The Freak incontra Erri De Luca

di Lilith

The Freak incontra Erri De Luca

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The Freak incontra Erri De Luca

di Lilith
9 minuti di lettura

Per la proiezione del corto da lui diretto e interpretato, The Freak si confronta con una delle figure più impegnate e affascinanti del panorama letterario italiano.

Di Lilith Fiorillo

Ed eccolo, Erri De Luca, nell’occasione della chiacchierata offerta al suo pubblico di lettori ed amici.

Un berretto da pescatore, tessuti di praticità  da freddo, è il più puntuale di tutti alla Casetta Rossa. Ha poco più di sessant’anni, il volto segnato come quello di chi ha vissuto tante vite, occhi profondi e intensi nel ghiaccio dello sguardo azzurro. È quasi delicato tanto è magro, ma il corpo trasmette la forza della conoscenza concreta della vita, un’esperienza fatta di avventura, di lavoro con le mani, di lotta e accettazione dell’amore di chi l’ha cercato.

Da quelle mani asciutte e forti sgorga la creatività  di un uomo che scrive libri per tenere compagnia, che si fa ospite del tempo altrui. Non uno che usa il foglio per dare sfogo al proprio ego, declinato in sofferenza o gioia. La pagina è fatta di poche righe, nessuna sbavatura, non una sillaba di troppo. La magia del suo scrivere sta tutta lì, nella forza di uno stile che esprime con semplicità  ciò che altri non hanno saputo trasmettere in intere bibliografie: l’eleganza dell’essenzialità. Questo è Erri de Luca, un linguaggio di muscoli e nervi. Odori, parole come sangue, che (con la costante fisicità  dei suoi riferimenti) affonda nel vivo della carne, forzando ogni mediazione per restituire i moti dell’animo alla crudezza dei corpi e della materia. 

Il movente del suo scrivere è quello di riacciuffare un pezzo del passato, costringerlo ad esserci di nuovo.

Una notte in una casa di campagna un uomo si risveglia al suono di una sirena di allarme aereo. L’ha già sentita a Belgrado nella primavera del ’99, quando la città  era bombardata dagli aerei partiti dall’Italia. Anche sua madre conosce la stessa sirena, che precedeva i bombardamenti su Napoli. Quella notte intorno al tavolo della cucina loro due si ritrovano a parlare di uova al tegamino e di guerre, di un cuore malandato e di un diario di viaggio con la copertina rossa. È una notte d’insonnia e d’intesa. Nell’alba seguente, un vetro è sufficiente a separarli.

Comincia il cortometraggio Di là  dal vetro, diretto da Andrea Di Bari e di cui Erri è sceneggiatore e protagonista, insieme all’attrice napoletana Isa Danieli nei panni di sua madre.

Un ambiente rustico che ricorda vagamente l’atmosfera da caminetto del nostro incontro alla Casetta Rossa. Circondato dalle sue cose, piastrelle, crepitio dei rami al fuoco, la cena silenziosa poggiata e consumata sfogliando Don Chisciotte. Il letto ed il risveglio repentino al suono di sirene, l’incubo ricorrente. Si alza, la camicia addosso, torna di là. Come se niente fosse saluta la madre, appena materializzata, assorta e seria nella sua vestaglia. Che fai alzata a quest’ora? Lo sai, faccio più sonno il giorno. Ci facciamo I nostri solitari? Li fai tu però eh, io ti guardo. Vicini al tavolo, di nuovo, seduti come per mangiare, nel solitario di Napoleone iniziano a raccontare. Ti avevo abbandonata a diciott’anni per andarmi a buttare dentro le lotte politiche di allora.. ti potevo chiamare da un’altra città  per chiederti uè mammà , comme se fanno due uova al tegamino?

C’è voluto un mese per deciderti a chiedere come si cuociono due uova..e cinque minuti per andartene via di casa.

La conversazione segue il ritmo delle carte napoletane schioccate sul legno. Descrive la reciproca esperienza della guerra.

Lei: La sirena d’allarme, la sento, ogni santa volta che chiudo gli occhi. Primm’ e durmi’, primm’ e truva’ pace. Te l’ho passata io, nella pancia, la paura mia. Per forza la dovevi sapere.

La so e sapevo il suono della sirena prima ancora di sentirla. Quando sono arrivato a Belgrado, di notte. Sono sceso da quel furgone, venivo dall’Ungheria. L’ho sentita e l’ho riconosciuta. Era la tua … E suonava ancora, dopo più di cinquant’anni. Era l’aprile del ’99. Avvertiva l’arrivo dei bombardieri della NATO (l”occhiata sfugge, quasi sdegnata dal primissimo piano).

A me la guerra m’è arrivata addosso ch’ero una ragazzina. Non me la sono potuta scansare. Tu, te la sei andata a cercare. Sì, è la verità. Io non ci potevo stare in un Paese che si metteva a bombardare città. Questo è per me definitivamente il terrorismo: il bombardamento aereo di una città . Quello che vuole distruggere il numero maggiore di vite, indifese, prese a casaccio nel mucchio. La mia generazione rivoluzionaria è stata definita terrorista. Rispetto al bombardamento aereo di una città quella è una sfumatura, una virgola! Ma che ne sanno loro di terrorismo, se non sono stati come te e me dentro una città  bombardata notte e giorno!

La notte avanza, e la terra si gode il buio. Continuano a divagare sul passato e si srotola nelle battute il succo delle tappe di quest’uomo schivo.

Accenna ad una sventata morte, ad un infarto in montagna, al salvataggio degli amici e alla reazione materna, ferma ed invincibile al suo ritorno.

Quella mattina col dolore al petto, mi facevo i massaggi e sono andato lo stesso a scalare  dovevo morire lì , invece quei due amici mi caricano e mi portano all’ospedale. Lì si ferma il cuore, tre volte. Quando sono tornato a casa, ti ricordi, [ti ho abbracciato, mi sono messo a piangere.. perché stavo per non vederti più, senza un saluto.E tu, tu calma, asciutta, ti sei fatta abbracciare e non hai detto niente. Mi sei sembrata invincibile.

Invincibile, invincibile no! Calma, quello si..Mi sono abituata cento volte alla possibiltà  che morivi. Primo, Lotta Continua, gli scontri con i morti in piazza. Poi l’Africa, che tornasti una lisca d’alice con la malaria e la dissenteria. Poi ti sei avviato nella guerra di Bosnia.

T’a si ssegnata tutta a lista sì?!

Sì! E poi in quella su Belgrado! In mezzo c’hai messo pure l’alpinismo…

Il clima si rilassa Ma mo’ che stai scrivendo? Mmm…Una storia di quando tenevo dieci anni. Si svolge a Ischia, d’estate.

A un tratto i lineamenti stridono, Erri protagonista è scosso, non capisce. Perché la madre gli fa quella domanda? È sempre stata la prima a leggere i suoi scritti. Si agita, si volta di scatto. Lei non c’è più. È stato un sogno. Nell’alba seguente un vetro è sufficiente a separarli. Erri leva la foto dalla cornice e l’accarezza. Torna alla finestra, il vento soffia, una mano poggiata. Tutto il rumore cessa. La chitarra struggente di Daniele Sepe s’intreccia all’emozione personale della completezza malinconica e serena.

 

La sala si riaccende ed Erri siede fronte pubblico, su un tavolo, microfono alla mano, pronto per la chiacchierata, che scivola nei temi più variegati.

Dai motivi che l’hanno spinto fuori dalla suo città  così presto, a soli diciott’anni. L’abbraccio della lotta politica. Gli anni ’70 con la dirigenza attiva in seno al movimento di Adriano Sofri. I lavori da operaio alla FIAT, o come magazziniere all’aeroporto di Catania. Poi camionista, muratore girovago nei cantieri francesi, africani, italiani.

Intuibile la risposta a chi gli chiede se ha un orario favorito per dedicarsi alla scrittura

Erri: Nelle ore antelucane. Mi sono abituato a scrivere prima di cominciare a lavorare, prima che il mio lavoro di manovale potesse rubarmi il resto della giornata

La gente è molta ed Erri prende spunto dalle domande per inoltrarsi nei ricordi, nella critica. È affascinante.

Si parla della città, del suo rapporto con la religione, così intenso nella ricerca e nella conoscenza, eppure privo di fede. Poi del dolore fisico, un elemento quasi funzionale per l’evoluzione del piccolo protagonista de I pesci non chiudono gli occhi. Imprigionato nelle fattezze dell’infanzia, il bambino si procura volontariamente un pestaggio, che rompa quella corazza di corpo, così indietro rispetto alla sua mente che già  corre.

Gli chiedo dell’amore nei suo libri, dove sono sempre le donne a scegliere. E lui annuisce breve. Si sono sempre stato scelto.

Poi Don Chisciotte, libro-comparsa nel corto, una traccia biografica della visione della vita.

Erri: è il mio romanzo preferito, in assoluto. E questa infatuazione per il personaggio di Cervantes, deriva da un’idea geniale: che invincibili non sono quelli che vincono sempre, ma sono quelli che mai si lasciano sconfiggere dalle sconfitte. Quelli che vincono sempre sono i vincenti, e i vincenti sono una categoria di persone molto in voga in queste epoche. Però sono anche quelli che poi quando cadono hanno bisogno della cocaina per sopravvivere, quindi questi sono vincenti e perdenti insieme. Invece, gli invincibili sono quelli che non si arrendono mai, anche quando perdono malamente e ripetutamente. Proprio come il Chisciotte che imperterrito si batte.

Erri descrive alcune categorie di persone che possono essere così.

Per esempio invincibili sono i migranti, quelli che, dal Nord Africa, dal Kurdistan, dall’Albania, partono per venire a cercare una qualche salvezza da noi. E non c’è nulla che li possa fermare, né le leggi dello Stato, né gli annegamenti nel Mediterraneo. Nessun muro li potrà  mai fermare perché giustamente, dice Erri: “Li muove la disperazione e vanno a piedi”, e quindi nessuno li può fermare, loro sono invincibili.

Il dibattito si accende e finalmente l’anima di questo scrittore così intimo.

Le migliori menti, le penne più abili hanno questo. La capacità  di coniugare immediatezza della propria pelle riferendosi all’altrui. Raccontarsi per quello che è utile al prossimo, senza mai occupare con proposito egoistico il tempo di cui sono ospiti. E poi l’abilità  di unire semplicità  e saggezza magistrale, corporea concretezza di nervi, pura nelle parole e forma.

Forza, quasi rabbia ed allo stesso tempo compostezza. Così, ispirata da questa riflessione così lontana dal contesto per cui è stato convocato, riporto le parole che lui stesso, in una sorta di monologo, ha regalato al pubblico della televisione alcuni mesi fa.

Da Poche righe dedicate a noi altri.

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe, I viaggi di Simbad e di Conrad. Siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari. Cosa ci fa difetto, per non stare con gli acrobati di oggi, saltatori di fili spinati e di deserti, accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive, in celle frigorifero, in container, legati ai semiassi di autocarri? Cosa ci manca, per un applauso di cuore, per un caffè corretto, al portatore di suo padre in spalla e di suo figlio in braccio, portato via dalle città  di Troia, svuotate dalle fiamme? Benedetto il viaggio che vi porta, il mare rosso che vi lascia uscire, l’onore che ci fate bussando alla finestra.

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