Primarie USA, Bloomberg e la Russia

di Salvatore D’Apote

Primarie USA, Bloomberg e la Russia

di Salvatore D’Apote

Primarie USA, Bloomberg e la Russia

di Salvatore D’Apote
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Bernie Sanders continua a vincere. Dopo i caucuses del Nevada, dove ha scavalcato i principali rivali Joe Biden e Pete Buttigieg, si è confermato il protagonista del dibattito avvenuto in South Carolina. Continuano ad arrancare, invece, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar. Il prossimo test sarà il Super Martedì del 3 marzo dove, sulle schede, ci sarà per la prima volta il nome di Mike Bloomberg.

Prima di continuare con l’analisi di queste elezioni, facciamo un brevissimo riassunto su come siano strutturate le primarie.

Primarie: come funzionano

Come le presidenziali, anche le elezioni primarie si svolgono per voto indiretto. L’elettore non sceglie in maniera diretta il candidato ma elegge dei delegati che a loro volta voteranno il lor candidato di riferimento.

Si può procedere anche attraverso il cosiddetto caucus. Si tratta di un vero e proprio incontro che avviene in luoghi stabiliti dove si tiene un dibattito, che prosegue fino a quando non si elegge il numero di delegati decisi per quel determinato Stato. Durante lo svolgimento, i rappresentanti si posizionano fisicamente dalla parte del delegato che intendono votare, cercando di convincere gli avversari a cambiare schieramento. È stato questo il caso dell’Iowa, primo Stato ad andare al voto, al quale viene data grande importanza proprio perché apripista della corsa elettorale. I caucuses democratici si svolgeranno, oltre che in Iowa, anche in Nevada, North Dakota e Wyoming.

Alle primarie possono partecipare solo gli iscritti al partito per cui si va a esprimere la preferenza (chiuse), oppure anche chi non è iscritto al partito (aperte e semi-aperte). Solo un aspetto è invariato: ogni elettore può dare una sola preferenza fra i delegati prescelti.

Tra i delegati si sente spesso parlare anche di super-delegati, ovvero personalità nominate dalla dirigenza stessa che differiscono dai delegati normali e solitamente votano in linea con l’establishment di partito, che ne decide il numero prima delle primarie. Ci sono poi i ticket, cioè un’accoppiata di candidati che, oltre al nome del candidato presidente, include anche quello di un suo vice, nonché presidente del Senato in caso di vittoria alle presidenziali. Infine c’è il Super Tuesday, ovvero un giorno in cui è chiamato a votare alle primarie il maggior numero di Stati. Per queste elezioni il Super Martedì è previsto per il 3 marzo, giorno in cui scenderà in campo, appunto, Micheal Bloomberg.

Chiuso il recap, torniamo a noi e poniamo l’attenzione proprio su Bloomberg.

Una campagna elettorale milionaria

Con l’ex vicepresidente Joe Biden che vacilla e gli elettori democratici ancora incerti su Pete Buttigieg o sulla senatrice Amy Klobuchar sembra che Bloomberg possa emergere come il più forte avversario moderato di Sanders. Bloomberg ha cercato di costruirsi l’immagine di miliardario che si è fatto da sé. Sostenitore della rielezione di George W. Bush, ha poi appoggiato Barack Obama alla vigilia della sua candidatura per la rielezione del 2012. Nelle elezioni del 2016, Bloomberg pensò ad un suo ingresso alle primarie come candidato indipendente, ma alla fine decise di rifiutare. Nel 2018 ha scelto di registrarsi nuovamente come democratico, dopo aver dato più di 100 milioni di dollari al partito.

Solo a gennaio la sua campagna elettorale ha speso l’esorbitante cifra 220 milioni di dollari, vantando un’organizzazione di 2.400 dipendenti distribuiti in 43 stati. Gli organizzatori sul campo ricevono stipendi pari o superiori a 70.000 dollari e hanno posti di lavoro garantiti fino a novembre, indipendentemente dal fatto che Bloomberg resti o meno in gara. Sono già stati spesi 312 milioni di dollari in pubblicità, che vanno dai tradizionali spot televisivi ai meme online. 

Nonostante si autofinanzi la campagna elettorale, Bloomberg ha ottenuto il sostegno dei principali donatori del partito democratico e dell’élite di Wall Street. Bloomberg ha anche ottenuto l’appoggio di una vasta rete di funzionari pubblici eletti, tra questi, i sindaci che hanno frequentato un programma di formazione finanziato da Bloomberg stesso all’Università di Harvard o che hanno visto le loro città beneficiare della Bloomberg Philanthropies, un’organizzazione multimiliardaria che ha dato centinaia di milioni di dollari di sovvenzioni a quasi 200 città americane.

Edward Erikson, un consulente dei Democratici, afferma che la campagna di Bloomberg sarebbe il test definitivo per verificare l’efficacia della pubblicità televisiva e digitale nell’era di Trump.

Il possibile intruso

In queste elezioni parrebbe esserci, però, anche un altro protagonista. Stiamo parlando di Vladimir Putin. Sono stati infatti sollevati dei sospetti su delle presunte ingerenze della Russia per favorire l’attuale presidente Donald Trump e, al contempo, favorire proprio il senatore democratico Bernie Sanders. A prima vista tutto questo potrebbe sembrare contraddittorio, dato che stiamo parlando di due rivali ai poli opposti dello spettro politico.

Per gli analisti di intelligence e gli esperti invece quello che sta succedendo ha perfettamente senso. Trump e Sanders rappresentano i fini più divergenti dei loro rispettivi partiti. Entrambi, inoltre, si basano su sostenitori noti più per la loro passione che per il loro rigore politico. Questo li rende prede perfette per i troll russi, gli specialisti della disinformazione e gli hacker a pagamento che cercano di ampliare le divisioni nella società americana. Trump e Sanders sono in opposizione su quasi tutto. Un punto d’accordo tra i due, comunque, c’è: entrambi condividono l’idea che gli Stati Uniti siano troppo impegnati in politica estera.

Putin, concordano gli analisti, cerca per lo più ogni pretesto che possa togliere splendore alla democrazia americana, esasperando le già ampie divergenze e cercando di far sembrare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti non più credibili di quelle russe. Lo scenario per Putin sembra essere favorevole sotto questo punto di vista. Da una parte c’è Trump con una storia di esibizioni razziali, toni alti ai comizi, e accuse di elezioni truccate; dall’altra c’è Sanders che sostiene una drastica espansione del sistema fiscale e una riforma del sistema sanitario.

Tutte le figure che radicalizzano la politica e danneggiano il centro delle opinioni e l’unità negli Stati Uniti sono un bene per la Russia di Putin

Il Cremlino, dal canto suo, smentisce tutto, etichettando tutto come una fantasia americana volta a demonizzare la Russia per i fallimenti degli Stati Uniti. “Si tratta di annunci paranoici che, con nostro rammarico, si moltiplicheranno man mano che ci avvicineremo alle elezioni”, ha dichiarato e portavoce di Putin, Dmitry S. Peskov.

Robert O’Brien, il consigliere del presidente per la sicurezza nazionale – in un’intervista alla ABC – ha detto di non aver visto prove che la Russia abbia cercato di intervenire in favore di Mr.

Sanders, da parte sua, ha avvertito Mosca di non intromettersi nelle elezioni.

I più recenti rapporti pubblici che emergono dal Dipartimento della Sicurezza Nazionale e dall’FBI suggeriscono un cambio delle tecniche con le quali i russi porterebbero avanti le interferenze. Seminando teorie cospirazioniste e affermazioni infondate sulle piattaforme, i russi sperano che gli americani ritrasmettano queste falsità dai loro stessi profili. Questo è un tentativo di eludere gli sforzi di Facebook per rimuovere la disinformazione, poiché è molto difficile impedire la libertà di espressione di veri americani, con veri profili personali, che potrebbero involontariamente condividere fake news russe.

Ora le agenzie di intelligence americane si trovano quindi di fronte a una nuova domanda: come mettere in guardia il Congresso e i cittadini, in un momento in cui Trump dichiara che il lavoro dell’ intelligence sulle ingerenze è solo “un’altra campagna di disinformazione” che viene “promossa” dai Democratici al Congresso”?

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