Dopo il debutto in Mantova e diverse repliche in Nord Italia giunge a Roma, al Teatro Brancaccino, Pianoforte Vendesi, essenziale pièce teatrale che vi resterà sino a domenica 24 Aprile (ore 20:00, domenica ore 17:30).

Si chiarisca subito il significato di “essenziale”: questa coproduzione Aida e Ars Creazione e Spettacolo annovera una macchina teatrale ridotta ai minimi termini: il regista, Raffaele Latagliata, immerge il suo unico attore, Adriano Evangelisti, in un ambiente affondato nell’ombra, da cui emergono via via gli elementi slegati della scenografia, che il nero separa e che aiuta a figurarsi nella loro concreta e reale fisicità: insomma, l’espediente affatto peregrino di una scena teatrale ombratile è, qui, utilizzato nel migliore dei modi. Il tutto, pervaso dalle musiche originali di Patrizio Maria D’Artista, a completare la triade, essenziale, che muove lo spettacolo in scena al Brancaccino. PIANOFORTE_VENDESI_01

Pianoforte Vendesi è il primo lavoro teatrale di Andrea Vitali, che insieme al regista Latagliata (cui andrà il merito di un adattamento teatrale ottimale, visto l’impianto di una sceneggiatura su cui già da ora palesiamo le nostre notevoli perplessità) adatta il suo omonimo romanzo edito da Garzanti per le scene: è la notte dell’Epifania a Bellano, sul lago di Como, e il ‘pianista’ – che il pubblico conosce subito come abilissimo ladro che ha consacrato le proprie, lunghe e affusolate mani, all’esercizio quotidiano non già sulla tastiera di un pianoforte, ma di tra tasche e borse e giacche di ignari derubati – è il primo, principale, personaggio che si incontra. Dopo pochi, brevi, episodi, colpisce il pianista un cartello apposto su una malconcia cancellata, con su scritto: “Pianoforte vendesi”: fuori è la festa dei Re Magi, al paese, ma una nevicata impedisce il cominciare della festa, in cui il pianista avrebbe potuto confondersi nella calma e agire indisturbato: decide, allora, di visitare proprio la casa cui immette quel cancello, che viene a sapere essere disabitata. Di lì, sino alla fine, è un procedere costante e serrato di situazioni al limite del giallo, del misterioso, del soprannaturale, del grottesco, in una notte che, davvero, pare non finisca mai, quasi il pianista fosse un novello Andreuccio da Perugia trasportato da Napoli sul lago di Como.

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Per tutti i circa 65 minuti dello spettacolo la scena è consegnata al monologo di Adriano Evangelisti: egli è narratore, personaggio, coro, scenografia lui stesso, rappresentando di necessità il punto focale di tutta la messa in scena. Conoscevamo già Evangelisti in qualità di regista: lo scorso anno abbiamo visto le sue Troiane di Euripide con il laboratorio teatrale Theatron dell’Università La Sapienza, cui si rimanda: https://www.thefreak.it/la-sinfonia-corale-del-dolore-le-troiane-di-theatron-alla-sapienza/ Ritroviamo tutta la capacità lì dimostrata di percepire la scena quasi fosse parte integrante del proprio corpo, prolungamento di questo: nell’ombra dominante la sua figura riesce a giocare con gli spazi, ampliando, riducendo, in una plasmando il palcoscenico. La stessa vocalità, che inevitabilmente si fa elemento imprescindibile dello spettacolo, si piega con naturalezza alla prova affatto facile di un monologo così articolato: essa è fredda, all’inizio, e la voce giunge con una povertà di armonici che, ad orecchie sensibili, può quasi dar fastidio; ma vieppiù che si procede, essa si riscalda, articola le dizioni e le cadenze dei vari personaggi, intrecciati con una veloce voce narrante, sì che, nella plasticità dei mimi e nel bel colore della luce, il pubblico si vede scorrere letteralmente davanti agli occhi tutta una congrega di individui che, in un monologo, non ci si aspetterebbe minimamente. PIANOFORTE_VENDESI_04

Con un attore che riempie, ingombra così di sé la scena, la regìa di Latagliata ha il gioco facile. Ma, se essa poteva abbandonarsi nella voce e nei mimi dell’unico attore, così non fa. E le luci, le situazioni, gli spazi, scarnificati ed essenziali, sono sfruttati al massimo grado: eccellente la scena, principale, dell’ingresso del ‘pianista’ nella casa in cui si trova il pianoforte, il suo dialogo con la vecchia, la luce calda puntata sulle mani che suonano il pianoforte, mani che si confondono, svaniscono in guizzi di colore come su una aerea tavolozza.

L’invito è vedere lo spettacolo concentrandosi sul suo attore e sulla azzeccata regìa, senza indugiare troppo sulla sceneggiatura. Perché, se è vero che lo spettacolo risulta godibile scenicamente, esso si regge in realtà su una struttura testuale precaria, oltre che povera: di là dall’intreccio in sé, che da metà in poi dello spettacolo risulta prevedibilissimo, fiction-style, è proprio il testo a mancare di qualsiasi profondità, di un pur minimo interesse. La comicità maggiore viene dai modi e dalle battute trite e ritrite di due carabinieri dalla immancabile cadenza meridionale; la vecchia che il ‘pianista’ incontra nella sua visita notturna alla casa in cui sta il pianoforte di cui al titolo, indugia su rimembranze giovanili e riflessioni sul senso della musica a dir poco imbarazzanti, banali, scontate. Ruffiana, questo sì, è la sceneggiatura, che prende facilmente un pubblico da televisione che si lascia condurre a bocca aperta da situazioni sceniche davvero inconsistenti. La prova? Affidate questa sceneggiatura non già al monologo di un unico attore, ma ad una serie di personaggi, ognuno recitante la propria parte: dire che verrebbe fuori una farsa da teatrino di paese, quando non addirittura da oratorio, è dir poco.

Evangelisti e le buone intuizioni della regìa ci salvano dalle ingenuità macroscopiche della sceneggiatura di Vitali (ci domandiamo: dalle ingenuità del romanzo da cui la sceneggiatura è tratta, chi è che salva il lettore?). E fanno dello spettacolo l’occasione, offerta al pubblico romano o in Roma in questo fine settimana allungato, di godere dell’eccellenza di un ottimo e completo attore (cosa assai rara, peraltro), nonché del coraggio del Teatro Brancaccino, che consegna una ulteriore messa in scena degna di nota (mercé l’attore, mercé il regista) alla programmazione teatrale della città.

Di Valerio Tripoli, all rights reserved

PIANOFORTE VENDESI AL BRANCACCINO ultima modifica: 2016-04-22T07:41:43+00:00 da Valerio Tripoli

A proposito dell'autore

È il 1991, il muro è già crollato e l’URSS è in fin di vita, ma Valerio se ne lava le mani e decide di nascere a Raccuja, in Sicilia. Mamma e papà giocano a calcio e fanno tante altre cose normali, ma a Valerio, che dai tre ai nove anni vuole fare a tutti i costi il papa, piacciono la storia, il melodramma e le caramelle al latte di sua nonna: per questo si laurea in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma. Se non trovate nessi tra le caramelle al latte e le Lettere Classiche, beh, sappiate che alla fine non li ha trovati neppure lui e, nel dubbio, si è iscritto anche alla facoltà di Giurisprudenza, dove tutt’oggi dà un esame dopo l’altro, così un giorno potrà denunciarvi in dodici lingue morte diverse! Nel mentre, ha studiato canto lirico e pianoforte, e si interessa di tutti gli ambiti della musica classica. Però classica, classica e basta: vale a dire che, in questa vita, non dovete mai parlargli di Allevi, o di quella insolita cricca del Volo. Semmai, potreste trovarlo in qualche teatro d’opera dove, imprecando contro un cantante o un direttore, tenterà di evocare il divo Claudio. Abbado.

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