PANORAMI SONORI – DI LÀ DAL GIANICOLO: DALLA CITTÀ AL BELRESPIRO DI VILLA DORIA PAMPHILJ

di Valerio Tripoli

PANORAMI SONORI – DI LÀ DAL GIANICOLO: DALLA CITTÀ AL BELRESPIRO DI VILLA DORIA PAMPHILJ

di Valerio Tripoli

PANORAMI SONORI – DI LÀ DAL GIANICOLO: DALLA CITTÀ AL BELRESPIRO DI VILLA DORIA PAMPHILJ

di Valerio Tripoli
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Villa Phamphilj

Quel monte che, dal basso dei Fori e di Piazza Venezia, copre il sole nelle ore vesperali, e staglia i suoi platani a far tremare la linea, alta, dell’orizzonte, sèrra allo sguardo la parte delle campagne, degli orti, del mondo, che sta dietro di esso: tanto è a ridosso del Tevere, che pare in questo scivolare. Roma è chiusa, ad occidente, dalla catena dei suoi tre monti, il Gianicolo, monte Mario e il cupolone, che ha coperto monte Vaticano: non c’è pensiero per cosa ci sia ad essi dietro, perché di sé sola riempie lo sguardo, Roma, con sé sola dà vita al mondo.

Eppure, questa lunga sponda naturale, che separa Roma dal resto, a stento contiene la pienezza della città, ed essa pare esorbitare, letteralmente colare giù, come acqua dal bordo del vaso, di là da essi: la città si diffonde.

E Roma si diffonde, dall’Unità ad oggi, lottizzando le sue ville, cementando le campagne, deviando consolari, ingrigendo la feconda terra che l’aveva veduta nascere e prosperare. Si diffonde per ingrandirsi, per speculare, per soffocare.

Ma si diffonde, dietro il Gianicolo, ben prima dell’Unità: frequentata dai cristiani, che ivi si nascondevano e scavavano catacombe, abbandonata nel Medioevo, perché troppo esposta e lontana dalle mura, la campagna di là dal monte Gianicolo si ripopola, con discrezione, a partire dalla ripresa di metà Cinquecento. Il che significa che si diffonde con la grazia della Maniera, con il gioco del barocco di cui Roma è frastagliata, con il piacere di ricercare luoghi discreti, appartati, in cui la delizia del Settecento potesse ritirarsi, sola, dal resto della città.

Dalla città, soltanto il monte, dunque, si vede. Salendo dal rione di Trastevere, per via Garibaldi – che sfianca per la pendenza, per gli incerti sampietrini, e per lo scrosciare abbondantissimo di acqua, che asseta anche chi abbia con sé dell’acqua fresca – si apre, a destra dell’ultima rampa di scale, la monumentale Fontana Paola, nota come Fontanone, che porta alla luce, trionfalmente, l’acqua del ripristinato acquedotto Traianeo, proveniente dal lago di Bracciano, e la riconsegna ai quartieri Trastevere, Borgo e Vaticano. È la forma che stupisce: sull’ampio bacino di Carlo Fontana, stavvi un arco trionfale a tre fornici, con grandi colonne di granito. Dai fornici, non già la cavalleria, ma acqua, a torrenti, scroscia, come pure da due nicchie laterali, con mostri. Sopra, non l’osanna per la vittoria in guerra, ma il merito di aver ripristinato l’acquedotto, tutto del Borghese, Paolo V, di cui non manca lo stemma gentilizio: un drago, che in tutta quest’acqua non sputa più fuoco.

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Al di sopra, dopo breve tratto di strada, spacca la teoria continua delle mura gianicolensi, tra due grossi baluardi, la Porta Aurelia, o del Gianicolo, o di San Pancrazio, il cui interno fu trasformato nel vicino 2011 in museo del Risorgimento: il monte Gianicolo fu quello ove si arroccò la resistenza cittadina alle truppe francesi che sostenevano il papa Pio IX esule a Gaeta; sul monte trovano posto i busti di centinaia di patrioti, della prima e dell’ultima ora, a rinfrescarsi sotto le chiome dei platani; il 2011 fu anno pieno di retorica. Dunque, meglio di qualche ambiente al di sopra dell’unico fornice neoclassico di Porta di San Pancrazio nulla si trovò. E qui, il museo, si trova.

Ora, il discrimine è evidente: da una parte, la via che ridiscende al fontanone, dalla quale si proviene, lancia in fondo uno spaccato sulla città, mare maestoso, lontano; dall’altra, due edifici laterali, che sanno di case rurali del Settecento, fiancheggiano un largo tratto di via, l’Aurelia, che per qui entrava nell’Urbe, e mostrano chiome, alberi, verde, campagne. Oggi il procedere va da Roma all’infuori, e si rimane stupiti per questa visuale così spontanea e quasi intatta, mercé le autovetture, di tempi lontani. Ma un tempo era l’esatto opposto, e l’opposto effetto. Da giorni, forse settimane, oltre che monti e campagne, si erano visti soltanto arroccati castelli della Maremma o, prima ancora, della costa ligure, che piove a mare: un’Italia spezzettata e medievale, ancora tale nel primo Ottocento; qui, da sotto la porta, e già da qualche centinaio di metri prima di essa, sfolgorava Roma, Roma. L’Urbe qui si stendeva, e l’orgoglio di entrare nella città più sacra del mondo occidentale inorgogliva.

Sentimenti che ormai non più si provano. E noi, senza troppo rimpianto, abbandoniamo la città, e procediamo verso l’esterno, fuori le mura.

Villa Del Vascello, Al Gianicolo, Roma. French School, Late 19th Century. Oil On Canvas.
Villa Del Vascello, Al Gianicolo, Roma. French School, Late 19th Century. Oil On Canvas.

Tra il rumore fastidioso degli automezzi si scorre, dunque, lungo l’Aurelia: qualche centinaio di metri basta per mostrare, sulla destra, i resti di una costruzione insolita, grigia, con rari fregi: è il Vascello, o quel che resta di una bizzarra villa barocca, che non stranirebbe di ritrovare accanto alla villa Palagonia, vicino Palermo, e che sembra qui piovuta dal nulla. Vascello perché a forma di vascello, l’ultima difesa della Repubblica Romana contro i francesi. Sembra di vederli, i soldati, tra il ponte della nave, sotto l’albero maestro, assaliti dal nemico, da ogni lato, come in una naumachia, senz’acqua, effimera come l’effimera difesa della Repubblica. E la nave, finito lo spettacolo, smontata e trasportata in un nuovo teatro, protagonista di un’altra messinscena. Qui, solo pannelli scenografici abbandonati, e da poco restaurati, che fanno dell’insieme una realistica scenografia da teatro d’opera.

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Per chi voglia vedere il teatro, quello vero, basti andare poco più in là, in Monteverde Vecchio, e cercare al piano terra di un bruttissimo condominio della Roma bene. Lì c’è il nuovo Vascello, senza battaglie navali.

E poi, davanti a tali resti, uno slargo, con cancello. Qui si entra. Una salita, fiancheggiata da lecci, con panchine. Poi, più avanti, un’ampia area, con al centro un prato poco curato, pieno di umide foglie cadute, ma ben tracciato nella sua forma ovale. E dietro, un edificio arancio e bianco, con statue, un grande fornice, due costruzioni laterali più basse, aperte da una finestra centrale. È solo un ingresso, eppure sembra un palazzo. La grandezza delle bellezze. È l’ingresso di villa Doria Pamphilj, il più grande parco pubblico di Roma.

Già così si ha la percezione di esser completamente fuori di città, immersi nel pieno agro laziale, lontani dalla conca in cui sta Roma, tanto la città appare lontana e monocroma, rispetto alle tinte cangianti delle chiome d’autunno. Sino a metà Ottocento, questa vaga idea era realtà, e tutti i quartieri intorno alla Villa erano villa essi stessi. Oggi, grazie agli alti alberi, al bel tratto della via Aurelia che costeggia la villa, al verde quartiere di Monteverde Vecchio, l’effetto, pur smorzato, è ancora palpabile. All’ingresso, posto sul crinale di un piccolo poggio, dei centottantaquattro ettari di terreno su cui si estende la villa se ne vedranno meno della metà. Eppure, la dilatazione dell’orizzonte abbaglia.

Si discende subito in una radura, con un romantico fusto di pino marittimo abbattuto, al centro della piccola valletta. Il panorama, aperto verso occidente, è però ostacolato assai da vicino da un boschetto incolto, dal fascino gotico, specie in autunno, che conferisce all’insieme l’idea che nessun altro parco pubblico romano conserva (eccetto, a tratti, villa Ada Savoia): l’essere non in una villa pubblica, ma in aperta campagna. E si capisce come il secondo nome della villa, Belrespiro, sia, invero, quello giusto.

E poi, gravitante sul tremolante orizzonte giallo e rosso di caducifoglie, cui da dietro si staccano scuri pini marittimi bizzarri che paiono arrampicarsi sul cielo, un miracolo: la sagoma, snella, svettante, del Casino del Bel Respiro, dello stesso bianco di palazzo Pamphilj di piazza Navona, candido artifizio entrambi di Alessandro Algardi, l’architetto di casa, che si staglia nel cielo tra gli alberi e la natura, e si fa da subito mèta diretta del cammino entro la villa.

Si va, piegando a destra, per una bellissima passeggiata, che si addentra verso un’ampia valle, pur’essaARCO-Acq-IMG_3764 incolta, che si guarda dall’alto: la passeggiata, qui, fiancheggia per qualche centinaio di metri l’acqua Paola, che s’era vista sgorgare al Fontanone, e l’occhio umano percepisce chiaramente il taglio operato dall’ingegneria idraulica romana alle spalle di monte Gianicolo, sbucante poi, in mostra, dalla parte della città. Qui, peraltro, l’acqua Paola si insinua con i suoi archi tra la villa e l’Aurelia antica, compiendo una deviazione, per consolidare la quale Paolo V fa edificare il bellissimo arco che si intravede dalla passeggiata. È l’arco di Tiradiavoli, che reca inciso in epigrafe l’errore iniziale in cui caddero il Borghese e i suoi ingegneri nel ripristinare l’acquedotto – che era il Traianeo e che, invece, s’era creduto l’augusteo dell’Acqua Alsietina – e prende nome dai diavoli che qui prelevano il fantasma di Donna Olimpia Pamphilj dopo che abbia corso all’impazzata in una carrozza in fiamme trainata da quattro cavalli, sino al Tevere.

La passeggiata prosegue per qualche altro centinaio di metri, tra aiuole e esotiche piante da giardino, sino a sbucare nel cuore della villa: è un grazioso parco di fiori e roseti, in autunno spinosi ed irti, chiuso per due lati da muraglioni non troppo imponenti, aperto dagli altri due, l’uno verso la valletta incolta, l’altro verso nuove ampie radure. Ma, vegliante sull’area, edificio nato dal Sogno di Polifilo, come un’incisione in un volume dell’Arcadia del Sannazzaro, o quinta paesaggistica di un ritrattista fiammingo, sta finalmente la Casino del Bel Respiro: è un arzillo palazzetto, svettante per tre piani sopra il podio fornito da un ampio terrazzamento. In su, solo, un ambiente più piccolo, al quarto piano, occupa la terrazza come un osservatorio. Le linee, semplici, sono impreziosite da bassorilievi, in un nitore che sembra di panna, tra cui balenano le cilestrine persiane, in regolare sequenza. Qua e là qualche busto, un insieme che sembra ricordare l’urbano palazzo Spada, solo più leggero, più fresco, bucolico.

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E, dalla scalea che fiancheggia il terrazzamento da cui spicca la Villa, ecco intessersi, dagli aghi di invisibili cucitrici, il giardino segreto all’italiana. Pare sogno d’erba da cui s’eleva il sogno architettonico dell’Algardi. È immagine di quanto lo studio e la disciplina cui si applica l’uomo possa creare l’Eden, senza l’aiuto di nessun Dio. È l’aspirazione della civiltà, a vivere in un paradiso, scordandosi che sia paradiso.

Vi sta il grande lago dei gigli, con isoletta al centro, decadente nelle sue incolte sponde, vi sta la sequenza delle fontane, in affascinante rovina, ricavate nella valle da cui scorre l’acqua che riempie il lago. Vi stanno infinite radure e fitte boscaglie, vi sta – oltre il taglio della via Olimpica, la Leone XIII operato negli anni Sessanta del Novecento – la pars rustica, la azienda agricola vera e propria. È infinto il parco di cui il comune di Roma si è appropriato, dal dopo guerra fino al 1971, lasciando ai principi di Melfi la proprietà della sola Cappella. E di questa acquisizione Roma è grata, e il visitatore ringrazia.

Ma la pars urbana, la prima, la più vicina alla città, è così colma di bellezza, di colori, che da sé illumina la vista ed il ricordo del visitatore. Per chi voglia addentrarsi oltre, nella villa, occorre saltare questa prima parte, o vederla in un’altra occasione: perché, veduta questa, con il giardino e il Casino del Bel Respiro, tutto il resto appare più oscuro. E Roma, dimentica di sé, sembra più grigia.

Grigio è pure il cupolone, che si inquadra, gigante, tra le fronde che perdono le foglie.

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