Racconti – L’amore ai tempi della crisi

di Redazione The Freak

Racconti – L’amore ai tempi della crisi

di Redazione The Freak

Racconti – L’amore ai tempi della crisi

di Redazione The Freak
10 minuti di lettura

Gianni stava uscendo furtivo dal tabacchi, con lo sguardo sfuggente e il passo svelto. Certo di aver svoltato l’angolo senza farsi notare, sentì una voce alle spalle. – “L’hai fatto un’altra volta”? – domandò il meccanico, spuntando all’improvviso dall’officina. Gianni rimase in silenzio, con le mani accartocciate nella tasca del jeans. “Trovati un lavoro all’estero come tutti gli altri”! – aveva proseguito il coetaneo, mentre lo salutava beffardo, con il gomito sporco d’olio nero. Facile parlare, per lui che non ha studiato! – pensò tra sé Gianni, mentre un nodo arrivò in gola come un cappio. Figlio di meccanici da cinque generazioni, quell’uomo non aveva mai imparato a scrivere nella sua lingua madre, ma esaudiva a perfezione le richieste dei clienti e provvedeva agevolmente al mantenimento della famiglia. Gianni, che sapeva leggere dall’età di quattro anni, era l’unico trentenne rimasto a Roma tra tutti i suoi colleghi di corso. Sempre più rade e brevi, sopraggiungevano telefonate di amici trasferiti all’estero che, seppur formati nello stesso contesto ambientale, non avevano esitato un istante a cercar lavoro altrove. Sull’onda di progetti confusi, da un oceano all’altro spiccavano leggende di gioventù ritrovata, miti di solidità costruita, favole di sogni allegri con un’eco di malinconica fantasia. Certi ragazzi erano approdati nei luoghi fantastici dell’Australia, dove per viver bene non occorreva che presentarsi con le proprie qualifiche e l’etichetta di “decent person”, altra gente si era arenata nelle sperdute ghiacciaie del Nord Europa, dove l’ipotesi di candidarsi a lavorare senza dover celare master e riconoscimenti superflui veniva addirittura contemplata. Cugini e colleghi erano andati poi nelle più vicine Francia e Spagna, dove sembrava che l’arte fosse ancora un’illusione viva, non del tutto sepolta. Gianni non aveva ben capito la causa, ma il solo pensiero di seguire lo stormo emigrante lo faceva sentire un volatile.

A tali confessioni, alternava sbalzi d’umore scaturiti da insani pettegolezzi che gli giungevano all’orecchio suo malgrado: la moda di quel momento storico aveva stabilito che perfino fidanzarsi all’estero rappresentava la scelta più giusta e doverosa. Si era adeguato dunque a sentire senza ascoltare, ad annuire senza ribattere. Come computer di un modello difettoso in partenza, i giovani della sua generazione avevano provato a lavorare in sovraccarico con il massimo del risparmio energetico, mentre lui era rimasto in stand by nell’illusione che il processore desse segnali, passeggiando senza stipendio per le strade circospetto e miscredente, schivando sguardi minacciosi di chi lo riteneva un buono a nulla perché non aveva neanche provato a fare il cameriere per mantenersi. “Imbranato” si sentiva davvero, quando pensava ai vari tentativi di svolgere lavori manuali: una patetica esperienza fu quella di cameriere nel ristorante dello zio, iniziata su segnalazione o conclusa per disperazione.

Tutto cambiò d’un tratto, proprio in uno di quei momenti di stand by, quando Gianni aveva preso appunto a camminare su e giù fuori all’insegna di un nuovo compra-oro sorto nei pressi del suo tabacchi preferito. Portava nella giacca già da un po’ quell’oggetto prezioso che non aveva avuto il coraggio di riscattare, quando notò che un anziano signore giapponese gli fece cenno di entrare. Gianni intuì che gli stesse indicando dove cercare e frugò scrupoloso nel nulla. Aprì il grosso portone ferrato e pesante con lentezza e prima di dirigersi verso il bancone.

La vide per la prima volta: quando Elisa gli sorrise quell’astratta sensazione di vacuo si trasformò subito in una consistente fermezza, in un silenzio armonico di solidale amarezza, come se un unico pomeriggio avesse riscattato rapido il nulla di una vita. Si voltò poi alla ricerca dell’anziano, ma non ne vide neanche l’ombra.

Guardò il sole, che al tramonto sembrava un’arancia tagliata a spicchi dai secchi rami di un albero Doveva ammettere la verità: il suo paese si trovava obiettivamente sul baratro della sconfitta. Lo riconobbe parlando con lei, poi con se stesso: – “Tutti mi chiedono di lasciar perdere, ma io non lo farò”! –

Avrebbe preferito morir da solo su quella zattera fradicia, piuttosto che unirsi vittorioso al coro di profughi risucchiati dall’acqua verso la terra ferma, anime ansimanti nella speranza che la statua della libertà potesse rispondere alle loro richieste di asilo politico.

Quel pomeriggio la memoria degli altri fu solo un’eco lontana: Gianni riscoprì il piacere di sentire e ascoltare nello stesso tempo. Lui e lei, estranei e complici, gareggiavano nella stessa squadra.

Febbraio fu un mese funesto. Sempre più incidenti stradali accompagnavano le frenetiche passeggiate dei cittadini rimasti ancora a Roma in cerca di occupazione: macchine parcheggiate senza freno a mano, veicoli lasciati sul raccordo quando anche la neve si era scatenata violenta e vendicativa, motorini abbandonati alle stazioni di rifornimento perché pure la benzina sembrava un bene immeritato, un miraggio di un deserto assolato dove nessuna oasi è tanto grande per tutti.

Uscì un concorso per lui, ma il bando fu ritirato il giorno dopo. Ai pessimisti sembrava che, in quel mare di fango paludoso, nessuna regione d’Italia potesse rivelarsi per i laureati una scialuppa di salvataggio: per un motivo o per l’altro, investire nella cultura era diventato un rischio inutile e svantaggioso. “Ingegneri italiani in Germania” – recitavano i soli annunci di lavoro sui siti web.

Per il periodo estivo che ne seguì, Gianni ripristinò dalla cantina la sua vecchia bicicletta usurata. La portò con sé lungo le piste ciclabili, spazi claustrofobici zeppi di ragazzini delusi, forzatamente convinti che fare i compiti prima di divertirsi fosse importante.

Come il meccanico, anche il macellaio lo guardava dall’alto in basso. L’uomo grassoccio sulla sessantina si vantava di aver portato avanti la sua attività per quattro decenni e andava fiero di non aver regalato mai nulla a sua moglie, se non l’occasione di pulire i vetri di quel negozio: doveva bastarle il fatto che l’impresa un giorno sarebbe appartenuta ai loro eredi. I genitori di Gianni erano andati in pensione molto presto, prima di rischiare un infarto sul lavoro. Questo lo sollevò, dandogli forza per ascoltare il resto del predicozzo, ma il macellaio continuava a blaterare tronfio, dichiarando che quella disperata se l’erano voluta tutti i giovani come Gianni, perché la maggior parte dei laureati ai quali aveva offerto di lavorare con lui nei festivi non erano scesi neanche al minimo compromesso, pur di guadagnare ben trenta centesimi al giorno.

Gianni starnutì, infastidito dall’aria fredda che avvolgeva i polli a testa in giù e abbozzò un sorriso solidale di compiacenza per quella donna dai capelli brizzolati, inginocchiata a lustrare i pavimenti. Il pensiero di sua madre in quella stessa posizione gli attraversò rapido la mente, ma Gianni lo mandò via ricordandosi che lei aveva scelto, gloriandosene, di insegnare l’italiano ai più piccoli. Un rapido sguardo alle insegne dei negozi gli rammentò che di italiani appena nati ormai ce n’erano ben pochi. Trovarsi un lavoro all’estero era dunque stato il consiglio più in voga anche in Cina, Bangladesh e Pakistan, venti anni prima che questo avvenisse in Italia? Gianni percepì dentro di sé l’impulso di reagire. Frastornato dall’immagine mentale di un pianeta dove tutti sono abbastanza poveri da ritenere più ricco qualcun altro, scappò via veloce come il polline che vorticava nell’aria graffiando le gole dei passanti. La primavera era finita da un pezzo, ma a Roma tutti i momenti erano estesi, nient’affatto circoscritti, infinitamente immisurabili.

Il primo anno di storia d’amore era volato. Già tre mesi erano passati dalla prima volta che Gianni aveva tentato la fortuna al superenalotto, senza riuscire a vincere nulla.

 

Questa volta Elisa non ribadì il suo dissenso e trovò ancora la forza di stendere la mano verso Gianni che le versò puntuale la ricevuta del tabacchi con i numeri appena giocati.

Nessuno entrò nel compra-oro quel giorno. Lui fu assalito da una ventata di sconforto, mentre osservava lei incassare le poche banconote necessarie a pagare il fitto di quel locale. Avvilita, la ragazza considerò quanto tutto fosse diverso da tre anni prima, quando credeva ancora che la sua laurea in economia potesse in qualche modo illuminarla nel buio e forse pensò che se ora Gianni aveva preso la mania del gioco era anche un po’colpa sua, che aveva alimentato il suo bisogno di costruire. L’Italia in sé contribuiva a sfiduciarli, suggerendo l’idea che il cambiamento di rotta potesse presentarsi soltanto come un deus ex machina, venuto in scena a districare nodi irrisolvibili.

Ragionare sul futuro corrodeva il presente dei due innamorati.

Il giorno seguente Gianni si ritrovò di nuovo un giorno fuori al tabacchi, inerme e spaurito, quando qualcosa di straordinario ancora gli capitò. Veloce come un fulmine, un’ambulanza gli passò accanto facendolo sobbalzare di scatto. A pochi metri dall’officina, infatti, un anziano signore era riverso in strada immerso in una pozza di sangue. Una folla incuriosita domandava l’identità di quel pirata della strada che aveva osato sfrecciare sulla striscia pedonale senza fermarsi. Un infermiere caricò l’anziano sulla barella e domandò alla gente se per caso non ci fosse qualche parente del ferito. Brusii soffusi. Gianni si scrutò intorno, prima di soffermare lo sguardo sul volto sofferente dell’uomo disteso e riconoscerne i tratti. Capelli grigi e radi su una testa ovale, naso schiacciato sotto gli occhi a mandorla. Non ebbe dubbi: non era un anziano qualsiasi, era l’anziano giapponese apparso quel giorno fuori al compra-oro.

– Quest’uomo è un suo parente? – domandò il portantino con aria sospetta.

 

Gianni annuì, mantenendo lo sguardo basso. Salì con la barella su quel mezzo rumoroso, proprio lui che odiava gli ospedali e che di certo non amava essere invadente. Quell’uomo ferito, intanto, accettava rassegnato e pacato l’ingiustizia di un sopruso tanto vile. Compilando i moduli in ospedale, il ragazzo rifletté sull’eventualità che l’anziano negasse la sua parentela, che una volta ripresa conoscenza lo accusasse di aver dichiarato il falso, ma la paura fu placata dall’amore e la riconoscenza allietò veloce le acque avvelenate delle sue oscure riserve. Un dondolio di gratitudine legava le loro vite: quell’uomo, senza volere, lo aveva spinto verso Elisa. In terapia intensiva, mentre stringeva la mano dell’anziano, Gianni pensò che avrebbe dovuto presentarsi, ma la ragione del suo gesto non pretendeva chiarimenti.

– Un uomo valoroso è un uomo che non si tira indietro o sfugge. Grazie per non avermi lasciato solo. Tu, giovane, hai avuto il coraggio di restare.

Gianni si lasciò andare alla commozione senza nascondersi. Corse felice verso Elisa, con le lacrime controvento. Nell’aprire di scatto il portone del compra-oro, notò che la ragazza aveva urgenza di parlargli almeno quanto lui. Nel vederla entusiasta, Gianni pensò per un attimo che finalmente aveva vinto la lotteria, ma il pensiero di quella soddisfazione priva di merito non lo allietò.

Solo più tardi, uscendo dal colloquio di lavoro per il quale lo avevano finalmente chiamato, Gianni guardò il sole al tramonto e si sentì vittorioso, nonostante nelle sue tasche non c’era altro che il gruzzoletto di monete del giorno prima. 

 

Racconto di Ilaria Abate – X classificata Sez. Racconti  All rights reserved

 

 

Nota biografica dell’autore

Nata a Napoli nel 1986, ma cittadina romana ormai da molti anni, Ilaria Abate ha conseguito sempre il massimo dei voti lungo tutto il suo curriculum scolastico, universitario e dei master formativi frequentati. Scrive da sempre e sogna di diventare sceneggiatrice, ma ha anche una spiccata passione per il disegno di fumetti e per la narrativa saggistica.

 

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