Il capo dello Stato?
Che Dio ci aiuti

Il presidente della Repubblica?
Che Dio ci aiuti

L'elezione del presidente della Repubblica si avvicina e, vista la rosa dei candidati,
viene quasi da piangere. Non resta che sperare nell'aiuto divino

di Leonardo Naccarelli

Il capo dello Stato?
Che Dio ci aiuti

Il presidente della Repubblica?
Che Dio ci aiuti

Il presidente della Repubblica?
Che Dio ci aiuti

di Leonardo Naccarelli
presidente della Repubblica

Il capo dello Stato?
Che Dio ci aiuti

Il presidente della Repubblica?
Che Dio ci aiuti

L'elezione del presidente della Repubblica si avvicina e, vista la rosa dei candidati,
viene quasi da piangere. Non resta che sperare nell'aiuto divino

di Leonardo Naccarelli
5 minuti di lettura

Green pass “rafforzato”, piena quarta ondata, conflitti sociali sempre più aspri ed un Paese da ricostruire praticamente da zero. In questo contesto ci mancava solo l’elezione del presidente della Repubblica. Un carico troppo possente per una classe politica ormai stabilizzata sul livello rasoterra che, infatti, stramazza impietosamente al suolo.

D’altra parte  che all’accrescere delle difficoltà si elevasse anche il peso specifico della classe governante era un’utopia tanto assurda da far dubitare dell’intelligenza di chi ci credesse. Con la differenza, però, che per il presidente della Repubblica le classi dirigenti dei singoli partiti non potranno contare sui comitati tecnici scientifici: dovranno cavarsela da soli trovando una via d’uscita dall’impasse. E allora: si salvi chi può.

Il fatto che Mattarella abbia negato fermamente una sua disponibilità ad un secondo mandato non aiuta in quanto sfuma – escludendo fantascientifiche tecniche di rianimazione di Pertini – la soluzione più auspicabile. Occorre, dunque, trovare altri nomi e, se sono effettivamente quelli che circolano, l’auspicio è che valga pure per il Quirinale quel detto che si usa dalle parti del Vaticano: “In conclave chi entra Papa esce cardinale”. Analizziamone qualcuno.

Per iniziare, non possiamo che partire dall’attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi. La situazione è strana: lui non ha mai espresso alcuna disponibilità a diventare presidente della Repubblica eppure è una delle proposte con maggiore seguito. Secondo alcune ricostruzioni occorre solo una parola di Draghi perché il Parlamento lo scelga senza battere ciglio: una sorta di scelta à la carte degli incarichi istituzionali. Ci sarebbe, tuttavia, un problema di non poco conto: qualora Draghi fosse eletto Presidente della Repubblica ci sarebbe da trovare un nuovo Presidente del Consiglio. O si va a votare, sempre difficile in Italia (cosa diciamo al Dio delle urne? Not today), oppure si sceglierebbe un ministro dell’attuale esecutivo con il risultato che Draghi sarebbe titolare, in via diretta e indiretta, di tutte e due le cariche diventando una specie di Re Sole. Tutto corretto, il problema sono le alternative, talmente scarse da rendere quasi preferibile un abominio costituzionale.

Nonostante, infatti, la destra le stia tentando tutte per smettere di esserlo, questa, ad oggi, rappresenta la forza politica con maggiore seguito, in termini di punti percentuali, tra gli elettori. Da ciò dovrebbe conseguire l’esclusione di una salita al Colle della Prodi band: quegli esponenti, presenti e passati, della classe dirigente del centrosinistra che vedono nella candidatura alla Presidenza della Repubblica l’ultimo treno per contare ancora qualcosa o per essere al centro dell’attenzione nel mentre ci provano (Franceschini, Veltroni, per citarne i principali insieme al prima citato Prodi).

Così, ragionando in astratto, non sarebbe affatto uno scandalo se il prossimo Presidente della Repubblica fosse scelto tra gli esponenti più autorevoli dell’area politica del centrodestra. Quando, però, si tenta di individuare dei possibili candidati ci si trova in un imbarazzante e profonda difficoltà. Ci si scontra, infatti, con la terrificante e desolante carenza di qualsivoglia classe dirigente di destra. In parte, per assonanza al periodo storico e politico attuale che non poteva non riguardare anche quello schieramento politico.

In parte, per problematiche interne ai singoli partiti: Forza Italia praticamente ha più ministri al governo che elettori; Fratelli d’Italia non passa giorno che non dia motivi per invocare la Legge Scelba; la Lega è alle prese con una crisi d’identità apparentemente insolubile tra spinte populiste e liberali. Ecco che, nel vuoto cosmico dell’attuale centrodestra, un unico nome circola con insistenza nelle ultime settimane: Silvio Berlusconi. È talmente assurda come soluzione che una parte di me inizia a temere possa effettivamente realizzarsi. Lo stupore e lo sbigottimento che provo sono riassumibili con “e allora vale tutto”.

In primo luogo non si capisce come possa diventare presidente della Repubblica una persona che è ancora così divisivo all’interno del Paese. Ci hanno sempre insegnato, infatti, che al Quirinale dovrebbe andarci un uomo o una donna in grado di rappresentare la totalità degli italiani e non mi sembra che Berlusconi abbia minimamente questa capacità. Inoltre, in Paesi normali personaggi come Berlusconi avrebbero smesso, per decisione propria o degli elettori, di gestire la cosa pubblica anni fa: anche soltanto l’idea che possa diventare Capo dello Stato rappresenta plasticamente l’abietta condizione della nostra civiltà sociale e civica.

Infine, è interessante come, nonostante lo scorrere del tempo, Berlusconi mantenga intatto il proprio ruolo politico: un liberale grazie al quale qualificare come moderata una destra dietro le cui quinte si annidano le pulsioni politiche più retrograde e devianti del Paese. L’unica differenza è che allora era l’uomo di punta, lo statista di riferimento; oggi è poco meno di un ologramma di sé stesso. Tuttavia e purtroppo, per i tempi attuali sembra bastare così. 

Analizzati dunque gli elementi di maggiore spicco della rosa (o forse crisantemo) dei candidati alla presidenza della Repubblica, non rimane che augurarsi che, individuati i cittadini con i requisiti, lo scelgano a caso. Difficilmente potrà andare peggio.

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