Quando le procure
non hanno cuore

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Un medico positivo al Covid salva una vita
La procura: va condannato, non doveva violare la quarantena

di Stefano Pazienza

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magistratura

Quando le procure
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di Stefano Pazienza
4 minuti di lettura

Un medico positivo al Covid (asintomatico) viola la quarantena per salvare una vita umana. Nessuno si contagia, l’operazione riesce e la signora in fin di vita è salva. Tutto bene dunque? No, perché la procura di Aosta interviene e chiede di condannare il medico e chi ha autorizzato l’operazione.

I fatti

Durante il lockdown primaverile un medico dell’ospedale di Aosta, specializzato in chirurgia vascolare, risulta positivo al tampone, pur se asintomatico, ed è in quarantena in casa.

In quei giorni, una signora si presenta all’ospedale con una diagnosi di aneurisma all’arteria, sta rischiando la vita, non è nelle condizioni di essere trasferita in altri luoghi e solo un rapido intervento chirurgico può risolvere la situazione.

L’unico medico ad Aosta che ha le competenze per operare è appunto il chirurgo in quarantena.

Il direttore sanitario dell’USL, d’accordo con il medico e con il direttore del 118 prende una decisione: autorizza l’uscita del medico, che viene prelevato a casa con ambulanza dedicata ai malati Covid e portato direttamente in ospedale, per poi tornare a casa una volta finita l’operazione. La sala operatoria viene attrezzata per l’esigenza di prevenzione del contagio. 

L’operazione riesce perfettamente, la signora ha salva la vita, il medico torna a casa per concludere la quarantena e nessuno – tra il personale medico presente in sala operatoria e la degente – contrae il Covid (segno che i protocolli di sicurezza attuati hanno funzionato).

L’intervento dei magistrati

Che bel lieto fine, vero?

E invece no, perché la procura di Aosta pochi giorni fa chiede l’emissione di tre decreti penali di condanna a carico dei tre medici, per violazione dell’obbligo di quarantena. 

Per i non addetti ai lavori si tratta di una condanna penale a pena pecuniaria

I tre medici hanno fatto opposizione al decreto penale di condanna e verrà quindi celebrato un processo, dal quale – a parere di chi scrive – usciranno assolti se solo avranno la fortuna di trovare un giudice che abbia letto con attenzione l’art. 50 del codice penale, che prevede la causa di giustificazione del cd. “stato di necessità”. In pratica, chi compie un reato perché costretto dalla necessità di salvare sé o altri da un “danno grave alla persona”, non può essere punito.

In pratica, nel caso di specie, i medici hanno sì violato gli obblighi di quarantena, ma lo hanno fatto per salvare una vita umana!

La procura ha fatto bene?

La vicenda, però, fa nascere qualche piccolo interrogativo e induce a qualche riflessione.

Un interrogativo su tutti: perché la causa di giustificazione non è stata già applicata dalla procura di Aosta, con conseguente archiviazione del caso? Poiché i pubblici ministeri dovrebbero essere non degli “avvocati dell’accusa” ma dei magistrati che cercano la verità, perché non si sono accorti che il comportamento dei medici non poteva dirsi contra ius?

Altre brevi domande: anche se come probabile verranno assolti, chi li ripagherà delle spese legali che hanno sostenuto, dello stress e della paura che normalmente accompagnano qualsia persona “per bene” che si trovi invischiato in un processo penale? Chi li ristorerà del fatto che il loro nome è stato sbattuto sui giornali senza alcun rispetto per la privacy? 

Questa vicenda, purtroppo, ci induce ad una riflessione molto amara: se la vita viene interpretata dalla giustizia penale, è sempre meglio farsi i “fatti propri”, non rischiare e, soprattutto, non compiere atti di eroismo.

Chi potrà biasimare un medico che, in una situazione analoga, decida di non arrischiare ad uscire di casa, anche se ciò significa che nessuno curerà il paziente? Quale direttore sanitario si prenderà la briga di organizzare l’intervento, e quale direttore del 118 acconsentirà al trasporto del medico?

Il ruolo della giustizia penale

La giustizia penale, infatti, non solo ha la funzione di “punire”, ma anche quella di “insegnare” ai consociati come comportarsi.

Ebbene, in questo caso la giustizia penale ci insegna che “chi striscia non inciampa”, ci dice che è meglio alzare le mani e non intervenire, anche se la situazione lo richiederebbe. 

Insegna alla classe medica che deve evitare di prendersi troppe responsabilità, di fare di più del minimo sindacale, di evitare di curare se ciò li espone a rischi; la giustizia, in questo caso, è proprio una cattiva maestra.

Ma se mai dovessi avere un problema, preferirei trovare dei medici come quelli del trio valdostano che, memori del giuramento di Ippocrate, scelgono di rischiare in prima persona pur di salvare una vita; spero quindi di trovare dei medici insensibili agli insegnamenti della cattiva maestra. 

D’altro canto, non potrei biasimare un medico che, avendo appreso bene la lezione, si limitasse  a fare spallucce dicendomi: sa, io capisco che lei sta per morire, però capisca anche me, tengo famiglia!

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