L’Ilva di Taranto
in mano ai giudici

Può un giudice decidere
il futuro dell'Ilva?

La politica è la grande assente. Domani il Consiglio di Stato
deciderà se spegnere definitivamente l'acciaieria di Taranto

di Stefano Pazienza

L’Ilva di Taranto
in mano ai giudici

Può un giudice decidere
il futuro dell'Ilva?

Può un giudice decidere
il futuro dell'Ilva?

di Stefano Pazienza
Ilva

L’Ilva di Taranto
in mano ai giudici

Può un giudice decidere
il futuro dell'Ilva?

La politica è la grande assente. Domani il Consiglio di Stato
deciderà se spegnere definitivamente l'acciaieria di Taranto

di Stefano Pazienza
4 minuti di lettura

Tra le questioni che il governo Draghi dovrà affrontare con maggiore urgenza vi è sicuramente il tema dell’Ilva di Taranto.

La cronaca giudiziaria ha dato molto spazio alle roboanti richieste di condanna mosse dalla Procura di Taranto nei confronti della famiglia Riva e di molti manager, imputati per molti reati asseritamente commessi durante la vecchia gestione dell’Ilva, tra cui il disastro ambientale.

Ma, come giusto che sia, in quel processo penale si discute del passato dell’Ilva, mentre il giudice che più in questo momento può avere peso sul futuro dell’azienda è quello Amministrativo.

Lo scorso 13 febbraio, il Tar di Lecce ha respinto la richiesta di AcelorMittal di annullare l’ordinanza con cui il sindaco di Taranto aveva imposto lo spegnimento della cd. “area a caldo” dello stabilimento, costituita dalle cokerie e dagli altiforni e che rappresenta la gran parte del fatturato aziendale (nonché la linea produttiva maggiormente inquinante). 

Il Consiglio di Stato ha per ora confermato la scelta, rinviando la decisione a domani, 11 marzo. Così il massimo organo giurisdizionale amministrativo dovrà decidere se l’impianto dovrà essere spento entro il 13 di aprile.

Ma la “questione Ilva”, che si trascina giudiziariamente da più di un decennio, ma che discussa tra trent’anni, può essere correttamente gestita dal sindaco di Taranto (con tutto il rispetto per il ruolo) e dai giudici amministrativi (con altrettanto rispetto)?

Cerco di spiegarmi. 

Nella misura in cui un sindaco, nell’esercizio dei suoi poteri di tutela della salute dei suoi cittadini, emana un’ordinanza per la chiusura di un impianto, la strada è obbligata. Trattandosi di un atto amministrativo, la società altro non può fare che presentare ricorso al Tar.

A sua volta, il giudice amministrativo altro non può fare che annullare l’ordinanza del sindaco o non annullarla (con conseguente spegnimento dell’impianto). E il giudice lo farà attraverso un bilanciamento di interessi: da un lato la salute dei cittadini, dall’altro le ragioni economiche dell’azienda. Come prevedibile, il Tar ha affermato semplicemente che, di fronte alla tutela della salute del cittadino, l’interesse economico si presenta come recessivo. Decisione scontata e di buon senso giuridico. 

Ma siamo sicuri questa sia la strada corretta per gestire la questione Ilva? Siamo certi che incanalare uno dei temi più complessi di Italia in termini di on/off sia la scelta più giusta? 

Solo nell’impianto parliamo di 8.000 lavoratori diretti, a cui aggiungere circa 3.500 di indotto, e forse anche di più. Chi quel territorio l’ha vissuto, sa perfettamente che l’Ilva, nella zona tra Taranto e Brindisi, non è un datore di lavoro, è IL datore di lavoro.

Una decina di anni fa conobbi una persona che aveva lavorato 20 anni nell’Ilva e che era malato di tumore, con un fratello che era da poco, come diceva, “morto di Ilva”. 

Un giorno mi disse: Di Ilva si muore, ma senza Ilva si muore”. 

Non era uno sporco plutocrate avido di denaro, era un operaio che aveva guadagnato un carcinoma e un fratello morto come premio del suo impegno nell’Ilva. Era una persona incastrata nella scelta tra quella che percepiva come l’unica via per portare il piatto a tavola e la sua stessa vita. 

Purtroppo, in questi anni il vero latitante è stata la politica nazionale, che ha affrontato il tavolo Ilva o come una patata bollente che volentieri veniva ceduta al governo successivo o in termini puramente propagandistici (e autolesionisti, vedi l’eliminazione dello scudo penale per i dirigenti dell’azienda).

Il tema Ilva non può essere affidato ad un’ordinanza sindacale o al giudice amministrativo, perché la risposta non può essere messa nei termini di immediato spegnimento dell’Ilva versus prosecuzione della normale produzione. 

La prima scelta avrebbe conseguenze economiche insostenibili per il territorio, soprattutto in un momento di fronte crisi come questo, e non è un caso che ci sia stata una levata di scudi nei sindacati contro il provvedimento del Tar. 

La seconda scelta è affetta dalla stessa miopia che ha avuto la politica degli ultimi venti anni, perché privilegia un ritorno economico immediato, ben sapendo che  – senza un vero turn around produttivo –  ci saranno a lungo termine danni ambientali e alla salute dei cittadini dal costo incalcolabile e insostenibile.

Il vero tema è costruire un futuro sociale ed economico per quella zona al di là dell’acciaieria, prevedere delle reali bonifiche e risanamenti dell’intero territorio, dare una prospettiva a Taranto che non sia la scelta tra la crisi economica e la malattia.  

Questo non è tema che può essere affrontato da una sentenza o da un’ordinanza sindacale, ma dalla Politica, con l’iniziale volutamente maiuscola.

Staremo a vedere se il Governo Draghi meriterà la maiuscola, o si accontenterà di una minuscola come i precedenti. 

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