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Per intraprendere questo viaggio in terra pugliese non è stato possibile prescindere dalla “Rassegna di documenti processuali concernenti le mafie pugliesi” di Michele Emiliano (1996) e da “Storia della Sacra corona unita” di Andrea Apollonio (2016).

Apollonio, a discapito della sua giovane età (classe 1987), può essere già considerato un autorevole studioso della criminalità organizzata in Puglia, il suo curriculum parla per lui. Soprattutto, è l’unico autore ad aver tracciato un quadro completo e ad aver svolto uno studio a tutto campo della criminalità mafiosa pugliese. Capite bene allora che non potevo farmi sfuggire la possibilità di fargli qualche domanda appena mi è stata data la possibilità di contattarlo.

Caro Andrea, grazie mille della disponibilità. Partiamo dalla fine: a due anni di distanza dall’uscita del tuo libro in cui dici che la SCU ormai non esiste più in quanto struttura mafiosa, sei ancora convinto che sia così? Si pensi ai recenti episodi del pentito Vincenzo Mandrillo a Taranto che aiuta gli investigatori a tracciare la geografia delle cosche nel tarantino, ai 50 arresti di Brindisi per mafia in cui sono state intercettate anche frasi sui rituali di affiliazione o l’operazione “Deja Vu” a Squinzano.
A me sembra che gli elementi costitutivi del 416 bis ci siano ancora tutti…

Certamente, rimango convinto che la Sacra corona unita – e cioè quella mafia tentacolare capeggiata da Pino Rogoli e dai suoi epigoni, quella struttura mafiosa gerarchica e verticistica che ha atterrito il Salento negli anni Ottanta e Novanta – sia stata sconfitta del tutto nei primi anni del Duemila. Ma questo certo non vuol dire che nel Salento non vi siano più associazioni mafiose che rispondono all’art. 416-bis; anzi, almeno in linea teorica si può dire che quando una mafia “tradizionale” (quale era la Scu) si disarticola e si frantuma, è in grado di produrre tante “piccole” associazioni mafiose, perchè il metodo mafioso continua ad essere adottato dai singoli, e quindi viene esercitato anche all’interno dei gruppi criminali: che diventano, per ciò stesso, “mafiosi”.
E’ bene chiarire ulteriormente il concetto: la scomparsa di una mafia non implica affatto il non potersi più applicare il reato di associazione mafiosa, tutt’altro! I due piani (quello storico ed empirico-criminologico da un lato; quello giuridico, dall’altro) devono rimanere del tutto distinti.

Tu dici che dopo un primo periodo in cui la SCU è stata sottovalutata, proprio quando più potente, è oggi sopravvalutata e che ormai dell’associazione è rimasto solo il brand che singoli gruppi criminali utilizzano per “darsi un tono”. Questo potrebbe comportare, ad esempio, il rischio di una nuova “invasione” da parte della Camorra? Penso a Gallipoli e al business che si è creato negli ultimi anni: non solo ai servizi di guardiania e parcheggio, ma anche alla acquisizione e creazione di strutture ricettive e di intrattenimento, nonché ad alcuni episodi sospetti come il ritrovamento nel 2014, durante un blitz anticamorra al Clan Vastarella, di una delle pistole rubate alla Polizia Municipale di Gallipoli…

Le mafie, tradizionali e recenti, si indirizzano sulle occasioni di profitto, e quindi lì dove si produce ricchezza. L’area gallipolina ha avuto un exploit turistico senza pari in Italia, ed era inevitabile che ciò attirasse le brame di gruppi mafiosi operativi anche fuori la Puglia. Ma da qui a dire che qualche gruppo di camorra possa “invadere” i territori salentini, ce ne corre. Anche perché la magistratura salentina è, da anni, molto scrupolosa nell’individuare dinamiche illecite all’interno dei circuiti economici turistici, tra tutti quello gallipolino, ed un gruppo mafioso normalmente sposta i propri affari lì dove c’è meno attenzione. Non mi sembra questo il caso.

Ora un grande classico: come mai la SCU ha raccolto molte meno attenzioni delle altre organizzazioni mafiose da un punto di vista mediatico? Se io vado in libreria trovo decine di libri e film su Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta mentre sulla SCU trovo solo il tuo libro e un paio di film, che sono “Fine pena mai” e “Galantuomini”. Questa situazione ha solo aspetti negativi o potremmo scovare anche degli aspetti positivi?

Anch’io mi sono sempre chiesto come mai della Sacra corona unita si sia scritto così poco. Una risposta plausibile potrebbe condensarsi nel fatto che, trattandosi di una mafia “anomala” (per come nasce, per come sviluppa le proprie strategie criminali, ed anche per come si estingue), difficilmente la si inquadra nei paradigmi teorici elaborati nei decenni dagli studiosi del fenomeno mafioso italiano. In altri termini, studiarla – e quindi raccontarla con una pur minima pretesa di scientificità – non è semplice.
Questo deficit di conoscenza ha prodotto, sopratutto fuori dai confini della Puglia, una generalizzata sottovalutazione, che certo non ha aiutato magistrati e investigatori nella lotta alla Scu, in un momento storico in cui le risorse venivano destinate ad altre regioni afflitte dalla piaga mafiosa. Credo che il loro straordinario lavoro non sia ancora stato pienamente compreso: e penso in primo luogo a Cataldo Motta, l’ex procuratore capo di Lecce, in pensione da pochi mesi, che ha dedicato tutta la sua vita professionale a questa “missione”.

Tu dici che la mafia sacrista è stata quella tipica del Salento, quali sono state allora le principali differenze con la criminalità organizzata che ha operato e opera a Bari e a Foggia?

Diciamo soltanto che la mafia di Bari e Foggia non è Sacra corona: che nasce nel 1983 in un carcere barese, è vero, ma che si sviluppa fin (quasi) da subito nel brindisino e nel leccese. I caratteri delle altre mafie pugliesi (non meno pericolose e violente di quella sacrista) sono diversi, non fosse altro perché manca il contrabbando di tabacchi, che è stato – sopratutto in alcune fasi – la principale ragione sociale della Sacra corona, in specie di quella brindisina.

La situazione di Foggia sembra oggi la più grave in Puglia, con escalation di violenze e un assoggettamento della popolazione sempre maggiore. Cosa sta succedendo nel nord della Puglia? E come è possibile che non ci sia ancora una DDA propria di Foggia, che deve ancora appoggiarsi a Bari?

Condivido le tue preoccupazioni: la Capitanata e il Gargano rappresentano ormai un’emergenza nazionale sul piano della criminalità comune e – sopratutto – mafiosa. Difficile dire quello che sta accadendo, anzi impossibile: possono darti una risposta soltanto le indagini della magistratura ed i processi che ne seguiranno. Credo però che la recente escalation di violenza sia legata, almeno in parte, al “fine pena” di molti boss, i quali tornando a casa dopo anni se non decenni di carcere, cercano di riconquistare i feudi originari.

Per quanto riguarda invece la DDA, non dobbiamo lasciarci prendere dalle emotività suscitate dai fatti delittuosi, talvolta tragici. L’attuale mappa delle Distrettuali Antimafia copre bene, a mio avviso, tutte le aree “a rischio”, anche in Puglia. Non dobbiamo pensare che quanto più la DDA sia vicina, tanto meglio si indaghi: il nostro ordinamento giudiziario prevede una serie di strumenti che ottimizzano le indagini, “localizzandole” anche per mezzo del “distacco” di pubblici ministeri. La DDA, in fondo, non è altro che un centro di coordinamento e di raccolta delle informazioni. Piuttosto, si infoltiscano i presidi di pubblica sicurezza e si rinforzi l’organico delle forze di polizia in quelle zone “calde”: questo sì.

Nel libro citi Ciconte dicendo che “Cutolo commise in Puglia lo stesso errore commesso dai siciliani in Campania”, ovvero tentare di “colonizzare” la Puglia facendo così scattare quei moti di indipendenza che ben si riassumono in quello che, in periodo di elezioni, sembra a tutti gli effetti uno slogan elettorale: ridare la Puglia ai Pugliesi. Secondo te questo ha determinato ab origine la nascita di una mafia autoctona che altrimenti non sarebbe mai nata oppure ha solamente velocizzato un processo già certo?

Credo che una mafia in Puglia, negli anni Ottanta, sarebbe nata comunque, anche a prescindere dall’ “invasione” dei cutoliani: la violenza era troppo diffusa, gli “esempi” mafiosi provenienti dalle altre regioni meridionali erano troppo vistosi. Peraltro, nel corso delle mie ricerche, mi sono reso conto di come già prima dell’affermazione della Sacra corona unita sul territorio fossero operative bande, che avremmo potuto definire “mafiose” a tutti gli effetti. Pino Rogoli ha prevalso su tanti altri capi e capetti mafiosi, per contingenze storiche, più che altro.

Quando si pensa a Cosa Nostra vengono in mente Riina e Provenzano, quando si pensa alla Camorra vengono in mente Cutolo e Di Lauro… quando si pensa alla SCU ? 

Le figure mafiose pugliesi non sono mai state raccontate e descritte per come lo “meritavano”: eppure, almeno alcune di queste hanno un potenziale criminogeno che non ha nulla da invidiare ad un Riina o ad un Di Lauro!
Al tempo stesso, però, credo che dare troppo spazio scenografico ai mafiosi sia controproducente, perché il rischio di emulazione, nelle giovani generazioni, è sempre dietro l’angolo. L’importante è conoscere e aggiornarsi; leggere libri e giornali, capire quello che sta accadendo attorno a noi: solo così si può comprendere e prevenire. Lo dimentichiamo troppo spesso, ed è bene allora ribadirlo: la prima arma contro i fenomeni criminali (mafiosi e non) è la conoscenza, che è – soprattutto oggi – a disposizione e alla portata di tutti; tutti noi cittadini – al di là della professione – siamo dunque i primi attori del contrasto.

di Federico De Giorgi, all rights reserved

Puglia terra di mafie 2 ultima modifica: 2018-03-01T05:34:47+00:00 da Federico De Giorgi

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