Recensione – Parigi in un retrobottega

Notti di scontri nelle banlieue parigine. Una retata qualsiasi, nel sobborgo multietnico di Aulnay-sous-Bois, sfocia in violenza gratuita, preventiva, illecita. Ci va di mezzo un giovane, Theo, che denuncia quattro poliziotti e invita i suoi compagni a mantenere la calma. Difficile farlo in quei pentoloni ai confini delle metropoli, in cui si rimestano solitudine, disagio, abuso, pregiudizio, inibizione, spegnimento, buio pesto. Il presidente Hollande corre al capezzale del ragazzo, ma il suo sguardo sembra dire: che esagerazione, in fondo quei signori in divisa hanno soltanto calcato un po’ la mano. O il manganello.

Theo ama la sua città. Con i riflettori puntati addosso da anni, Parigi non ha perso charme, forza, bagliore intellettuale. Parigi è la libertà che guida il popolo, è lotta, è resistenza, e nel suo delizioso e agile racconto lungo, Parigi in un retrobottega, edito da Delos Digital per la collana “Versante Est”, curata da Francesco Aloe, Giuseppe Foderaro ce lo ricorda: nonostante tutto, Parigi respira. Nel retrobottega del Cafè de Flore, tornano gli esistenzialisti, i pochi intellettuali che non hanno perduto il vizio di confrontarsi, stanare soluzioni, combattere la frammentazione dei volti e delle anime. Discutono di storie, letteratparigi in un retrobottegaure, filosofie e all’orrore dell’ignoranza e del fondamentalismo si oppongono con i mezzi della ragione e della vita. Juliette Greco, Jean-Paul Sartre, il dolcevita nero: echi di un tempo che ha segnato o forse salvato. I protagonisti di questo libello da leggere d’un fiato non temono il passato, che tengono stretto, e neppure il presente, che vivono pienamente ripercorrendo le parole del Premio Nobel francese: «Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me. In queste condizioni, la scoperta della mia intimità mi rivela, nello stesso tempo, l’altro come una libertà posta di fronte a me, la quale pensa e vuole soltanto per me o contro di me.» La guerra di Piero, mi viene da pensare. L’altro, con le stesse paure, fragilità, incomprensioni, visibili tremori.

Il mondo ha dimenticato i suoi miti e conservato i suoi disastri. Ha gettato alle ortiche la memoria, osannata, che balza fuori, ci ricorda Foderaro, come un pagliaccio dalla scatola delle sorprese. Una memoria – ricordiamo ogni giorno qualcosa, ma ne abbiamo dimenticato il sapore, il dolore – che se ascoltata o letta, come i nostri esistenzialisti del Cafè de Flore, sarebbe la cartina di tornasole dell’Umanità nel suo lungo viaggio attraverso la Storia. Se una bomba scoppia a Kabul, adesso ci riguarda. Tempo fa no. Tempo fa, dal 2000 in poi, c’era una porzione di mondo invisibile, parallela, distante, fantastica, di cui i media parlavano come fosse stata il castello di Hogwarts di Harry Potter. Eppure, come scrive Foderaro in queste semplici parole e tuttavia vere, lì “c’erano bronci e sorrisi, brusii e schiamazzi, tintinnii e battiti. C’erano… persone. C’era l’umanità.” Di colpo quel mondo lontano, fatto di due o tre fotografie folcloristiche e un paio di racconti pittoreschi, è entrato nel nostro e ne ha riscritto comportamenti e ideologie. Di colpo quel mondo ha forzato la serratura e cercato buchi nelle maglie, pigiando drammaticamente il piede sull’acceleratore contro migliaia di persone e la loro manipolata cecità. «Credo che le persone dovrebbero avere più paura dei serial killer che dei terroristi, se proprio hanno bisogno di qualcuno da temere. Un serial killer è un fenomeno molto più misterioso e inspiegabile di un terrorista.» Come non essere d’accordo? Mentre la Storia si compie, noi brancoliamo nel buio perché non abbiamo più strumenti per ragionare; tuttavia questa ha gettato briciole come Pollicino, divorate dai corvi, dai populisti, dai benpensanti, i borghesi, coloro che mentre la Storia si registra all’anagrafe con nomi esotici storcono il muso e tirano fuori il tacchino dal forno. La Storia che ha il volto di Theo e che ha avuto quello di Zinedine Zidane, «un algerino, figlio di algerini immigrati. Eppure – cito dal testo – è diventato l’uomo simbolo della Francia intera, il condottiero. […] Francia ’98. Quella fu la prima vera nazionale composita. Bianchi, neri delle colonie, naturalizzati, nordafricani.» E continua: «Resta il fatto che la gente smise per un po’ di vedere un nero, uno straniero, un immigrato. Vedeva un individuo, una persona. Di più: un eroe. E a quell’eroe affidava sogni e speranze.»

Parigi in un retrobottega, Giuseppe Foderaro

Giuseppe Foderaro

Leggere Sartre fa bene, perché costringe a porre domande fondamentali sull’avvenire, sul nostro vivere. Giuseppe Foderaro, che con passione ricostruisce un amorevole ritratto di Parigi, seppur sventrata e ferita – «La città che seppe trasformare una prigione come la Bastiglia in un simbolo di libertà» – sprona il lettore a non fermarsi alle risposte date dalla mediocrità dei media ma a indagare con acume questo tempo. A non costruire barricate dietro cui tutelare una normalità acquisita ma a sollevare la testa per domandarsi almeno se dietro quel muretto di ossa e pregiudizi ci sia ancora uno sguardo. Parigi in un retrobottega non è soltanto una lunga conversazione tra i sei membri della setta degli Esistenzialisti Esistenti, ma anche con un settimo protagonista: il lettore. Noi siamo dentro, indossiamo lo stesso dolcevita scuro, riflettiamo insieme, come in una cerimonia laica, le parole di Sartre pronte a guidarci ancora in questo secolo sgangherato. Non è un caso che proprio l’horror, come letteratura e cinematografia di genere, nel suo esorcizzare un male concreto e palese, venga eletto come allegoria dei nostri giorni; la motivazione è questa: «è quando trascuri la vita che la vita ti parla di più e si manifesta col suo vero volto.» Parigi in un retrobottega racconta la capitale francese e insieme l’Italia e gli Stati Uniti. Lo stivale ha un disagio dentro chiamato “fascismo” che aborre l’altro, difende i confini; la grande nazione ha appena eletto un uomo che della paura ha fatto il suo cavallo di troia per dirottare e mistificare la realtà.

La scorsa settimana qualche buontempone ha disegnato svastiche nei vagoni dei treni dell’Upper West Side; subito i cittadini le hanno cancellate. Ho letto la notizia sul nastro magnetico della ABC e ho sussultato. Certi segni spaventano ancora ed evocano rigide marce e parole dai caratteri cubitali enunciate a gran voce. Evocano il volto della signora Le Pen. L’Europa è in lutto, l’America si tinge di nero, come se il mondo avesse d’improvviso deciso che abbiamo bisogno di oscurità per accendere torce, fiammelle, fuocherelli, fiammiferi, stelle. Come se avessimo ancora bisogno di camminare nelle tenebre e lambire il baratro per provare la vertigine del vuoto. Come se dovessimo perderci nell’ennesimo labirinto di spine per fondere esperienze e tornare a considerare il sole non soltanto una stella, ma soprattutto una mirabile e fluttuosa fiaccola dell’Universo infinito. E per questo sentirsi grati.

di Federica Piacentini, all rights reserved

DIMENTICHIAMO I MITI, CONSERVIAMO I DISASTRI – PARIGI IN UN RETROBOTTEGA ultima modifica: 2017-02-21T09:00:09+00:00 da Federica Piacentini

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