RAFFINATEZZA DI LINDA DI CHAMOUNIX

di Valerio Tripoli

RAFFINATEZZA DI LINDA DI CHAMOUNIX

di Valerio Tripoli

RAFFINATEZZA DI LINDA DI CHAMOUNIX

di Valerio Tripoli
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L’opera di Donizetti al Teatro dell’Opera di Roma

Sono centotré gli anni che separano questa messa in scena di Linda di Chamounix al Teatro dell’Opera di Roma dalla precedente, il 7 marzo 1903. La cosa non deve stupire: forse, a guardare la storia più e meno recente del Teatro romano, così tanto impegnato nella Rossini e Donizetti renaissance, tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, un posto per la Linda di Chamounix si sarebbe potuto trovare; eppure, stante l’appartenenza dell’opera al genere semiserio (di cui a breve si dirà), complice un libretto che non la rende particolarmente efficace, scenicamente, mettiamo pure qualche «pianeta maligno», che si sarà frapposto fra lei e questo teatro, centotré anni è durato il suo silenzio. Tanto.

L’opera è uno tra gli ultimi esempi di genere semiserio: quello cui appartengono la Nina, ossia La pazza per amore, di Giovanni Paisiello, e le più note, notissime La gazza ladra, di Rossini, e La sonnambula, di Bellini, è un melodramma nel quale convivono, più o meno giustapposti, stili ed elementi tratti dal genere buffo e dal genere serio. È il 1842, Donizetti – con raccomandazione del grande Rossini – riesce ad essere ricevuto in Vienna nientemeno che da Metternich, e compone quest’opera per il teatro di Porta Carinzia.

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Ismael Jordi e Jessica Pratt nel duetto al II Atto dell’opera

Breviter, la trama è questa: in Savoia (una Savoia ancora savoiarda) vive Linda con i genitori, poveri ma affittuari di terreni del marchese di Boisfleury, che brama possedere Linda, che i genitori, per proteggere, fanno fuggire a Parigi. Linda ama, riamata, un giovane che altri non è se non il Visconte Carlo, nipote del marchese, che a Parigi la ospita e la arricchisce, in attesa del matrimonio. A Parigi si ritrovano molti personaggi, ma all’arrivo del padre si annuncia che il Visconte ha sposato una ricca donna: Linda impazzisce, e viene ricondotta a Chamounix. Qui Carlo, il visconte, ritorna per chiarire di aver rifiutato le nozze impostele dalla madre e Linda rinsavisce, nel tripudio finale.

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Christian Van Horn

Librettino, in realtà, impreziosito da qualche verso non troppo ispirato di Gaetano Rossi, che però costruisce un procedere della scena assai lento e con molte soluzioni di continuità: ne risulta un’opera poco efficace, sulla scena, cui solo il cast vocale e l’orchestra possono rendere giustizia a una musica che, invece, è espressione del Donizetti più maturo e consapevole. L’orchestrazione è mirabile, e in pochissimi dettagli è già presente la chiave di lettura per comprenderne le eccellenze: su tutti, spicca il trattamento riservato al clarinetto e ai corni, come pure ai contrabbassi, che però non sono ancora così sfarzosamente spiegati come saranno di lì a pochi anni, nella pregevolissima Maria di Rohan.

Ribellandoci agli schemi, non discettiamo dei personaggi maschili in ordine di importanza, bensì di bravura: nel libretto, il prefetto compare quasi alla fine dell’elenco dei personaggi, per una parte riempitiva e, invero, assai poco gratificante; Christian Van Horn, classe ’78, basso-baritono, ha talmente tanti armonici da rendere il suo personaggio più tonante e, vocalmente, più spettacolare fra tutti (insieme, chiaramente, a Linda). È tondo, profondo, scivola verso il basso come ad entrare nella terra, e risale a note altissime, per la sua vocalità, prese con un tuono di voce. Per intenderci: è una voce à la Ildebrando d’Arcangelo, ma più profonda, più spessa, più bella. Insomma, per noi è una felicissima, faustissima scoperta (e Spotify ci suggerisce di udirlo in Wagner, quindi quale diletto maggiore?).

A seguire sta Bruno De Simone, il marchese di Boisfleury, dalla voce potente che supera l’orchestra e gli altri, in scena, e giunge sicura nella sala teatrale. Presenza scenica favorita dalla sua parte, coloritissima, una vera delizia per occhi e timpani.

Roberto De Candia è Antonio, padre di Linda. La sua voce è bella, sebbene non troppo ampia, e finisce per scomparire, se canta con altri, in scena. Ma rimane una bella voce, che il pubblico apprezza alla fine di ogni suo intervento solistico.

Ismael Jordi è un tenore di grazia nella parte del visconte Carlo. Emissione raffinatissima, voce sempre in maschera, lodevole capacità di recitazione. Sembra perfetto, eppure ha talora problemi di intonazione, che invero emergono assai poco, ma che insieme ad una non buona potenza vocale, consegnano la parte di un amante sbiadito, opaco, improbabile per la grande personalità di Linda.

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Jessica Pratt nel III Atto di Linda di Chamounix

Si dica del Pierotto (amico di Linda) di Ketevan Kemoklidze, contralto che rispolvera l’usanza di far cantare a vocalità femminili i ruoli di eroi, amanti o cantori (come in questo caso): non brilla eccessivamente, ma complessivamente sostiene la parte in maniera apprezzabile.

Restano i ruoli minori, non particolarmente brillanti, e Linda. Avevamo udito Jessica Pratt e ci eravamo sperticati di ammirazioni nell’aprile 2015, in quella deliziosa Lucia di Lammermoor diretta da Roberto Abbado. Ritroviamo una Jessica Pratt parimenti lodevole, in una parte meno colossale (come è quella di Lucia), ma pur sempre alle prese con una pazzia, sia pur assai più moderata di quella. Non vogliamo ripeterci, per non apparire troppo mielosi; si dica solo: poteva far meglio nella famosissima cavatina, «O luca di quest’anima» (ma forse le aspettative erano viziate dall’ascolto di tutte le grandi dive che hanno cantato quest’aria), poteva emettere i suoni centrali con miglior lena, ma gli acuti…signori, sugli acuti basta andare in teatro e letteralmente trasalire ad ogni emissione, sicura, forte, guizzante.

Il Coro è come sempre impeccabile, diretto da Roberto Gabbiani. Questa frase, davvero, possiamo prenderla e incollarla in ogni articolo che dedichiamo a messinscene dell’Opera di Roma, tanto è certa la ottimale esecuzione del Coro.

Sull’orchestra, diretta da Riccardo Frizza – dai tempi autenticamente donizettiani, finalmente – poche battute: ci è stato rimproverato l’eccessiva severità poco motivata, che abbiamo spesso mostrato nei suoi riguardi; rimandando sommessamente alle argomentazioni in calce a questo articolo di qualche mese fa, fra i commenti finali, diciamo solo che se l’orchestra continua sulla strada intrapresa con Benvenuto Cellini, a marzo, e le ultime opere rappresentate, potrà liberarsi di questa nostra severità. Per adesso resta, non scettica, ma desiderosa di essere smentita.

La regìa di Emilio Sagi è pulitissima, nel senso di semplice, rarefatta, elegante (negli abiti di primo Novecento e nelle luci, calde e chiare), in una, raffinata. E raffinata è tutto questo allestimento in co-produzione con il Gran Teatre del Liceu di Barcellona, di cui a Roma pareva giunta la ‘versione povera’, visto che lì, nel 2011, si erano visti come protagonisti Diana Damrau e Juan Diego Florez: pareva, perché a giudicare dalle registrazioni che esitono in rete, questa romana non ha nulla da inviadiare a quel cast vocale (ad eccezione dello splendido Do di petto di Flores, alla fine dell’aria). Centotré anni sono, sì, tantissimi, ma se tanti ne occorrono per allestire una messinscena così ben fatta, essi non sono passati invano.

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