Il populismo di Putin spiegato bene

Il populismo di Putin:
la ragione della guerra

Il populismo che abbiamo purtroppo osservato anche in Italia
ha un legame profondo con quello che sta accadendo in Ucraina

di Pietro Maria Sabella

Il populismo di Putin spiegato bene

Il populismo di Putin:
la ragione della guerra

Il populismo di Putin:
la ragione della guerra in Ucraina

di Pietro Maria Sabella
populismo

Il populismo di Putin spiegato bene

Il populismo di Putin:
la ragione della guerra in Ucraina

Il populismo che abbiamo purtroppo osservato anche in Italia
ha un legame profondo con quello che sta accadendo in Ucraina

di Pietro Maria Sabella
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Eravamo sicuri che gli inglesi non avrebbero votato a favore della Brexit, sancendo l’uscita dall’UE del Regno Unito. Eravamo sicuri che Trump e il suo populismo non avrebbero mai vinto le presidenziali americane, superando Hillary Clinton. Qui da noi non avremmo mai pensato che il M5S avrebbe ottenuto più del 30% del 2018, superando tutte le altre forze politiche. E poche settimane fa eravamo sicuri che la Russia di Putin non avrebbe invaso l’Ucraina

Adesso, vedo che in tanti sono sicuri che questa guerra finirà soltanto grazie alla popolazione che presto si ribellerà – “è certo che si ribellerà” – alle asperità delle sanzioni economiche imposte da occidente per buttare giù la famelica dittatura putiniana. O grazie a qualche generale saggio e buono di spirito che non attiverà il comando nucleare all’arrivo dell’ordine definitivo. Ma ne siamo davvero sicuri? 

Quello che è possibile raccogliere da queste esperienze accadute negli ultimi sei anni è che la lente con la quale sono stati interpretati questi eventi e i successivi cambiamenti si è rotta. Pestata sotto ai piedi definitivamente con la tragica e rapida fuga da Kabul degli occidentali. Chi mai se lo sarebbe aspettato un ritorno dei talebani in grande stile? Chi mai avrebbe sognato di credere che una parte degli afghani non avrebbe opposto violenza e che alcuni di quegli uomini avrebbero imposto ancora una volta la sharia?

Si, nel 2022. Si, quella lente si è rotta e va cambiata presto, prima che parta una guerra mondiale che non potremo semplicemente processare dai salotti buoni ma che invaderà la nostre piazze e i nostri cieli facendo scorpacciate della nostra più fervida e terribile immaginazione. 

Stiamo assistendo alle tragiche derive della guerra sul suolo ucraino, stiamo osservando i bombardamenti sulle centrali nucleari che danno sul Dnepr, ma cosa sappiamo davvero dei russi? Di cosa c’è a est di Rostov sul Don? Non dei borghesi che vivono al centro di Mosca e di San Pietroburgo, che hanno visto e frequentato gli occidentali, che ci hanno accolto in vacanza o che sono venuti a trovarci d’estate in Chianti o in Costiera.

Perchè è chiaro che nessuna di quelle persone vorrà la guerra di Putin, è chiaro anche che hanno imparato o ricordato come si scende in piazza a protestare e allo stesso tempo a silenziarsi per paura del dittatore. Ma intendo quei milioni di persone che vivono nel cuore della Russia, tra Samara, Perm e fino alle montagne della Kamchatka, che del 1991 in poi non hanno poi visto poi così tanto.

Sono le stesse persone che possiamo trovare nel Nebraska, nel North Yorkshire o in una qualsiasi provincia italiana. Sono quelle stesse persone che in tutto il mondo hanno dimostrato sempre la paura del cambiamento, il timore della debolezza dello stato in cui vivono, della società aperta, che vogliono l’uomo forte al comando. Simbolicamente rappresentate da Jake Angeli vestito da bisonte a Capitol Hill. Aizzate e confortate dal populismo politico.

Qualunque sia la latitudine o la longitudine, l’effetto malefico della propaganda populista acchiappa le viscere profonde dei Paesi e ne manipola la forma allo stesso modo. Attenzione dunque ad affidare corpo e anima della guerra in corso ai russi, ai generali, a chi vive nelle periferie e nelle campagne a est degli Urali. Rischieremmo un’attesa lunga e vana, un Godot che ci potrebbe deludere. E allora cosa possiamo fare?

Intanto renderci conto degli effetti del populismo, – l’embrione di derive più totalitarie -, sul nostro continente e saggiamente archiviarlo. La pandemia e la guerra in corso hanno dimostrato plasticamente l’inefficacia delle politiche populiste nei Paesi europei, evidenziato i limiti e le ferite apportate al percorso di integrazione europea. Prendere una lente nuova che ci dia la dimensione di come le radicalizzazioni illiberali siano più frequenti e possibili qui da noi di quanto abbiamo voluto accettare fino ad ora e non stupirci se qualche commentatore illustre possa pubblicamente appoggiare la politica di Putin o degli italiani che in Parlamento lo hanno sempre apprezzato. Ancora meno stupirci se in Russia in molti continueranno a volere un dittatore al comando.

Aprire gli occhi, le finestre e i salotti ed “approfittare” di questo tragico momento per parlare di democrazia, costituzione europea ed eguaglianza sociale. E soprattutto per continuare a parlare di pace. Per noi, questo è il momento adatto per dare una spallata alle politiche nazionaliste che in questi ultimi 20 anni hanno allontanato le capitali da Bruxelles, i siciliani dai valloni, i bretoni dai greci, e non lasciarci trascinare nel ventre molle della follia della guerra. Continuare a volere un’Europa di pace e crescita. Ma questo non significa abbandonare gli Ucraini, mostrare debolezze o essere inetti di fronte al cataclisma.

Significa considerare sempre la diplomazia come prima “arma” e capire che forse fortunatamente non siamo più “buoni” per le guerre, che le nostre società non le accettano più, non sono disposte a morire, al sacrificio. Nel bene e nel male questo è un dato di fatto che va considerato e non sottaciuto, con il rischio di mandare al fronte una generazione che non è uscita di casa per due anni e non sa neanche più come è fatto il valico di una montagna.

Abbiamo imparato ad essere figli del primo mondo, a essere un tutt’uno con l’economia, con la borsa e i tassi di interesse e inflazione. Abbiamo lasciato che la politica fosse penetrata dall’economia, e poi le nostre vite e il nostro costume. Abbiamo purtroppo legato a doppio filo il nostro benessere alla capacità di consumo e, a differenza di quanto accaduto nel ’45, siamo davvero convinti che l’estromissione dallo Swift valga quanto uno sbarco in Normandia.

Ebbene, siamo questi, adesso siamo questi. Ed allora perchè lasciarci carpire dalle sirene della guerra se possiamo ancora combattere con le sanzioni? Perchè vergognarcene quando sappiamo esattamente cosa significhi per noi lo spettro della povertà e dell’austerity? Non dobbiamo andare lì con i nostri giovani, dobbiamo andarci con i nostri Ministri e imporre una tregua, imporre la diplomazia.

Magari scopriremo che quest’arma è inefficace rispetto a chi è abituato e a vivere in modo diverso da sempre. Ma, appunto, per allargare i confini della guerra c’è sempre tempo. Magari, nel frattempo arriva un miracolo.

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