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Iniziò tutto chiaramente, come in sogno. Sapevo dov’ero, cosa stavo facendo, dove stavo andando.

Non andavo ancora da nessuna parte, ero sul mio letto, immerso in una penombra dolce, donatami dalla notte, un lampione ed una luce al led, di colore acquoso e cangiante. Fui in strada in un attimo, la giornata iniziò con la fine del giorno, e con il ricordo del pianto lontano e vano di mia madre: parlava di distruzione fra I singhiozzi ed il muco, troppo repentinamente conscia della minutezza umana. Ma io non potei ascoltare, quattro voci d’angelo brillavano nelle mie orecchie, depurandomi il cuore in cerca d’Aiuto!

Cammino fra viali figli d’un passato giovane ed una sorte morta, ricchi di volti ripetenti la stessa canzonatura: «tuoi se vuoi»

Temendo d’aver perso ogni ragione ed ogni torto, non perdo la fame ed azzanno carne turca mentre bevo frullato.

Come in un sogno, il pensiero iniziò ad incresparsi ed il suo biondo volto mi appariva di fronte com’era tanti anni fa dicendole io «il sapore ti ancora alla terra, il gusto giusto è come la parola giusta, ma più buono». Mi manca il suo cortile, era verde e sperduto, ninfatico ed incestuoso; al crepuscolo s’ animava di creature strane, grottesche ed affascinanti nelle loro movenze perverse.

Torno desto ed il sole cozza il vetro dei miei occhi: come in sogno, ora tutto relativizza. Giungo dinanzi alla tomba profonda d’un concorrente di Cristo, chiusa per pranzo e cambio obbiettivo, tu insisti il mio passo tenace al mio fianco, io ti osservo e sorrido, bella come nel mio letto. Giungemmo alla Verità scolpita, ma tutto l’Oriente l’affollava, cosi restammo in salita ad ammirare I secoli scivolare, rumorosi od in silenzio fra I pini, come in un ballo dissennato. Ti conobbi in un attimo e già velavi via su canali ipercompiuti.

Ricordo ora un viaggio in salita, infuso d’ocra, e violente battaglie di scherma fra nani; ammiro il mio volto soddisfatto scorrere sull’acqua increspata dal ponente ed una gatta sussurrante ed implicita, con occhi verde languido, mi trascina via dalla giovinezza con vigore.

Tramai infiniti assalti ed imboscate senza attuarli, dedico quindi ora misero il saluto alla migliore offerta, senz’anima e senza corpo quasi.

Hai toccato la mia mente nascente troppo presto, senza pietà o scopo, ed io non posso avere vendetta su di te senza averla su me stesso; tu sei la roccia che devia il fiume, venendone consumata.

Come in sogno tutto sfuma, passando dalla cucina avverto un odore, e poi un altro ancora, ed una moltitudine incostante di oggetti… Quanta realtà! Mi rifugio in un circo musicale di cabalisti, le sinfonie sono la dodicesima e la trentacinquesima, non ci si può sbagliare.

Ogni sera inizia con il primo raggio avvilito della luna, memoria sfregiata d’un ultimo sacrificio d’amore, continuando fra sapori paranoidi e vapore tenue, ogni alfabeto perde significanza.

La mia eterna veglia finisce fra visioni stanche e trepida attesa d’un giorno nuovo, senza riposo o pace.

Tremante mi avvicinai alla culla delle mie ambizioni, scorgendone una piccola, fragile e luminosa come Venere visto dalla terra, quella definitiva: in quell’ora rovente vidi te la prima volta, ed eri viva! Eccoti ora, mio ponte, mia freccia.

So che un giorno salirò la collina delle fragole, fuori stagione, seguendo le risonanze del cielo sorgenti dalle mani d’un vecchio negro, sino al sepolcro vuoto dell’Immaginatore.

So che come in sogno, tutto ricomincia, inflessibile e solerte, pronto ad essere errato ancora. Ancora. Ancora.

Oggi sei tornata, tu, tormentatrice della mia buona fede, del mio orgoglio, del mio coraggio.

Oggi mi hai costretto, persecutrice infallibile, a perdere la mia sfida nella tua oscurità.

Essendo qui non esisto, sale vuote, gente vuota, io pieno, di rancore, lacrime inespresse e parole sprecate.

Sperando qui non ho speranza, la pietra spacca la punta e l’umidità marcisce le corde.

Di nuovo m’incamminai, a momenti sarò giunto nella città che anelo, invisibile e a malapena terrestre, rubata dal mare con la forza del vento… Eccola lì! Piena di atei religiosi, allucinati e sottomarini, a volte gialli a volte neri, a seconda della disgrazia di turno.

La foce tumula nel mare insieme ai miei ricordi; vedo un amico, a volte falso a volte onesto, a volte generoso a volte avido, dal carattere vario e mutevole come il sapore di questi preziosi licheni.

Torna ora il fumido presente ad appannarmi la vista, non lo comprendo e passo oltre, ma lui no ed insieme ad un passato crudele s’ accorda per l’assassinio d’un gracile futuro.

Ebbi sete e la placai con un esplosivo dal sapore di liquirizia.

 

Copertina di Claudia Ambrosini, all rigths reserved

di Francesco Sperlì, all rights reserved

Racconto nuovo di vecchie cose ultima modifica: 2017-06-30T12:24:23+00:00 da Francesco Sperlì
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