Quale soluzione per la Libia?

di Salvatore D’Apote

Quale soluzione per la Libia?

di Salvatore D’Apote

Quale soluzione per la Libia?

di Salvatore D’Apote
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Nell’ultimo tentativo di creare una situazione di pace e stabilità in Libia, la Germania ha ospitato domenica (19 gennaio 2020) una conferenza che riunirà le due parti in guerra, i loro sostenitori stranieri, l’ONU e una serie di altre potenze internazionali.

Il combattimento tra il governo di Tripoli appoggiato dall’ONU e il generale Khalifa Haftar, che da aprile ha assediato la città, è diventato uno dei conflitti più internazionalizzati al mondo, con nazioni straniere che armano entrambe le parti. La battaglia per la capitale ha causato la morte di circa 2.000 persone e lo sfollamento di oltre 100.000 residenti. Ma la situazione è ancora in fase di stallo.

Il conflitto libico si è inasprito negli ultimi nove anni, e per gran parte di questo tempo gli Stati Uniti e l’Europa sono rimasti ai margini. La Libia ha infatti iniziato ad attirare l’attenzione su di sè da quando è diventata una porta per decine di migliaia di migranti nel 2015 e nel 2016.

Il recente coinvolgimento di Russia e Turchia su fronti opposti della guerra civile ha creato una nuova urgenza per gli sforzi di pace. Il conflitto si è trasformato in una delle più intrattabili guerre nel Medio Oriente, con conseguenze imprevedibili per l’Unione Europea.

Prima di analizzare il risultato della conferenza di Berlino, facciamo un passo indietro per capire meglio lo scacchiere libico.

Chi è Khalifa Haftar?

Il generale Haftar è un alto ufficiale dell’esercito della Libia orientale che – a causa di divergenze con il dittatore libico Muammar Gheddafi alla fine degli anni ’80 – ha trascorso 20 anni in esilio negli Stati Uniti prima di tornare in Libia durante la rivoluzione del 2011. Il suo Esercito nazionale libico è un mix di giovani soldati addestrati professionalmente, i resti dell’esercito libico, le milizie locali e le brigate dei salafiti Madkhali – islamisti che vogliono che la legge islamica conservatrice sia applicata alla società libica.

Che cos’è il Governo di Accordo Nazionale?

Guidato da Fayez al Sarraj, il GNA è nato da un accordo del 2015 sostenuto dall’Onu per porre fine alle divisioni politiche nel Paese. Nonostante lo status di governo legittimo della Libia, il GNA ha poca autorità reale e conta su una serie di gruppi di miliziani per tenere a bada le forze del generale Haftar.

La sicurezza del Governo di Accordo Nazionale a Tripoli è garantita da una combinazione di gruppi di miliziani, brigate islamiste e combattenti della città autonoma di Misurata. Proprio Misurata è stata un centro di ribellione contro Gheddafi durante la rivoluzione del 2011 ed è emersa da quella guerra come una formidabile forza militare e politica.

Chi sostiene chi?

Il generale Haftar ha ricevuto sostegno militare dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto, dalla Russia e dalla Francia e, occasionalmente, un sostegno diplomatico dagli Stati Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito droni e operatori. I mercenari russi hanno aiutato le sue forze a conquistare il territorio alla periferia di Tripoli. Nel frattempo, la Russia ha stampato miliardi di dollari in valuta locale per finanziare l’amministrazione di Haftar nell’est del Paese.

Il GNA ha il sostegno del Qatar, dell’Italia e dell’Algeria, ma il suo alleato più importante è la Turchia. Ankara ha fornito droni da combattimento e veicoli corazzati alle forze del GNA. A dicembre ha iniziato a inviare a Tripoli i mercenari del conflitto siriano e proprio questo mese il parlamento turco ha votato per approvare lo schieramento di truppe ufficiali.

Perché Russia e Turchia sono così coinvolte?

Armando le parti opposte nel conflitto, Mosca e Ankara sono diventate le protagoniste di qualsiasi soluzione negoziata. Entrambi i Paesi sono debitori di miliardi di dollari al regime spodestato di Gheddafi e vorrebbero recuperare parte di quell’investimento. Mosca vuole anche proiettare il potere in Medio Oriente e in Nord Africa, una regione che è stata a lungo vista come parte della sfera di influenza dell’Occidente. Ankara ha ambizioni simili, ma vuole anche un Paese amico nel Mediterraneo, per aiutarla a rivendicare la fornitura di gas naturale nelle acque contese da Cipro e dalla Grecia.

Entrambe le parti possono vincere la guerra?

Diplomatici, analisti e le stesse Nazioni Unite hanno ripetutamente affermato che non può esserci una soluzione militare. Nonostante il sostegno armato, Haftar non è riuscito ad entrare a Tripoli. “Ogni ulteriore spinta nella città sarebbe disastrosa, causando enormi perdite di civili e un conflitto senza fine” ha avvertito l’Onu.

A differenza di altri leader militari autoritari del Nord Africa e del Medio Oriente, Haftar non ha la forza militare per conquistare l’intero paese e garantire la stabilità. Non c’è un esercito centrale a sostegno di una tale direzione. Haftar non è in alcun modo equivalente agli altri uomini forti che cerca di emulare, poichè, semplicemente, non ne ha le forze.

La conferenza di Berlino

La Russia, la Turchia e altre potenze internazionali con interessi contrastanti in Libia hanno chiesto un cessate il fuoco e un embargo sulle armi, impegnandosi a porre fine alle proprie interferenze sul campo per dare ai libici lo spazio per una riconciliazione politica.

L’incontro di domenica (19 gennaio 2020)– ospitato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel – ha offerto un piccolo barlume di speranza all’interno della prolungata guerra civile della nazione nordafricana, All’incontro hanno partecipato sia il presidente russo Vladimir Putin che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

I leader delle due fazioni in guerra in Libia si sono rifiutati di passare del tempo nella stessa stanza. La cancelliera Merkel ha riferito che i partecipanti internazionali hanno parlato solo individualmente ai due leader libici.

“Siamo tutti d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno di una soluzione politica”, ha spiegato la Merkel. “Gli ultimi giorni hanno dimostrato che non c’è alcuna possibilità di una soluzione militare”. E ancora: “Chiediamo la cessazione di tutti i movimenti tra le parti in conflitto, o a diretto sostegno delle stesse, in e su tutto il territorio della Libia, a partire dall’inizio del processo di cessate il fuoco”. Questo è quanto emerge dal comunicato.

Ma le aspettative che questi colloqui portino a qualsiasi tipo di pace duratura restano basse. Addirittura, mentre i colloqui erano in corso, le forze ribelli hanno lanciato nuovi attacchi contro la capitale libica. In ogni caso, dall’incontro è emersa una dichiarazione concordata dai leader di 12 Paesi, così come dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dall’Unione Africana e dalla Lega Araba.

L’accordo firmato a Berlino ha 55 articoli ed è lungo sei pagine. Per alcuni, la natura tentacolare del documento è la prova delle grandi divisioni che sono rimaste sul conflitto. Essenzialmente, questo accordo è una lunga lista di cose da fare per una prossima conferenza ospitata dalle Nazioni Unite. In cima alla lista c’è il controllo dell’ingresso delle armi in Libia, paese in cui, negli ultimi anni, sono proliferate. Un embargo sulle armi è stato concordato per la prima volta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2011, ma è stato ripetutamente violato dagli Stati membri da quando il Paese è caduto nel caos in seguito al rovesciamento di Gheddafi.

Il conflitto libico è diventato un banco di prova per le ambizioni europee di sostenere un ordine mondiale multilaterale. Alcuni hanno visto la conferenza di Berlino come un tentativo di far risorgere questo tipo di diplomazia in un’epoca in cui gli accordi multilaterali si stanno rapidamente erodendo – vedasi l’accordo sul clima di Parigi e l’accordo nucleare con l’Iran.

La posta in gioco è alta e consiste nel capire se sia ancora possibile raggiungere accordi internazionali con la diplomazia e implementare soluzioni comuni.

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