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Pensavo fosse fancazzismo, invece era felicità

Stamattina mi è sembrato di raggiungere la vetta del fancazzismo sportivo, quel livello di nullafacenza a cui guardi con vergogna e segreto.
Stamattina sono passata a studio a trovare Paolo che aveva un buco di un’ora: gli avevo proposto un caffè. Prima di scrivergli, nonostante sapessi della sua ora libera, ho avuto il dubbio se chiamarlo o meno, dico sempre a me stessa di negare ed ignorare tutte queste esigenze da attaccamento: penso all’istante che potrei disturbarlo. Ma poi mi dico che il diritto al rifiuto dovrebbe essere demandato agli altri e non dovrebbe essere anticipato da noi stessi, noi che, per evitarci la frustrazione di un generico no, preferiamo certamente non esporci. E chi può capirlo meglio di me, che mi mordo la lingua e mi taglio le mani almeno 11 volte al giorno per non dire o non scrivere quello o quell’altro: io che addirittura ho resistenze a disturbare il mio medico di base e figuriamoci con un amico o una persona cara. Ma del resto, è anche vero il contrario: senza certe azioni decise sull’orlo del precipizio, non saremmo nemmeno in grado di determinare il valore di quel precipizio. Se è il desiderio di un’emozione o la semplice paura di un non ritorno. E così scrivo a Paolo. E invece Paolo accetta, dice che anche se è poco tempo, per un caffè ci sta. Scende dal suo studio, andiamo al bar, parliamo con la barista di contratti collettivi di lavoro, di sindacati, di ciò che ci rende tranquilli, di ciò che ci rende inquieti e del gin tonic.
Un saluto veloce, in direzione del mercato rionale del Tuscolano dove sta da tanti anni Alfredo, tenero calzolaio settantenne che ripara le mie borse e le mie nevrosi, a cui chiedi il prezzo e ti dice “ma che me vuoi dà? Io sto lavoro lo faccio pe vedè la gente che torna a sorride quando la roba a cui è affezionata la faccio rinasce“. Dico ad Alfredo che gli faccio assaggiare il chinotto, che lui non ha mai bevuto e che guarda con sospetto. Glielo porto nel suo piccolo angolo di bottega, in quello che sembra essere il suo habitat esistenziale, fatto di cose vecchie-vecchissime da riportare a nuova vita, fatto di scarpe dimenticate e di passi lontani, fatto di borse che contengono ricordi e di lacci che hanno legato persone, fatto del suo tempo e del piacere dei suoi clienti. Parliamo della pelle, della moglie che amava e dei mercati rionali che entrambi vorremmo rimpiazzassero i centri commerciali al veleno di aria condizionata e aria consumata. Beviamo un chinotto tra le sue esitazioni e i miei entusiasmi. Gli compro un po’ di noci per gratitudine che alla sua età “Alfrè ti fanno bene e poi io te devo preservà a lungo, ma quando vado via non te ne mangià troppe che poi te se alza il colesterolo”. Alfredo mi sorride, “non te preoccupà stella, non so le noci che ammazzano, so le carezze non date quelle che non te fanno dormì de notte”, chiude Alfredo. Sorrido inebetita, deglutisco il mio chinotto e non riesco ad aggiungere nient’altro. Tocco la mano di Alfredo e gli dico di rimanere sempre qui e di rimanere sempre così, che a noi clienti e a noi umani quelli come lui ci servono, che le nostre borse contengono le sue carezze e le sue amorevoli cure, che è grazie a lui che le mie scarpe hanno percorso amori e felicità senza nemmeno accorgersi del peso che stavano contenendo.
Saluto Alfredo, che mentre esco, mi intima di andare piano con il motorino e di “non correre sempre”.
Esco dal mercato, tolgo la catena al mio fedele SH e, mentre mi dirigo verso Matteo, ascolto i Counting Crows.
Matteo mi consegna la collana che la mia amica Vale gli ha commissionato. Ci abbracciamo, lui che mi chiama “mon ami” e mi fa sentire la delicatezza di una stretta francese dentro il calore di una periferia romana. Parliamo del suo ultimo viaggio, dell’estate che lo aspetta e dei festival con tanta gente, parliamo delle mie vite a incastri e delle mie immobilità, del tempo che non esiste e della festa che farà stasera. Parliamo della libertà e dei patimenti, parliamo delle mie velocità e delle sue lentezze, parliamo del fatto che è bello incontrare altra gente, perchè attraverso gli altri incontriamo anche un po’ di noi stessi. E io quando ascolto lui incontro una vita vissuta senza lacci e lui quando ascolta me, vive una vita in cui è possibile legarsi. Bevo un altro saluto e ci congediamo al suono di un pranzo che arriva.

È arrivata l’ora di andare a lavoro, guardo l’orologio e il tempo del mio fancazzismo sembra essere terminato. Mi stringo il casco, regolo il laccio sotto al mio mento, sospiro a polmoni aperti e riparto.
Sulla mia sella, con me, oggi ci sono le mani di Alfredo e i ricordi di sua moglie, le ore frammentate di Paolo e i nostri caffè al suono di politica, c’è Matteo e le sue libere vite. Siamo in molti, oggi, sulla mia sella.
E allora in mattine come queste potresti sentire che il fancazzismo ha toccato vertici inauditi e quasi vorresti tenertelo per te a protezione dell’ideale di iperproduttività sociale. Che poi quella ce sta eccome perchè una mattinata a cazzeggiare a me tocca una volta ogni morto di Papa (ma Papa Wojtyla che quello è campato tanto) e mi costa il prezzo di giorni di lavoro che vanno dalle 8 alle 21, al lordo dei 3 minuti per fare pipì, mangiare e starnutire.

Mentre nelle cuffie i Green Day mi ricordano che ho sbagliato traversa a Via di Torre Spaccata, ho pensato che il problema fosse proprio questo: la reticenza a dire che in una mattinata non si è fatto niente e invece in quel niente erano rinchiuse persone e caffè, chinotti e affetti, viaggi e collane, tenerezze umane e nevrosi da perdita.
Che allora se la vita si pesasse al grammo della produttività sarebbe destinata alla povertá inaridita.
E se invece la vita si misurasse al chilo di coloro a cui vogliamo bene e a cui si dedica il tempo dei propri spazi anche veloci, allora la vera ricchezza avrebbe il nome delle mattine in cui ti sei sentito fancazzista e invece eri felice.

di Cara Futura Rigby, all rights reserved

Pensavo fosse fancazzismo, invece era felicità ultima modifica: 2017-05-25T07:54:32+00:00 da Cara Futura Rigby
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A proposito dell'autore

Con un nome ispirato a una canzone dei Beatles, nell'83 entra a far parte della popolazione mondiale. Compare nella copertina di un CD di Michele Zarrillo. Aveva 8 anni però non fu lei a decidere. Tuttavia, questo la fa sentire come il bambino di Nevermind e per questo racconta a tutti di essere entrata a pieno titolo nello star system mondiale. Per millantare un'adolescenza fervente e attiva, sostiene di aver vinto un torneo femminile di ping-pong in un villaggio Valtur, omettendo arditamente che le partecipanti furono soltanto due. Il suo reddito annuo equivale a un quarto d'ora di ospitata a "Chi l'ha visto?". Il suo assegno di ricerca riporta una quota annuale comparabile al valore di una Panda dell'89 uniproprietario, non incidentata. Si commuove con la frequenza oraria di un furto a Città del Messico. Si nutre di gelato, pizza e Pennac. A seconda dei periodi, la sua composizione chimica oscilla nel valori di cellulite, ansia e Japanese Ice Tea. Vorrebbe iscriversi in palestra, ma preferisce suonare la batteria e cucire a macchina. E infatti la M di Zara le entra a giorni alterni. Acquista bracciali solo se suonano mentre sbattono e orecchini che si muovono al vento. Il suo sintomo principale è salire sugli autobus dimenticando di controllare il numero. Non rischierà di vincere un Nobel. Dice di sé di essere carina quando indossa il blu e quando indossa l'odore del mare. Abbonda di virgole e punti di sospensione. Scarseggia nel porre fine ai discorsi.

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