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Per chi lo ha letto, “Qualcosa” racconta una grande verità: per comprendere davvero la natura umana, non si può prescindere dal vuoto dell’esistenza stessa. Il vuoto è quello spazio di vita dimenticato che, con molta probabilità, riesce a stupire senza preavviso, regalando proprio la felicità della meraviglia. La sua forza totalizzante pervade il cuore, spingendo il corpo a ricercarlo ancora. Combattere il vuoto non sarà mai una strategia vincente ma soltanto un’alternativa codarda alla paura di non saper affrontare le proprie fragilità. Questo pomeriggio ne parleremo proprio con la scrittrice Chiara Gamberale, stimata esponente della Letteratura contemporanea italiana, con importanti riconoscimenti letterari alle spalle.

 – Chiara, “Qualcosa” è un romanzo dinamico in grado di coinvolgere il lettore sin dalle sue prime pagine. È anche un’opera poliedrica che pone al suo centro temi universali come la vita, la morte, l’amore, l’amicizia, tali da rendere il libro una vera e propria fiaba da leggere ad ogni età. A tal proposito, vorrei chiederti se, nella fase di scrittura dello stesso, avevi già in mente un tipo di lettore definito. Se sì, qual era il target a cui pensavi?

Mentre scrivo non penso mai a chi legge, almeno non a livello conscio, i miei lettori sono tutte istanze interiori. Quando ho avvertito l’urgenza di cominciare a lavorare a  “Qualcosa” sentivo che intorno a me, anche per colpa dei social network e dell’abuso che se ne può fare, una grande “mancanza di vuoto”, anche se sembra un gioco di parole. Forse i ragazzi sono i principali destinatari, perché prima impari ad accettare il vuoto, prima saprai riempirlo di qualcosa che davvero ti somiglia,  ma in realtà è una favola rivolta a tutti quelli che hanno perso la strada di casa interiore.

C’è chi ha definito il tuo romanzo una fiaba per adulti dagli echi calviniani. Quanto ti senti ispirata da questo autore e con quale intensità pensi che abbia influito sulla tua opera?

Moltissimo. Credo che addirittura Calvino mi ispiri anche quando non me ne rendo conto.

Ciò che ti contraddistingue è proprio la capacità di creare empatia con i tuoi lettori, non solo con chi ha imparato a conoscerti negli anni e ad appassionarsi alla tua scrittura, ma anche con chi ti legge per la prima volta e si rispecchia nelle tue storie. Quali soddisfazioni e che sentimenti ti suscita questo dato oggettivo?

E’ la mia felicità più grande. I lettori mi restituiscono i miei libri e io stessa divento lettrice di quello che ho scritto e colgo zone cieche che mi erano sfuggire, grazie a loro.

Il tuo romanzo, in verità, è anche la testimonianza scritta di un “qualcosa di più”, rappresentato dalle illustrazioni del noto fumettista Tuono Pettinato. Com’è nata la vostra collaborazione? E come si è sviluppata l’idea delle illustrazioni che accompagnano l’intera storia narrata?

E’ venuto tutto istintivo: sentivo che il testo aveva bisogno di venire illustrato. E che le illustrazioni non potevano che essere di Tuono che ammiro da sempre. Nello spettacolo, poi, i suoi disegni si prestano splendidamente per diventare scenografie.

La protagonista, la “Principessa Qualcosa di Troppo”, fin dalla nascita, rivela di possedere una meravigliosa ma pericolosa caratteristica: non ha limiti, è esagerata in tutto quello che fa. Si muove troppo, piange troppo, ride troppo e, soprattutto, vuole troppo. Ma quando, per la prima volta, un vero dolore la sorprende (la morte della madre), la Principessa si ritrova «un buco al posto del cuore». Proprio lei, abituata a emozioni tanto forti quanto totalizzanti, improvvisamente si ritrova a non provarne più nessuna. Questa voragine nel cuore spaventa la principessa a tal punto che cerca in ogni modo di riempirla, tuttavia fallendo, nel tentativo di liberarsi dall’immenso vuoto. Allora quale soluzione pragmatica dobbiamo aspettarci dal tuo romanzo?

Dobbiamo tenere a mente la bottiglia, il cui spazio più significativo è proprio quello vuoto, che permette di accogliere quello che deve contenere. Se le bottiglie fossero sporche, intasate, riempite a metà, deformate non potrebbero svolgere la loro funzione. Noi ogni tanto dovremmo visualizzarci così: depurati, pronti a far entrare solo quello di cui davvero abbiamo voglia e non bisogno.

Qualcosa di Troppo incontra, ad un certo punto della sua esistenza, il Cavalier Niente che vive da solo in cima a una collina e passa tutto il giorno a «non-fare qualcosa di importante». Grazie a lui, anche la Principessa scopre il valore del «non-fare», del silenzio, perfino della noia: tutto quello da cui è abituata a fuggire. Partendo proprio dal tuo romanzo, secondo te che importanza acquista Madama Noia nella vita di ognuno di noi?

Infinitamente. Se io non mi fossi annoiata tantissimo, nei lunghi pomeriggi  della mia infanzia, aspettando mia mamma che tornava dal lavoro, non avrei mai sviluppato l’immaginazione, la fantasia e, quindi, i libri.

Possiamo definire Qualcosa di Troppo uno spirito fuori dal gregge, un animo vivace, forte ma al contempo estremamente sensibile. Tuttavia, è proprio questa sua diversità ad allontanarla dal gruppo, ad isolarla dai Ragazzini Abbastanza, “esserucci grigi” e monotoni che non amano stare in sua compagnia e si accontentano di vivere nella mediocrità. Qualcosa di Troppo finisce sempre per trascorrere gran parte delle sue giornate in solitudine, profondamente rattristata dall’assenza di un vero compagno di giochi. Quanto è importante oggi non omologarsi e perché?

Perché l’unica avventura che ha davvero senso è quella di vivere la propria vita. Le altre sono già occupate e quindi non possiamo che esserne la copia.

Il punto focale ed onnipresente nel romanzo è rappresentato dall’amicizia travagliata dei due personaggi principali, Qualcosa di troppo e Cavalier Niente, poli estremi dell’eccessivo fare e del non-fare nulla. Nella parte finale, entrambi subiscono una profonda metamorfosi, plasmandosi a vicenda, proprio grazie alle loro forti personalità agli antipodi. In cosa si trasformano, dunque, i due personaggi?

In… “Qualcosa”.

Anche il tema dell’amore acquista una valenza importante, soprattutto nella parte finale del libro. Qualcosa di Troppo si innamora di Qualcosa di Speciale, un esseruccio di indole artistica e poetica che presto abbandona la giovane principessa, non intenzionato a vivere una relazione stabile e matura. Qualcosa di Troppo finisce per disperarsi, alimentando il vuoto che le è cresciuto in pancia dopo l’abbandono. Lei scrive: “Tutti gli esserucci umani cercano l’amore, è vero, ma quasi sempre per il motivo sbagliato. Lo cercano per non rimanere soli. Per farsi riempire lo spazio vuoto. E soprattutto perché non accettano che è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura”. Che connessione esiste tra l’amore e la solitudine? Come possiamo liberarci dalla paura della solitudine?

E’ un discorso lungo e complesso e non ho una risposta. Sicuramente, meno siamo ricattabili dalla paura della solitudine, più siamo in grado di fare scelte coerenti con la nostra natura, con i nostri bisogni profondi e autentici e non solo quelli mossi dalla paura, appunto.

A seguito dello straordinario successo letterario di pubblico e critica, “Qualcosa” ora è anche reading teatrale. Dal 5 al 7 Ottobre andrà in scena al Piccolo Eliseo l’omonimo spettacolo, per la regia di Roberto Piana.  Vedremo te vestire i panni della protagonista Qualcosa di Troppo e Fausto Sciarappa quelli del Cavalier Niente, accompagnati dalla voce narrante di Luciana Litizzetto. Com’è nata l’idea di realizzare questo reading teatrale? Cosa dobbiamo aspettarci da questo imperdibile appuntamento?

Lo spettacolo è sold out per le date di venerdì, sabato e domenica e il Piccolo Eliseo ha aggiunto una replica straordinaria la domenica alle 16. Sono così emozionata e grata che non so bene cosa aspettarmi e per esperienza so che meno controllo, più ho la possibilità di farmi sorprendere, più le cose riescono bene. Spero che il pubblico abbia voglia di lasciarsi stupire: magari scopriremo insieme che il vuoto, a guardarlo da vicino, non fa così paura!

Giunti alla conclusione di questa intervista, appare ineludibile il riferimento alla cultura tradizionale d’Oriente in cui il potere del vuoto diviene fonte di infinita ricchezza. Più specificatamente, mi piacerebbe lasciare al lettore uno spunto di riflessione, così da indurlo non già ad un cambiamento di prospettiva, quanto più ad un’accettazione pacifica di un consolidato e diverso punto di vista. La condivisione di un simile concetto è una fase successiva a quella dell’accettazione ed, in quanto tale, richiede pratica ed esercizio costanti.

Lascio allora che a parlare sia proprio il Tao TJing del saggio Laozi, testo emblema della filosofia taoista:  “Coloro che sono abili nella Via, penetrano l’arcano e comunicano col mistero. Sono così profondi da non poter essere compresi. Chi s’attiene a questa Via non brama d’esser pieno, e proprio perché non desidera d’esser colmo, mai sarà colto da un completo indebolimento”.

di Enrichetta Glave, all rights reserved

“Qualcosa” di bello: intervista a Chiara Gamberale ultima modifica: 2018-10-05T13:55:04+00:00 da Enrichetta Glave

A proposito dell'autore

All'imbrunire di un afoso pomeriggio molisano viene al mondo Enrichetta. Il peso del suo nome sembra consacrarla al Risorgimento, all'amata moglie del Manzoni ed alla passione per la Letteratura e l'Arte. Alla facoltà di Giurisprudenza presso l'Università Luiss di Roma studia diritto, mossa da ideali libertari e a tratti rivoluzionari. Dà inizio al suo viaggio con the Freak pubblicando poesie e vedendo così delineato un sogno coltivato sin da bambina. Ama evocare immagini bucoliche nella mente del lettore, in grado di suscitare quiete e serenità, sviluppando nel tempo un singolare interesse per il dio Bacco e per il suo amabile nettare, il vino. Preferisce deliziare il suo palato con un buon rosso, meglio se Brunello di Montalcino. Un foglio bianco, una penna sul tavolo e tanta cioccolata fondente da mangiucchiare in fretta al sopraggiungere della notte, incalzano il suo polso, deciso ed implacabile. I poeti decadenti affascinano il suo spirito irrequieto e la conducono verso il mistero dell'Altrove. Dedica un po' del suo tempo partecipando a spettacoli teatrali in lingua arbereshe, seconda lingua del suo paese d'origine, Ururi. L'accento marcato le conferisce un'aria da straniera smentita subito dal suo fiero patriottismo romantico. Ama la fotografia di Erwitt, Bresson, Doisneau e gli scatti colorati dello statunitense Steve Mc Curry. Apprezza l'arte di strada, segue la satira del graffitista Banksy e scruta attentamente, con due immancabili cuffie alle orecchie, i murales inquietanti di Blu, sorpresa da occhi lucidi e timidi sorrisi.

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