e regolamentazione della coltivazione, del commercio e dell’uso della cannabis.

Occorrerebbe una legge in cui la parte di depenalizzazione sia solo l’appendice necessaria di un sistema legislativo che regolamenti la produzione, anche a livello industriale, della canapa (sia quella con potenziale psicotropo sia quella ad uso industriale, oggi mal regolamentata dalla l. nr. 242 del 2016), che ne regoli l’utilizzo, rendendo i prodotti con THC monopolio di stato, al pari dei tabacchi e degli alcoolici e infine che renda perfettamente legale (quindi non punito neanche a livello amministrativo) il semplice consumo di prodotti derivanti dalla canapa (vietando, se del caso, lo svolgimento di attività pericolose, come la guida di autoveicoli quando si è assunto stupefacente).

Solo così riusciremo, come sistema Paese, a cogliere tutti i lati positivi di cui una politica di legalizzazione è foriera: gettito fiscale, derivante dalle entrate del monopolio, controllo sanitario sul prodotto a tutela del consumatore, al pari di quanto avviene con il tabacco; vera sottrazione di mercati alle mafie (credete infatti che non punire il coltivatore per uso personale tocchi in qualche modo il mercato internazionale di stupefacenti?); risparmio di risorse per le forze dell’ordine, che potrebbero concentrarsi nella lotta ad altri e ben più perniciosi stupefacenti; possibilità di investire i soldi derivanti dal gettito fiscale per politiche di prevenzione e dissuasione dall’uso di droghe.

All’Italia non serve soltanto una depenalizzazione, ma serve invece una revisione complessiva del sistema, opera che solo una legge può portare a termine, e non un referendum abrogativo, per quanto migliorativo del sistema esistente. 

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