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È già sgombro di nubi, il cielo di Roma, ma pur sempre opaco. Né una pioggia improvvisa, insolita in questo inverno senza inverno, è valsa a colorarlo. In quella che sembrava una serata in cui, solo, avrebbe reso pregna di sé l’aria l’umidore che sale dai fiumi, dai rivi, dalle campagne invase di case antiche e moderne, di macchine e asfalti, e dalle fogne, si era addensata una nuvolaglia che subito si è sciolta, colando giù, in due violenti acquazzoni.
Dell’umido, in aria, adesso pochi vapori. Sulle strade, sulla leucitite spezzettata in milioni di blocchi sconnessi, duri come le cocce dei vecchi sagrestani di San Pietro, un viscidissimo impalpabile mantello rifrangente che riluce all’arancio dell’illuminazione pubblica, ai fanali delle autovetture. E scorrono, queste, più fastidiose ancora, ché non fanno solo strepito assordante, sui soldatini nerastri sotto le loro ruote, ma lampeggiano su di essi luci biancastre, gialle, dalla parte anteriore, rosse, quando passano oltre e mostrano le spalle al passante che si avvinghia a un palazzo, che risale un sottilissimo marciapiede, temendo per l’acqua che, mai stanca, è pronta a schizzare in aria, poi che da poco la nuvolaglia l’aveva nei fossi stradali infiltrata. Il cielo, quello, pur sempre opaco.

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Scie di suono che stride, e non tartassa come carro armato, ma fischia come treno in corsa, fanno le auto sul Lungotevere dei Tebaldi, che si impone presuntuoso coi suoi platani spogli tra il ponte Mazzini e il più famoso ponte Sisto, dalla parte della città, non di Trastevere. Le macchine scorrono, inconsapevoli, ingenue, disinteressate, frettolose di tornare a casa, alle Undici di una serata qualunque di un anonimo gennaio. E un semaforo, eternamente rosso per i pedoni, qui, talvolta, si fa rosso per le auto, e s’arrestano, proprio all’altezza del ponte Sisto, ove nella bella stagione non si contengono le folle di stranieri, di romani, di ragazzi, ondeggianti nella spensieratezza della vacanza, dell’età o dell’alcool, ma che in questo mese, alle Undici di sera, sono già diradate, silenziose, meste, forse malinconiche. E se si arrestano le auto, i pedoni passano, e tornano, da Trastevere, alla città. Noi siamo con loro.
In un bruttissimo slargo, specie di notte, specie di notte quando è appena finito di piovere, e si è distratti dal riflesso delle luci a terra, si dipartono alcune strade. Una che alletta, che s’addentra, stretta, ed è, in fondo, sorpassata da un bell’archetto. L’altra, anch’essa con un arco, ma più buia, sottomessa al Lungotevere. Questa, noi con pochissimi altri pedoni, prendiamo.
Subito subito, la nostra sinistra è occupata da orribili edifici fintamente storici, eppure moderni, evidentemente costruiti per non lasciare scoperto il Lungotevere, e offrire a questo una seppur banalissima cortina di edifici laterali. A destra, viuzze come tante.
Poi, poco più avanti, a sinistra, una casetta, alta, rosa antico, diversa da quegli ibridi malfatti che la precedevano, con una insegna: «Consulat de France à Rome». Sopra, da una finestra, pende una bandiera che appena si indovina blu bianca e rossa, tanto è opaca la luce, a quest’ora della sera.

viagiulia-1910Ma l’antifona cambia, eccome se cambia: al crocicchio accanto, il tempo e la storia hanno dimenticato di cancellare uno spaccato vecchio di almeno tre secoli. Una fontana, del Mascherone, elegantissima, nella sua nobile austerità, dalla parte del Lungotevere, che grida lì dietro, rombando, eppur vanamente, ché il solo orecchio lo percepisce. Una via, che dalla fontana prende nome, si apre di fronte, e scorre diritta costeggiando prima un alto muro invaso da sterpi legnosi spogli per la stagione, poi, venuto fuori da un sogno, un dado. Dei giganti lo hanno gettato sul foglio di un loro sconosciuto gioco, Roma, e lì è rimasto, a mostrare al cielo il suo numero, quando i Giganti sono andati via: chi avrebbe potuto sollevarlo? Un dado, gigantesco, immane, imponderabile, infiorettato ai lati da fregi emergenti dalla massa omogenea della sua struttura, che ne sciolgono la pesantezza, e la librano, felice, sui tetti, su tutti i tetti, che pure si ammassano accanto. Il Palazzo Farnese, la più nobile, la più insigne insegna dei Farnese, il loro giglio più fulgido, sfida da sempre il Quirinale per aggiudicarsi il titolo di palazzo più bello di Roma: e lo sfida senza i giardini, senza la vista, che pure persuadono a consegnare la palma di vittoria al palazzo del Presidente della Repubblica.
Esso si mostra, su questa via che stiamo percorrendo, nella sua veste meno marziale. Cinto, quale ghirlanda campestre, dal muretto intorno al giardino, dialoga con la Villa, quella sì veramente campestre, della Farnesina – dall’altra parte di un Tevere che adesso è imprigionato dai muraglioni – e mostra, dopo due altissimi piani tutti traforati da una perfetta teoria di finestroni, una loggia mozzafiato al suo terzo, pur esso altissimo, piano. Esempio dell’arte di Giacomo della Porta, tutta la facciata da questa parte è il paradigma dell’equilibrio nell’imponenza, della misura nello smisurato. In testa, Michelangelo pose il cornicione che si intravede nel buio e nelle nebbie della notte. Sul quale basta dire questo: mai più bello ne è stato fatto, mai più bello se ne farà.

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Il palazzo è affittato dalla Repubblica Francese, che lo ha destinato a sede principale della sua ambasciata in Italia, dal 1936. Bando al patriottismo di maniera, ché esso, ereditato dai Borbone (di Francia) quando Elisabetta, ultima Farnese, sposò il re di Napoli, fu in sèguito messo a disposizione della Francia già da Franceschiello II, che lasciò la sua Napoli per trovare qui (dorato) rifugio dopo che se la presero i Savoia. Senza più ‘o Vesuvio, è vero, ma con una casetta che era ‘nu babà. Prezzo dell’affitto? Un euro ogni novantanove anni. Ma non avremmo voluto dirlo, visto che chi scrive è uno studente fuorisede, chi legge forse pure, o almeno sa cosa significa.
Si scorre davanti al piccolo cancello che immette nel giardinetto ai piedi del palazzo. Un arco, mirabile nelle sue semplicissime linee, detto di Michelangelo, cui si avvinghia anche qui un legnoso glicine spoglio. Questo oscuro arco, dall’ampio fornice e nascosto spesso nei vapori del Tevere vicino, era il passaggio per i Farnese al fiume. Ora fa da ingresso, suggestivo ed esemplare, a Via Giulia, ‘la’ via.
Un nero filare, oblungo, di caseggiati degnissimi procede, a perdita d’occhio, verso la parte di Castel Sant’Angelo. Per terra, incerto pietrame. Ai lati, macchine. Luci, arancioni. È la scenografia di un teatro dismesso. Sono quinte effimere dietro le quali forme di vita assolutamente normali, quando non mediocri, albergano come polle d’acqua tra pietrosi sassi. Tutte le chiese, tutti i palazzi, tutte le porte e le finestre recitano la parte di qualcuno di importante. Ma tutto è vuoto, o almeno così appare, tra il volontario abbandono privato delle case di pochi che desiderano quiete appartata, e il menefreghismo pubblico cui non tange una tra le strade più illustri di Roma.
Fu papa Giulio della Rovere, fiorentino, che nel 1508 decise di concentrare tutti i banchieri e i ricchi mercanti suoi compatrioti in un asse viario che da lui prese il nome di Via Giulia. L’intervento inaugurò tutte le risistemazioni urbanistiche della città, promosse da un papato ancora, sotto Giulio, potente, ma che già cedeva potenza per acquistare influenza. E Donato Bramante ne disegnò il progetto dettagliato, con annessol Palazzo dei Tribunali, che doveva chiudere la via dalla parte opposta di San Giovanni de’ Fiorentini, e che non fu mai realizzato. D’altronde, si sa, i progetti di Giulio erano troppo imponenti: la via fu fatta a metà, come pure la di lui tomba, a San Pietro in Vincoli: eppure, quella ha il Mosè, questa i palazzi più belli, e noi siamo ugualmente consolati.
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Adesso, ogni parola sarebbe troppa. Le Chiese? Degli Armeni, dei Napoletani, di altri. I collegi? C’è quello spagnolo. I palazzi? Falconieri, Ricci, Spada, Varese, Medici Clarelli. E poi il palazzo Sacchetti, dove Andrea leggeva Proust e si faceva trovare nudo e dipinto di rosso dalla madre Viola, di ritorno dalle feste di Jep. Poi si ammazza, e Viola resta sola, seduta nell’amplissima sala dei Mappamondi, in una rapida scena de La grande bellezza di Sorrentino. Ci si diverta soltanto a giocare con i nomi dei palazzi, a sentirsi convitati illustri in una festa proibita del Rinascimento, magari indossando cappe e mantelli sull’esempio dell’ultimo Kubrick di Eyes Wide Shut.
Quelli che contavano, abitavano in Via Giulia. Perché, sarà pur vero che a Roma non hanno mai governato gli italiani, men che meno i ‘romani de Roma’, ma tutti, a Roma, son venuti a comandare, e a farli mangiare, i romani. ‘Franza’ o Spagna? Qui i loro stemmi si alternano di porta in porta. Ma poco cambiava, per il popolo: o serviva spagnoli, o serviva francesi, o serviva altri grandi, l’importante è che sempre mangiasse.
Ed ora? Resta il proverbio, una via stupenda, e pochi grandi, che forse hanno esaurito la dispensa.

PANORAMI SONORI – “O FRANZA O SPAGNA, PURCHÉ SE MAGNA” – GIULIA, LA VIA ultima modifica: 2016-01-14T16:00:08+00:00 da Valerio Tripoli

A proposito dell'autore

È il 1991, il muro è già crollato e l’URSS è in fin di vita, ma Valerio decide comunque di nascere a Raccuja, in Sicilia. Mamma e papà giocano a calcio e fanno tante altre cose normali, ma a Valerio piacciono la storia e il melodramma: per questo si laurea in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma. Si iscrive in Giurisprudenza, così un giorno potrà denunciarvi in dodici lingue morte diverse! Ha studiato canto lirico e si interessa di tutti gli ambiti della musica classica. Però classica e basta: non dovete mai parlargli di Allevi, o di quella cricca del Volo. Lo troverete in un teatro d’opera dove, imprecando contro un cantante o un direttore, tenterà di evocare il divo Claudio. Abbado.

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