Radici

di Giulio M. Giglio

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Radici

di Giulio M. Giglio
9 minuti di lettura

Erano le 8.30 di un caldo venerdì di giugno e Roma ovviamente era già in movimento. L’aria era densa di smog a causa del traffico di auto, bus e scooter, la quiete mattutina era interrotta dai clacson e dalle imprecazioni di coloro che erano stati già contagiati dalla malattia che colpisce gli abitanti delle grandi metropoli: la fretta. Le persone si muovevano come degli automi all’interno della metro. Si stava per raggiungere quel ritmo frenetico che contraddistingue ogni giornata della Capitale.
Luca, tranquillo e metodico trentasettenne di Bari, era in quella che definisce la sua “divisa”: camicia, abito e cravatta. Otto anni fa, al suo primo giorno di lavoro in banca furono chiari: “Mai rinunciare alla santa triade: cravatta, abito e camicia. Ogni giorno.
Tra le mani gli altri due oggetti ritenuti essenziali: il suo iphone di ultima generazione e la sua ventiquattrore, che in realtà conteneva ben poco di utile ai fini lavorativi, ma serviva a fare scena. Oltre al suo tablet, comprato per consultare eventuali mail di lavoro e quotazioni in borsa, ma usato in realtà per giocare a CandyCrush, affinché la valigetta non fosse del tutto vuota e tristemente leggera, dopo essersi consultato con sua moglie ci aveva infilato “qualcosa che potesse servire sempre” : un ombrello ed un k-way. Dimenticavano che non erano nel periodo della stagione delle piogge di una città orientale, ma è noto che per i Romani l’arrivo di qualche goccia di pioggia assume una rilevanza ed una pericolosità non lontana da quella dei Monsoni per i Thailandesi.
Nella ventiquattrore vi era anche un romanzo comprato anni fa alla Feltrinelli che, durante un’ottimistica previsione intellettuale, era destinato ad essere letto in metro o a lavoro durante la pausa pranzo ma che in realtà veniva letto al ritmo di un capitolo l’anno.
Infine, sua moglie, che in passato aveva sofferto di crisi ansiose-depressive e si era data allo shopping compulsivo di psicofarmaci, gli aveva messo anche ciò che rimaneva di una confezione di Xanax – “nel caso un giorno dovesse venirti un esaurimento nervoso con tutto questo stress”, aveva detto. Insomma, l’ottimismo era di casa.
Alla scritta “treno in arrivo” si scatenò il panico: tutti si lanciavano il più velocemente possibile verso la fatidica “striscia gialla” vicina ai binari, cercando di indovinare dove si sarebbero fermate le porte del vagone metro, in una simbolica guerra a chi sarebbe salito per primo aggiudicandosi trionfante e raggiante uno dei pochi posti disponibili, spintonandosi tra loro e coinvolgendo cosi inconsapevoli e stupefatti turisti che si chiedevano cosa stesse succedendo.
All’interno del tram Luca era stretto tra un americano extra large con evidenti problemi di sudorazione, una zingara che si preparava a chiedere l’elemosina mostrando supplichevole la sua bambina da sfamare (che però era una neonata paffuta e sorridente) ed un gruppo di ragazzini che molto probabilmente si erano autonomamente concessi una giornata di vacanza dalla scuola ed erano gli unici ad essere attivi e sorridenti in mezzo a tutti coloro che stavano per raggiungere il posto di lavoro rimpiangendo il letto di casa.
Ad un certo punto, uno dei ragazzini decide di condividere con tutti i presenti le sue scelte musicali ed aumenta il volume della musica del suo smartphone. Ecco riecheggiare cosi nel vagone il ritmo reggae, solare e spensierato, della canzone del gruppo salentino Sud Sound System: le radici ca tieni.
Luca sorrise, lui se la ricordava quella canzone, anche se erano passati tanti anni. Sorrise pensando che quei ragazzini la sentivano probabilmente senza conoscere il senso delle parole. Gli venne in mente quando, nei suoi primi anni di lavoro, scendeva in Puglia sempre: durante alcuni weekend, durante le ferie, le vacanze di natale e di pasqua. Perché in Puglia, oltre ai suoi pochi parenti, restavano le sue radici, come amava dire lui ricordando proprio il senso dei versi di quella popolare canzone: “Se non dimentichi mai le tue radici rispetterai anche quelle dei paesi lontani, se non dimentichi mai da dove stai venendo darai più valore alla cultura che hai”.
Quella stessa mattina, durante la pausa pranzo, Luca era ad un bar a chiedere il solito espressino, quando riconobbe, inconfondibile, il “suo” accento. Il ragazzo dall’altra parte del bancone del bar aveva appena fatto cadere una tazzina per terra e si era lasciato andare in un’esclamazione, non certo elegante, in dialetto barese. Sicuramente era convinto che nessuno avrebbe capito.
Luca ne ebbe la conferma quando, intento nel dare spiegazioni sulla sua assenza di colpa per quel piccolo incidente e classificandolo cosi tra le “cose che succedono”, il barista aveva pronunciato la parola “cose” come solo un barese sa e può fare.
Luca sorrise e guardandolo con una sorta di complicità gli chiese:
– Sei di Bari?
– Si – rispose il barista, non poco imbarazzato dopo aver intuito che qualcuno aveva compreso il suo dialetto.
– Anche io. Da quanto tempo vivi a Roma?
– Un anno, solo per lavoro. Ogni mese scendo in Puglia. Non resisto oltre!
Luca uscì dal bar per accendersi la sua consueta sigaretta, con una leggera amarezza proveniente da una domanda che cresceva dentro di lui: “E io da quanto tempo manco dalla mia terra?”. Dopo due rapidi conti stabilì che erano più di due anni che non tornava a Bari.
Roma lo aveva accolto da tanto tempo e qui ormai aveva tutto: una moglie, un figlio di quasi 5 anni, il lavoro, colleghi e nuovi amici.
Ripensò a quelle note musicali, al testo di quella canzone, al valore che aveva un tempo per lui e provò una indescrivibile nostalgia della sua terra.
Gli ultimi anni erano stati caratterizzati da una piacevole monotonia che dava una certa tranquillità alla sua giovane famiglia: oltre al lavoro si concedeva d’inverno qualche weekend in montagna, d’estate qualche weekend a Fregene e inoltre la classica settimana di ferie prenotata sei mesi prima in agenzia viaggi.
Il legame con Bari era sopravvissuto nella metodica chiamata settimanale ai suoi genitori, una coppia che aveva superato i 40 anni di vita matrimoniale insieme e che ora si godeva la pensione.
Ma quella canzone, quel ritmo spensierato, quelle parole insieme al breve dialogo con il barista, avevano suscitato in lui qualcosa. Erano anni che non prendeva una decisione se non ben calcolata e ragionata. Prese il telefono e scrisse un messaggio a sua moglie Claudia, che grazie al part time doveva essere già a casa con suo figlio Francesco, dopo averlo preso dall’asilo: “Oggi cerco di tornare a casa un pò prima. Preparate i trolley: stasera partiamo in Puglia per il weekend!”.
Solo quando ricevette la risposta di sua moglie si rese conto che, preso dall’entusiasmo, era stato eccessivamente sintetico, senza tener conto del fatto che sua moglie non brillava certo per elasticità mentale:
“Cos’hai? Hai preso lo xanax?”gli aveva scritto Claudia. E il punto era che sua moglie non stava scherzando.
Chiarito il malinteso, Luca rientrò a casa e fu accolto subito da Francesco che corse verso di lui “Papà andiamo dai nonni??? Siiii!!!”
Era venerdì sera e uscire da Roma fu la solita impresa. Ad ogni semaforo, in prima linea, c’era una fila di macchine che scaldavano i motori neanche fossero alla pista di Maranello a bordo di una Ferrari. E il verde del semaforo veniva interpretato come il “via” nella Formula uno. Era una gara. Appena scattato il verde nell’arco di qualche attimo, partiva una sinfonia di clacson: le automobili scalpitavano per partire, volevano partecipare alla gara. Francesco si era abituato a tutto ciò e, sin da quando aveva poco più di tre anni, ad ogni semaforo si insinuava tra i due sedili anteriori e osservava attento con i suoi grandi occhioni azzurri. Appena scattava il verde, gridava “Vai papà!”.
Dopo qualche ora arrivarono nella casa dei nonni. Dopo abbracci e annessa commozione da parte della mamma di Luca, si erano messi a tavola.
– Ho preparato solo uno spuntino, mi avete avvertito tardi altrimenti organizzavo qualcosa di speciale – aveva detto sua madre.
Cosi, dopo aver mangiato taralli, mozzarelle, ricotta, prosciutto alla barese, l’immancabile focaccia, orecchiette alle cime di rape e qualche panzerotto alla cipolla, venne il momento di darsi la buonanotte.
Il giorno dopo Luca decide di far vedere la sua città a Francesco: l’ultima volta era troppo piccolo. I tre si rimettono in macchina e girano tra il porto, la cattedrale di Bari, la città vecchia. Ad ogni semaforo Francesco prova a fare il suo consueto gioco ma resta deluso. Allo scattare del verde c’è chi non parte perché impegnato al telefono, chi sta scambiando due parole dal finestrino con qualcuno sul marciapiede, chi si fuma una sigaretta. E se si suona il clacson, per ricordargli che è scattato il verde, ti fanno un gesto con la mano come a dire “Con calma!”.
Luca decide di andare in un paese li vicino dove può portare Claudia e Francesco in un ristorante tipico e poi, finalmente, al mare. Lui in quel paese ci ha praticamente passato ogni estate quando era, prima liceale e poi studente universitario.
C’era traffico ma non tanto per il numero delle auto, quanto perché si procedeva molto lentamente, in una sorta di “passeggiata in macchina” che assomigliava più ad una sfilata. Luca spiegò a Claudia e Francesco – il quale ascoltava le parole del papà come se gli stesse raccontando una fiaba – che, essendo un sabato d’estate, i ragazzi e le ragazze ben vestiti sfilavano con gli occhialoni da sole e lo stereo ad alto volume, diretti verso il bar per un caffè o un aperitivo prima di farsi “un altro giro”, rigorosamente in macchina e rigorosamente lungo l’affollato corso del paese.
I clacson suonavano frequenti e rumorosi e Claudia chiese se c’era un matrimonio o se qualcuno avesse fretta.
– Semplicemente si conoscono tutti e si salutano dalle auto – rispose Luca.
Durante il tragitto, quando incrociavano una macchina, spesso c’era chi, dopo il classico suono di clacson, rivolgeva un cenno a Luca: erano conoscenti dei genitori, suoi vecchi amici, colleghi di università oltre agli immancabili amici di amici. A volte si fermavano a parlare dai finestrini:
– Luca sei tornato! Che bella famiglia! Mettiti in doppia fila che vi offro un caffè! La vuoi la focaccia bimbo? A Roma non la mangi! E’ una cosa mondiale! Luca gli hai fatto mangiare il panzerotto?
Luca era felice, Claudia stava abbandonando la tensione e la rigidità che l’accompagnavano spesso, e Francesco era raggiante ed entusiasta.
A pranzo mangiarono riso patate e cozze e Claudia si fece spiegare la ricetta dalla cuoca.


Poi, finalmente, ecco il mare. Francesco, che non lo vedeva spesso e si era abituato a Fregene, si lanciò subito verso la riva accompagnato dalla mamma, non prima di aver esclamato “Papà ma è trasparente come una grande piscina!”.

Luca guardò sua moglie e suo figlio farsi il bagno sorridenti e si sentì innamorato e fortunato allo stesso tempo. Poi si stese al sole con un sorriso pensando che poco tempo prima aveva letto che la sua banca si sarebbe espansa anche in Puglia aprendo presto li tre sedi.
“Si può sempre chiedere un trasferimento” pensò . “Si può sempre cambiare vita.”
Poi si mise le cuffie del suo ipod e chiuse gli occhi: “se nu te scerri mai de le radici ca tieni…. se non dimentichi mai le tue radici..

FINE

Di Giulio Giglio.

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