Petrolio

di Redazione The Freak

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“Ciao”, mi dice. “Mi chiamo Giulia.”

Giulia. È sempre stato il mio nome preferito, penso. Un suono dolce, che non ti stanca mai. Capelli neri ondulati le incorniciano il volto che forse è troppo ovale. La fronte spaziosa lascia ancora di più scorgere gli occhi verdi. Verde petrolio, un verde che mi colpisce. Resto a fissarli per molto. Sembra che dentro quegli occhi ci sia il mondo, la profondità di un istante.

“Stefano”, le rispondo.

Le porgo la mano. Ha una pelle liscia, morbida. Vorrei continuare a tenerle la mano per un’eternità, ma lei la ritrae.

“Andiamocene da qui. Si sente puzza di fumo, non credi?”

Mi alzo, poso una banconota da dieci euro sul tavolo e mi allontano con lei. Il mare oggi a Palermo è calmo. Si sentono solo i suoi sussurri , solo il suo dolce bisbigliare. Giulia si siede sulla sabbia, io non lo farei mai. Ho il completo buono, oggi. Alle 18 ho un colloquio di lavoro e non ci posso andare sporco. Mi fa cenno con la mano di sedermi. Mi sorride ed io a quegli occhi non ho mai saputo resistere.

“Che bella l’acqua – mi dice – la vedi? Così silenziosa. Calma, necessaria, inestimabile, buona. Non fa mai male.”

“Beh… No – rispondo – pensa ai maremoti, alle inondazioni, pensa… L’acqua ti tradisce a volte.”

“Come siamo ottimisti, Stefano!”

Ride. Ha i denti bianchi come una perla. Le labbra sottili, ma rosse. Rosso porpora. Le campane della chiesa accanto ridondano. La messa delle 17 è terminata e le prime signore vestite di scuro iniziano ad uscire. È tardi, devo andare.

“Ciao Giulia, devo andare. Mi ha fatto piacere stare con te… Ma… Davvero, scusa… Ho un colloquio e…”

“Tranquillo, capisco. Anche io devo andare, adesso.”

Ed ora? Rimaniamo fermi a fissarci. Chissà cosa starà pensando.

“Allora ciao…”

Raccoglie da terra la borsa verde. Solo ora mi accorgo che la borsa è in tinta con la sciarpa. E la sciarpa con il frontino. Il frontino con il verde dei suoi occhi. Mi faccio forza, ora o mai più – penso.

“Se magari mi dai il tuo numero di cellulare… Non lo so, ci possiamo sentire… Sempre se ti va. Io però non ho il cellulare… Cioè, è scarico e…”

Annuisce. Dalla borsa sfila una penna, prende la mia mano. E sembra di stare in quelle scene di film romantici americani. Eppure, strano ma vero, sta succedendo a me. Quel giorno ho cercato di non toccare nulla con la mano destra, di non sudare, di non lavarmi le mani finché non fossi arrivato a casa.

La storia fra me e Giulia sembrava un amore normale, un amore ordinario. Un amore di quelli che ti capita una volta nella vita e pensi che durerà per sempre. Io ero innamorato di lei, lei di me. Giulia non parlava mai durante le nostre uscite, io ero un’esplosione di energia. Le raccontavo le mie giornate, i problemi con il capo, il mio lavoro al call center… Cercavo il suo sguardo, il suo verde. Cercavo di rubarle un bacio, di toccare la sua pelle, di sentirla un po’ più mia. Ma lei sfuggiva. Come quando era piccola e cercava di sfuggire alle botte del padre, o alle urla di sua madre. Era abituata e alla fine ci era riuscita. Per un anno io e Giulia siamo stati come altre milioni di coppie che pensano di essere uniche e di amarsi immensamente.

È un giorno di agosto quando Giulia bussa alla mia porta. Le apro. Ha gli occhi che sembrano un oceano, un immenso oceano. Singhiozza, non riesce a tenersi in piedi. La stringo fra le mie braccia, sento il suo dolore. Lo sento, sento i suoi singhiozzi, sento le sue lacrime bagnarmi la camicia.

“Avevi ragione quando quella volta mi dicesti che l’acqua non sempre è così bella come sembra… Pensa alle lacrime.”

Le sorrido. Dopo un anno lei si ricorda ancora le mie parole. La porto in salotto. La faccio sedere sul divano bianco che ormai bianco non è più. Macchie di caffè, strappi, per giunta una macchia di salsa al peperoncino di quando Giulia mi preparò il suo famoso pesce.

“È ritornato mio padre”, mi dice. “È ritornato ieri sera. Ha bussato e l’ho visto. Dopo dieci anni, non mi ricordavo più il suo viso, più niente di lui. Nemmeno la sua voce.”

È la prima volta che Giulia nomina suo padre. Parla così poco della sua vita… Perché dice che ormai la sua, di vita, sono io. E allora non ha senso parlare del passato. Sapevo solo che era un uomo violento. L’ho capito da solo. Da quando ricorreva la giornata contro la violenza sulle donne, quel giorno di novembre, e Giulia era la prima a manifestare in piazza con il suo capottino rosso. O da quando scoppiò a piangere vedendo Forrest Gump, la storia di Jenny. Non so che risponderle. Vorrei solo dirle che io ci sono, che le sarò accanto e che se vuole può venire a vivere qui, così suo padre non la potrà importunare più.

“Ha detto che gli mancavo, che si era reso conto che era stato un cattivo padre con me… E…”

Scoppia di nuovo in lacrime. Mi abbraccia. Mi stringe. È strano perché non mi ha mai abbracciato così forte. Si addormenta. Quando si risveglia è più calma. E mi racconta tutto ciò che ha tenuto per lei in un anno. Tutto ciò che l’ha fatta diventare la bellezza che è ora. Mi racconta della madre, di quando l’aveva abbandonata, di quando era uscita per compare il latte e non era più tornata. Di quando il padre era impazzito, si era girato Roma in macchina per quattro giorni, tutte le caserme dei carabinieri, di quando era arrivata quella maledetta lettera. Quell’inchiostro nero, la grafia di sua madre che aveva scelto di cambiare vita, di cominciare ad essere felice. E poi di suo padre. Della paura di tornare a casa dopo scuola, delle sue botte, dei lividi e delle maglie sempre con le maniche lunghe. Mi vomita il suo dolore ed io lo faccio mio. Sono mitraglie le sue parole, fanno male solo a sentirle. E poi finalmente la sua maggiore età e la sua partenza. Via da tutto, da tutti. Si è trasferita a Palermo per il mare, perché qui avrebbe potuto ricominciare da capo come le onde. Ma forse questo il padre non l’ha capito.

“Starà qui solo per due giorni. È in un albergo sul mare. Domani vado a salutarlo, rivederlo mi ha fatto male”, mi dice.

La accompagno a casa; il suo capottino rosso scompare nell’androne del portone. E penso che io la amo, la amo veramente. Forse come non ho mai amato nessuno. Mi sento ancorato a lei, alla convinzione che non posso essere felice senza la sua voce, senza i suoi baci. È diventata una dipendenza. Il giorno dopo Giulia non si fa sentire. Le mando più di un messaggio, la chiamo, ma niente… Sembra scomparsa nel nulla. Mi sembra di ricordare il nome dell’albergo dove soggiorna suo padre e vorrei andare a cercarla lì. Fermo la macchina a pochi metri dall′hotel, e noto il suo motorino parcheggiato lì dinnanzi. L’ho trovata! Chiedo in reception con il cognome di Giulia. Mi dicono che non c’è nessun “Rossi”. Ma, insomma, Giulia di cognome fa Rossi, io ne sono sicuro. E poi mi ritorna in mente di quel giorno in cui scherzando sulla sua espressione nella foto del passaporto, invece di Rossi vidi un altro cognome. E mi rendo conto che Giulia non la conosco poi così tanto come pensavo. Mi aveva detto di chiamarsi Rossi, perché si vergognava di avere qualcosa in comune con il padre. Ma quando vedo un signore canuto nella hall, mi rendo conto che hanno molto di più di un cognome in comune. Gli occhi verdi, verdi petrolio. La fronte spaziosa e la pelle bianca. Sono identici. Scorgo sul divano di fronte la mia Giulia. Non so che fare.. Avvicinarmi? E se poi pecco di indiscrezione?

Ma ancora prima di poter capire quale fosse la cosa migliore, mi sento chiamare. Nella hall rimbomba il mio nome, pronunciato dalla sua soave voce. Mi avvicino, la saluto, mi stringe. E ancora il suo dolore penetra nella mia pelle. Il padre si alza e con aria di sufficienza mi stringe la mano. È un signore sulla sessantina, di corporatura abbastanza possente, alto; un cappotto nero mette in risalto la barba ed i capelli bianchi. Ha una sguardo triste, lo sguardo di uno che sta perdendo qualcosa, qualcuno.

“Portami via”, mi dice Giulia.

E lo faccio, la porto via con me. Saluto quel signore che mi ricorda tanto il suo viso ed usciamo dall’hotel con la sua mano nella mia. Facciamo una passeggiata sul lungo mare. Questa volta, però, il mare è adirato e tocca la sabbia con tutta la sua forza.

“Sta per morire. Un tumore”, mi dice.

Lei continua a camminare, io mi blocco.

“È venuto qui per rovinarmi la vita. Per farmi sentire in colpa. Perché per dieci anni non è stato più mio padre, per dieci anni sono stata io ad allontanarlo. E mi vuole riempire di rimorsi, di rimpianti, di diverbi dentro di me. E ci riesce, Stefano… Ed ho paura.”

Ed anche io ho paura. Ma non te lo dico, Giulia, perché ora più che mai hai bisogno di ancorarti su di me. Ma ho paura della morte, non mia, ma degli altri. Perché perdere i genitori all’età di cinque anni non è cosa semplice. Non trovarseli più da un momento all’altro e diventare uomo senza aver completato quel puzzle sul tavolo non è cosa semplice. Avrei voluto fermare il tempo e finirlo, dare una forma, un senso a quei pezzetti. Eppure… Ho trent’anni e sono ancora qui. Cercando le giuste corrispondenze.

Mi chiede come fare. Le rispondo che il “come” si ricava con il tempo, giorno dopo giorno, istante dopo istante. Mi chiede perché. Le rispondo che Dio la vuole mettere di nuovo alla prova. Mi dice che se ne vuole andare. Le rispondo che scappare dai problemi non la renderà più forte.

Ritorniamo dentro ed il padre è ancora lì.

Si avvicina, prende la mano di Giulia. “Perdonami. Ero fragile. Ero arrabbiato…”

“Non ci si arrabbia con i bambini, papà. I lividi sono passati. Ma le notti insonni, la paura di tornare a casa, il tormento di aver perso una madre e di dover espiare le sue colpe no.”

“Giulia, ho bisogno di te…”

Sono passati tre anni. Il tumore ha divorato un’altra vita. Ha straziato un’altra anima. E Giulia è lì, di fronte a suo padre che è diventato solo un mazzo di fiori e una fototessera rovinata dalla pioggia. Io la aspetto in macchina. Il ticchettio della pioggia mi mette tranquillità, meglio così. Giulia ha bisogno di tempo. Veniamo molto spesso a salutare suo padre. Lei passa le ore davanti ai girasoli. Chissà cosa pensa, cosa dice. So solo che ha perdonato. Che ha dimostrato ancora una volta la sua forza, la forza che può contraddistinguere solo una donna. Ha saputo non rifare lo stesso errore, ha deciso di non continuare quella faida infinita, di metterci un punto anche se difficile. Ha cercato di comprendere il padre, ha saputo cogliere le sue debolezze. Giulia c’è stata, fino al suo ultimo respiro. Fino a quando il padre per la prima volta le avrebbe detto “‘ti voglio bene” e Giulia per l’ultima avrebbe risposto “anche io”.

Sale in macchina. Mi sorride,p rende la mia mano e la pone sul suo pancione. E provo la stessa sensazione di quattro anni fa al bar, perso nei suoi occhi. Già sapevo che non avrei saputo resistere al suo verde. Vedo in lei il mondo, la sicurezza e la soluzione che cercavo da tempo. Il puzzle l’ho completato o forse sono quasi alla fine. Mi sento uomo, con tutte le mie debolezze e le mie paure. E mi rendo conto che sono proprio quelle debolezze e quelle paure che io ho cercato di soffocare a farmi uomo.

Di Giada Giglio

Giada Giglio frequenta il IV anno di liceo classico a Terlizzi (Ba). Ha una particolare propensione per le materie umanistiche. Il suo sogno è quello di poter diventare giudice. Crede in un mondo più coerente e più giusto. Le piace scrivere da quando era piccola, perché pensa che non ci sia arma più forte dell’inchiostro, e speranza più sincera del bianco di un foglio.

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