QUANDO MUORE IL TEMPO DA DARE ALLA CREATIVITÀ

di Martina Cotena

QUANDO MUORE IL TEMPO DA DARE ALLA CREATIVITÀ

di Martina Cotena

QUANDO MUORE IL TEMPO DA DARE ALLA CREATIVITÀ

di Martina Cotena
3 minuti di lettura

Veloci, sempre più veloci.
Scorrono le immagini sul nostro smartphone, affollandosi nella nostra mente e fomentando la nostra richiesta, il nostro bisogno compulsivo di nuovo, di bello, di meglio, di più.

E la signora Moda a questa richiesta DEVE rispondere, lanciando sempre più prodotti, più vari, più in fretta, un vomito di scelta multiforme che sa di rimasticato.
E gli addetti ai lavori? Soccombono.
Soccombiamo all’incessante volontà di Nuovo da parte del pubblico. Inesauribili le richieste, che con i tempi sempre più dinamici fagocitano le tempistiche della creatività e non dànno spazio ai pensieri, non dànno il tempo al mondo di infiltrarsi nelle emozioni e crearne qualcosa.
Il tempo per la creatività non c’è: non ha la possibilità di esistere e quindi rielaborazioni di quello che c’è e di quello che fu vengono riadattate in un turbinio prismatico che accontenti il pubblico e la stampa in intervalli sempre più brevi.

Moschino, Burberry, Tom Ford, Vetements, Tommy Hilfiger, Micheal Kors si sono lanciati (chi prima, chi adesso) nel “Ready-to-buy” ovvero nel dare in pasto alle clienti i capi di sfilata lo stesso giorno della stessa, perché non è ammissibile dare il tempo ai capi di arrivare in negozio (dalle sfilate ai negozi prima c’era addirittura un lasso di tempo di circa 3-4 mesi), perché così non si dà il tempo ai brand low cost di copiare le sfilate e riproporle in negozio dopo 3 settimane.Dior-Christian-1951-ArchRcs1-1050x11111

Non è più ammissibile dare il lusso del tempo alla creatività.

Primavera-estate, autunno-inverno, collezioni cruise, pre-collezioni, flash mare, flash natale, flash san valentino, capsule collection… Ormai non si contano più le collezioni che si devono sfornare ogni anno, una velocità che porta in corto circuito il sistema moda – o, quanto meno, in corto circuito i nervi di coloro che devono inventare novità come se si sfornassero biscotti.
Le fiere del settore partono sempre con più anticipo, le settimane della moda cercano soluzioni alternative per accaparrarsi lo scettro dell’innovazione e dare un booster alla loro edizione in una simil-guerriglia d’elite, ma niente di tutto ciò può funzionare, dato che il problema rimane il tempo.

All’arte non bisogna dar fretta; eppure alla Moda si chiede di correre, quasi in fuga da qualche mostro; in questo caso un’arpia chiamata Domanda di mercato. Una richiesta impossibile da accontentare, una fiera che è impossibile sfamare.
Non esiste più il tempo in cui la moda era considerata un’arte e gli stilisti erano chiamati artisti: ora siamo parte di una fabbrica che ci chiede di immolare noi stessi alla creazione, senza avere davvero il tempo di creare, di essere certosini ma celeri, di dare ma non di chiedere, di mandare messaggi senza avere il tempo di pensarli, di essere irreprensibili ma comprensivi, di fare cose belle ma di venderle a poco, a meno.

Parlano di un sistema moda obsoleto, ma è giusto assecondare questa velocità? Non sarebbe meglio dare alla creatività i suoi tempi?
È meglio saturare il mercato o ridare il tempo agli stilisti di essere artisti?
La Moda deve ritornare ad essere Arte o è destinata ad essere fabbrica?

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