Racconti – Mi sento fortunato

di Redazione The Freak

Racconti – Mi sento fortunato

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Racconti – Mi sento fortunato

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11 minuti di lettura

Era successo di nuovo. Matteo aveva pensato di non aver bisogno del carrello, e adesso si ritrovava in fila alla cassa del supermercato, tentando di tenere in equilibrio i croccantini del gatto, due pacchi di caffè in offerta, il dentifricio, una confezione di fette biscottate e lo spray per pulire le superfici in acciaio della sua nuova cucina Ikea.

La cassiera non sembrava intimorita dalla coda di persone che aumentava a vista d’occhio, e passava i codici a barre sul lettore ottico con una flemma sfiduciata, nonostante la giovane età e una pallida armonia nei lineamenti. La targhetta, appesa di sbieco sul camice verde smeraldo, recitava “Emma”.

Di fronte a lui, una giovane mamma era palesemente in difficoltà nel gestire il piccolo che piangeva. Sembrava che, nel ricatto psicologico insito nelle lacrime, avesse diretto le proprie attenzioni verso un pupazzetto colorato, con gli addominali scolpiti, gli occhi rossi, e una coda viscida. Un capriccio bello e buono, ma espresso con tale veemenza che la madre, sconfitta, non ebbe la forza di contrastare. Prese la confezione infilata tra il burro cacao e le lamette da barba, e la sbatté nel carrello. Nell’accucciarsi, i jeans lasciarono scoperta la parte superiore di un perizoma rosso. «No, non lo faccia», disse Matteo.

La madre si voltò, non si capiva se fosse più stupita o stizzita: «Prego?»

Il bambino, magicamente, annusò la tensione: smise di piangere. «Non ceda. Lo so che è difficile, ma deve farcela.

Così la dà vinta non solo a lui, che imparerà che piangendo potrà sempre ottenere ciò che vuole, ma anche alla grande distribuzione dei supermercati. » La signora lo fissava attonita. Ci mancava questo saputello del cazzo, oggi. «Dico davvero. È sempre meglio evitare i prodotti esposti vicino alla cassa: costano più di quanto dovrebbero e costituiscono l’estrema tentazione mentre si aspetta, annoiati, il proprio turno per pagare.» «Senti bello, non è giornata.» «Ma è un tranello», insistette Matteo. «Non me ne frega niente.

Gli avrei dato anche il Napalm pur di farlo smettere.» La cassiera Emma ruppe quell’idilliaco momento. «Signora, prego.» La gente dietro cominciò a protestare. La signora mise le poche cose che aveva comprato sul nastro della cassa. C’era anche una crema per lei, quella che in pubblicità sponsorizzavano con lo slogan “La cellulite è una malattia”. Gli lanciò un’ultima occhiata, occhiata che non trapelava odio, né rancore. Solo tanta solitudine. Improvvisamente, Matteo capì che tutte le tecniche che aveva imparato su come non farsi fregare in un supermercato, erano inutili. Bastavano un ragazzino, due lacrime e una mamma troppo stanca per dire “no”. Fuori dal negozio le macchine schiaffeggiavano le pozzanghere, incuranti dei passeggeri.

Matteo si fermò un attimo sulla soglia, per rimettere il resto nel portafogli. Una cosa però attrasse la sua attenzione: una vistosa scritta blu spiccava sul retro della banconota verdognola da 5 euro.

Diceva: Maiore forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam.

Rimuginò su quelle parole mentre tornava a casa, senza fretta e senza ombrello, e con i 5 euro in mano. Le reminiscenze del liceo classico lo avevano aiutato: il senso generale della frase gli era chiaro, anche se non sapeva assolutamente a chi si riferisse, e soprattutto non comprendeva perché qualcuno si fosse preso la briga di trascriverla su una banconota (al posto di un più classico “Forza Roma” o “Viva la fica”).

Arrivato a casa, accese subito il PC, solo dopo tolse le scarpe e il k-way. Abbandonò la busta della spesa sopra il tavolo. Il gatto, con un balzo, andò a perlustrarla. Google, la grande memoria collettiva, lo avrebbe aiutato. Scrisse la frase, premette Invio e attese un attimo prima che la sfilza di risultati blu gli rendesse tutto più chiaro: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

Numerosi siti di aforismi attribuivano la frase a Giordano Bruno, e Wikipedia addirittura riportava il giorno esatto in cui fu pronunciata: l’8 febbraio del 1600, giorno in cui, appunto, gli fu letta la condanna a morte per eresia da parte dell’Inquisizione della Chiesa romana. “Ok, quindi??” La curiosità incalzava. Tornò nuovamente sul motore di ricerca, pensando di scrivere qualcosa tipo “giordano bruno + 5 euro” (aveva imparato che per Google nessuna associazione è troppo ardita), ma ebbe un’altra, improvvisa illuminazione. Scrisse di nuovo la frase e invece di cliccare su Cerca, spinse il pulsante accanto, quel Mi sento fortunato che tante volte aveva notato ma che non aveva mai utilizzato, forse credendo di non meritare le attenzioni della dea bendata digitale. Stavolta, era diverso.

Ormai sembrava un gioco, un enigma da risolvere. Qualche decimo di secondo, e si aprì il sito. Una grande foto a tutto schermo della statua di Giordano Bruno a Piazza di Campo de’ Fiori, si stagliava contro il limpido cielo romano.

La frase della banconota era impressa a caratteri antichi. Sotto, c’era un’altra scritta: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile” (San Francesco d’Assisi).

Cosa c’entrasse Giordano Bruno con San Francesco, Matteo non riusciva a capirlo. Ma non era tutto: solo dopo un po’ che rifletteva su quelle parole, si accorse che in basso, scritte più in piccolo, c’erano delle istruzioni:

“Il destino ti ha scelto. Se non hai intenzione di metterti in gioco, non entrare. Se non credi al destino, spendi quei 5 euro e continua la tua vita. Se invece sei pronto a cambiarla, la tua vita, immetti qui il numero di matrice della tua banconota”.

Matteo prese i 5 euro e li guardò, la matrice era stampato in un vivido inchiostro nero, nonostante il resto del foglietto fosse abbastanza usurato. L’affare si faceva sempre più surreale; gli sembrava di vivere in uno di quei racconti che solleticano la fantasia degli adolescenti con avvincenti cacce al tesoro. Doveva ripassare per l’esame di Sociologia, fare almeno una lavatrice e richiamare quell’amico di un amico che gli aveva proposto la possibilità di un lavoro part-time come cameriere. Ma sembrava che quella giornata avesse altri programmi. “M17925748897”. Invio. La pagina che si aprì era spartana, essenziale. Del testo in nero, dalla formattazione disomogenea. Lo sfondo di un marroncino chiaro senza alcun appeal estetico. Matteo cominciò a leggere.

Giordano Bruno fu arso in Campo de’ Fiori come eretico. In Suo onore abbiamo organizzato la nostra manifestazione e sotto la Sua statua celebreremo la nostra redenzione. Francesco d’Assisi, oggi Santo e Patrono d’Italia, fu a Suo modo un eretico, rinunciando ad ogni bene materiale sulla pubblica piazza. Noi seguiremo il Suo esempio, ma laicamente e senza liturgie imposte. Se la religione dei nostri tempi è il consumismo, noi saremo gli eretici del Terzo Millennio. Ci spoglieremo dei nostri superflui beni materiali, per intraprendere una Via alternativa, di riflessione, di “spoliazione”, di purezza. “Eresia” significa “scelta”. Noi ne faremo una radicale, senza appello. Lo faremo alla mezzanotte di sabato 28 aprile 2012”.

Tutto qua: nessun nome, nessuna ulteriore informazione. Solo un appuntamento in un sabato sera di lì a tre giorni, e Matteo si chiedeva cosa avessero intenzione di fare in una delle piazze più frequentate delle notti romane, di sabato sera, in piena primavera. La mattina di sabato 28 aprile si svegliò sotto i tacchi frettolosi degli inquilini del piano di sopra. Sembrava che si preparassero per qualcosa di importante: un matrimonio, forse, o un battesimo. Stirandosi nel letto, immaginò la signora Liliana indossare un vestito leggero. La vedeva specchiarsi insoddisfatta, passare una mano distratta sui capelli ricci, come se il problema fosse la pettinatura e non un corpo perfettamente fedele ai suoi sessantacinque anni di vita.

Il signor Luigi, invece, era invecchiato con dignità e probabilmente ora stava indossando l’orologio buono, che avrebbe nascosto sotto il candido polsino della camicia, perfettamente stirata dalla moglie. Si alzò con gli occhi ancora non completamente a fuoco, cercando di evitare l’intralcio delle moine del gatto. Mentre beveva il caffè, controllò il calendario. Il numero 28 era evidenziato da un cerchio rosso. Raccolse con il cucchiaino lo zucchero depositato sul fondo della tazzina e si guardò intorno. Le candele profumate, le bottiglie di vino stipate ordinatamente per serate di festa che raramente si presentavano, le calamite appese al frigo comprate in posti in cui aveva sognato di trasferirsi e che avevano lasciato traccia solo in qualche souvenir un po’ kitsch. Sulla scrivania gli avvisi di pagamento del condominio, e un paio di curricula che sembravano non interessare a nessuno.

Sentì la porta dei vicini sbattere, e i tacchi del dì di festa allontanarsi verso un pranzo in qualche agriturismo dozzinale. Matteo rimase ad ascoltare il silenzio di una vita senza una suocera che lo invitasse a pranzo, senza un capo che lo chiamasse per uno straordinario, senza un amico che non avesse da fare un giro al centro commerciale con la propria futura moglie. Era una serata fredda, per essere quasi finto Aprile. Aveva anche piovuto, dopo pranzo, e ora i sanpietrini di Campo de’ Fiori erano brillanti come l’ossidiana.

Goccioline brillanti rigavano il bronzo della statua centrale. Matteo si mimetizzò per un po’ in uno dei locali al bordo della piazza, sopportando faticosamente le spallate di inglesi già ubriachi. Il mojito da 10 euro che aveva in mano si era rivelata una scelta sbagliata, visto il clima: le dita delle mani gli si erano gelate. Sedette su un divanetto scomodo, mentre senza alcun pudore accanto a lui tre ragazzine discutevano animatamente di innocue futilità. Matteo per un po’ sbirciò i leggins di una delle tre, che non avevano alcuna intenzione di mascherare la femminilità appena sbocciata.

Poi, annoiato, si addormentò. Fu svegliato dal rumore della folla. Urla, fischi, risate. Pensò alla solita rissa, poi guardò l’ora. Era mezzanotte precisa. Si alzò di scatto. Stavolta era lui a farsi largo a spallate tra la gente assuefatta al contatto fisico. Quasi tutti con un bicchiere in mano, si erano disposti in cerchio, come se la statua di Giordano Bruno fosse il centro di una giostra.

Ai piedi della statua, con gli occhi rivolti in alto, verso il volto coperto dal mantello, c’erano due ragazzi, un uomo e una donna. Di fronte a loro, un fuoco appiccato con qualche foglio di giornale. Senza mai guardarsi, eseguivano contemporaneamente i loro lenti movimenti. Tra le risa sguaiate degli astanti, svuotarono le tasche, gettando telefonini, chiavi e soldi tra le fiamme. Poi cominciarono a togliere i vestiti.

Le magliette diedero nuova linfa al falò, una lingua di fuoco illuminò prepotentemente i loro volti risoluti. Dopo le scarpe, fu la volta dei pantaloni. Fischi maliziosi si alzarono dalla massa. I jeans, a contatto con le fiamme, annerirono velocemente, fino a sgretolarsi. A quel punto, scalzi e in mutande, si strinsero la mano. Matteo, che fino a quel momento aveva assistito alla scena in silenzio, fece un passo avanti.

Poi un altro. I presenti ammutolirono per un istante, guardandolo, e ricominciarono a sghignazzare quando capirono che lo spettacolo non era finito. I due ragazzi seminudi lo osservavano arrivare. Tra gli “olè” di scherno della folla, anche Matteo rimase in boxer. Prese per mano la ragazza e assunse la stessa, impassibile espressione del viso. Due vigili urbani irruppero ad interrompere lo spettacolo: «Ah regà, si nun lo reggete nun ve lo bevete er vino!»

Misero una coperta attorno alla ragazza, mentre uno di loro tentava di spegnere il fuoco con la suola dello stivale. Li portarono verso la Punto della Polizia Municipale.

La folla, che ora aveva qualcosa di cui parlare per il resto della serata, tornò a sparpagliarsi.    

di Riccardo Staroccia, II classificato, Sez. Racconti; All rights reserved

Nota biografica dell’autore

 Riccardo Staroccia nasce 30 anni fa a Tivoli, città d’arte a cavallo tra l’estrema periferia romana el’inizio della Provincia.

Laureato con lode in Psicologia.

Seppure questa accademica avventura fosse stata intrapresa con lo scopo di comprendere le dinamiche dilanianti all’interno di se stesso, il risultato è stato che le idee si sono confuse ancora di più, e che l’unica cosa che Riccardo ha compreso è che tutto è più complesso di quello che sembra, figurarsi il comportamento di piccoli animali senza peli che sono riusciti a inventare il fuorigioco passivo.

Riccardo ama il colore verde, il momento in cui non sei ancora troppo ubriaco ma lo sei già

abbastanza, e una ragazza di nome Claudia che presto diventerà sua moglie.

Riccardo odia le persone ciniche, i carciofi e Francesco Totti.

Ha fondato e diretto un mensile free press, e scritto per altre realtà più o meno note.

é stato un animatore turistico, un intervistatore telefonico, un grafico, un responsabile ufficio stampa, un commesso della grande distribuzione e un insegnante di italiano e storia in un istituto professionale.

Vittima della rivoluzionaria idea della flessibilità del lavoro, attualmente rende il suo contributo alla società tentando di smettere di fumare e pubblicando foto spassose su Facebook.

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