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Sarà che quando ci si trova a ricordare vecchi capitoli della nostra vita si cerca sempre di ricostruire tutte le assonanze mentali che hanno portato a quel pensiero, in quel momento decisi subito di mettermi all’opera.

<<Di certo se avessi trovato qualcuno con cui scambiare due chiacchiere giusto sul tempo che fa non mi sarebbe venuto in mente proprio un bel niente>>, pensai mentre continuavo a stare seduta accanto alla porta.

E’ cosa nota infatti che quando non esistono interlocutori interessanti – o, perlomeno, quando aspetto fisico o anche gesta dei presenti non facciano desumere niente di buono per improntare un qualunque, seppur timido, approccio verbale- la prima forma di difesa intellettuale è il pensiero privato. Non è che, s’intenda, l’ambiente fosse particolarmente stimolante: roba tipo riviste di pettegolezzi di tre anni prima, diplomi professionali camuffati da acari invadenti e consigli alimentari contro l’ipercolesterolemia che sparivano e poi apparivano al soffiare del vento sulle tende di lino un tempo bianco latte.

A completare il quadretto ci pensavano ticchettii di orologi incalzanti come le rughe sotto gli occhi degli altri pazienti, privi ormai di ogni resistenza verso il tempo che passava. Proprio i loro umori, quasi tangibili con mano, allontanavano con forza da me ogni tentativo di improntare eventuali battute sul cielo sereno di quella calda mattina, per esempio.

Fu proprio il calore sulla pelle custodito dal mio dolcevita grigio, mi parve di ricordare, che mi portò a rivivere quella stessa giornata soleggiata dell’estate di diciannove anni prima e, di sicuro, di quelle ore così lontane mi ritornarono in mente solo i momenti che, secondo un ragionamento personalissimo partorito in quella sala d’attesa, decisi che dovevano restare indimenticabili. La prima cosa che mi tornò viva di quel giorno furono i raggi solari che illuminavano ancora di più le pareti gialle della villa che dava sul viale alberato; non seppi mai, in effetti, chi vi abitasse, e forse furono proprio bellezza e mistero a dare luogo a un connubio indelebile nella mia mente, per sempre.

Il motivo della mia pedalata col cestino pieno di bucce di limoni e giornali con notizie ormai

non più nuove era sempre lo stesso: <<Mi perdoni per il ritardo, ma credo che la mia sveglia si sia guastata, in ogni caso spero di non averle recato problemi>>, dissi anche quel giorno al destinatario del mio carico.

La signora Terrini non era una donna facilmente comprensibile per un duplice motivo: scarsissima mimica facciale e una dialettica tutt’altro che sviluppata.

In ogni caso da anni, ogni giorno d’estate, le portavo l’occorrente per la combustione domestica volta a eliminare i cattivi odori provocati dalle discariche vicine alla sua abitazione. <<La puntualità non è un dono riservato a tutti>>, così mi liquidava tutte le volte che ritardavo; ogni tanto pensavo che non avrei mai potuto liberarmi da quest’onere – anche se in realtà la Terrini abitava a soli due isolati dal mio alloggio- e, compiendo anche gli sforzi più impensabili, non riuscivo a ricordare come fossi arrivata al punto di non poter più giustificare neanche una mancata consegna.

Quasi certamente lo pensai anche quella volta poco prima di andare via, ma nel ricordo di quella mattina invernale tale dettaglio occupò davvero uno spazio impercettibile. Senza ingombri e col vento tra i capelli, la marcia pareva farsi sempre pù gradevole tanto più mettevo distanza tra me e la signora Terrini e con la bella stagione che incalzava. Non so bene se la mente umana possa, in effetti, far rivivere certi attimi con la stessa intensità, dopotutto, erano trascorsi quasi vent’anni, fatto sta che quel giorno di Dicembre sentii di riprovare esattamente la stessa sensazione di calore sulle guance proprio come in quella mattina estiva, quando un rossore improvviso sul viso si aggiunse al calore del mio corpo affaticato dalla pedalata. <<Come corri! Sempre in ritardo eh?>>, mi disse un ragazzo sorridente mentre continuava a spargere acqua da una cesta ad oleandri appena sbocciati; la serenità di quello sguardo pareva dar sazio a quei fiori ancor più di quanto riuscissero a fare i raggi solari e, per me, quelle parole suonarono come fraseggi melodici intonati da un corteo di voci bianche la notte del Santo Natale. Qualche tempo fa lessi da qualche parte che attività aerobiche combinate ad intense emozioni possono provocare attimi di tachicardia e, così, di fronte a quella staccionata i battiti del mio cuore raggiunsero senz’altro velocità pericolosissime, considerati anche i chilometri macinati sino a quel momento sul sellino della mia vecchia bici.

<<Si, in effetti non credo che arriverò in tempo a concludere ogni commissione, colpa della mia sveglia che credo si sia rotta>>, questa, ahimè, fu l’unica cosa che mi venne da dire. Per molto, moltissimo tempo- due mesi, per un’adolescente, sono veramente interminabili!- non seppi darmi pace poiché mi convinsi che il motivo dell’ insuccesso di quell’unico dialogo con quel ragazzo (protagonista dei miei sogni durante quell’ultimo soggiorno estivo in Sicilia) dovesse risiedere per forza in quella stupidissima frase che pronunziai col sudore sulla fronte.

Fu un dubbio che mi assalii anche da sposata, quando una sera mi parve di riscoprire un’ammirazione quasi viscerale per quella figura sbiadita di un uomo forse inesistente, arricchita perlopiù dalla mia fervida immaginazione. <<Signora Laudesi?>>, era proprio il mio cognome quello, dalla nascita, ma credo che passò una manciata di secondi prima di rispondere all’appello della segretaria del dottor Maurelli.

Era arrivato il mio turno e fu come sentire suonare quella sveglia che non suonò mai. <<Congratulazioni Violetta, non era quello che volevate?>>, mi disse il mio amico medico con lo stetoscopio ancora nei padiglioni auricolari, ma quel verdetto finale che piombava incalzante lo sentii così lontano che parve a me di avere le orecchie otturate. Non ebbi alcuna reazione. Quella sera non feci ritorno a casa colta da un senso di smarrimento dovuto a quel flashback, a quel vuoto di quella sala d’attesa, a quel rimpianto mai dimenticato e che non mi abbandonò un istante nelle prime settimane di gravidanza. La certezza più confortante è che in quei giorni nessuno intravide mai i miei pensieri vivaci com’era la nuova parte di me.

Oggi penso che la più grande magia – anche se, per certi versi, infausta- del passato risiede nella nostalgia con la quale lo si ricorda soltanto perchè è impossibile riviverlo.

Di certe sfumature, ben lontane dall’essere ree di alcuna colpa, si diventa gelosamente custodi per pudore di mostrare la più profonda essenza del

nostro cuore. Ma, dopotutto, va bene così.

di Valentina Carmen Chisari – Sez. Racconti, VII classificata; All rights reserved

Nota biografica dell’autore

Trent’anni vissuti a Catania, Valentina Carmen Chisari si laurea in Scienze Politiche nel 2005 discutendo una tesi sperimentale sul giornalismo e riportando il massimo dei voti.

Nello stesso anno ottiene l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti a seguito di una partecipazione nel 2003 ad un corso di avviamento alla professione giornalistica; al termine del corso, viene selezionata come stagista presso il quotidiano “La Sicilia”, testata con la quale collabora ancora oggi come redattrice di articoli di cronaca. Dal 2006 è responsabile amministrativa e del personale del “The Space Cinema” di Belpasso, partecipando a corsi di perfezionamento su scala nazionale.

Dal 2010 è addetta stampa dell’associazione di volontariato autobiografico “Le stelle in tasca”, nello stesso anno inizia anche la collaborazione come redattrice con il quotidiano on line www.siciliamediaweb.it; nel 2011 partecipa al corso di alta formazione “Gestire la comunicazione corso per uffici stampa e media relations” organizzato da I-Press, Neatos e Edu Training.

Nel 2012 inizia la collaborazione con “Chair Magazine”.
La sua passione è da sempre la scrittura, cimentandosi anche nella stesura di racconti fantastici per bambini.

 

 

Racconti – L’innocenza segreta ultima modifica: 2012-08-13T16:21:15+00:00 da Redazione
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