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A cura di Andrea Lisi.

Prima è toccato all’Afghanistan, poi all’Iraq, quest’anno alla Libia. La Bielorussia è stata salvata dalla ferma opposizione russa nel 2005; nel caso di Zimbabwe, Myanmar e Corea del Nord è stata la Cina a intralciare i piani NATO. Non è affatto un caso che, come da ultimo anche la Siria, questi paesi rientrino tutti nella lista degli undici “rogue states”, l’Asse del male contro cui gli Stati Uniti – di Bush jr prima e Obama poi – hanno deciso di rivolgere la loro macchina di distruzione di massa. Un sistema che comprende, in non piccola misura, anche un immenso potere di indirizzo mediatico atto a screditare agli occhi del mondo la vittima di turno, per preparare così il terreno a un’invasione o a un bombardamento con droni, attuando una strategia che è stata sempre più oliata negli ultimi anni (dopo gli esperimenti su Iraq e Kosovo negli anni novanta), nella quale hanno un ruolo importante anche la creazione di ONG “indipendenti” che trasmettono falsi dati su violazioni dei diritti umani e, soprattutto, il finanziamento di settori tribali e vari gruppi di opposizione interni, elevati addirittura poi a rango di “interlocutori ufficiali” dell’Occidente[1]. Di fatto si fomenta la guerra civile. In un secondo momento si strumentalizza l’ONU per ottenere sanzioni e risoluzioni su “no fly zone”, con conseguenze tragiche per le popolazioni coinvolte (nonché per l’onore di tutta la comunità  internazionale e le sue regole), perché con il mandato di “proteggere i civili” si procede al bombardamento e allo sterminio di massa di centinaia di migliaia di loro.

Il copione dell’appoggio a tribù islamiste e piccoli signori della guerra ricalca sinistramente la strategia masochistica che negli anni ottanta portò gli USA a partorire in Afghanistan il loro futuro peggior nemico, creando dal nulla Bin Laden e la rete di Al Qaeda[2] per contrastare i sovietici; stessa cecità  dimostrata anche da Israele durante la prima intifada, quando, pur di contrastare l’OLP e Fatah, favorì l’ascesa del suo futuro flagello, Hamas[3].

Questa premessa è necessaria per comprendere il quadro che ci troviamo dinanzi in questo periodo, con parte della comunità  internazionale “quella la cui voce sola risuona nel broadcast dominante” che ci comunica costantemente quanto la Siria sia una crudele dittatura impegnata a uccidere in maniera implacabile i suoi cittadini che chiedono “libertà , stato di diritto e democrazia”. Per fare ciò si citano ancora una volta fonti inventate o ambigue[4], e si trascura che le manifestazioni hanno avuto in primo luogo ragioni economiche e sono state superate in numero e  partecipazione da quelle successive in favore del governo, così come si omette che la stragrande maggioranza dei morti ad oggi è dovuta a bande infiltrate che sparano alla cieca in mezzo ai dimostranti e alla polizia[5].

La Siria da anni si trova nella lista nera della guerra imperialista portata avanti dalla NATO, con il proposito di abbatterla, instaurare un governo fantoccio e favorire l’espansione di Israele. Bisogna anche ricordare che, se non fosse per il veto posto il 4 ottobre da Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza ONU, i tamburi di morte avrebbero già  iniziato a suonare; ancor prima del nuovo anno avremmo già  visto l’esplodere di una nuova guerra e staremmo contando piuttosto le decine di migliaia di morti, come qualche mese fa in Libia.

L’aspetto più grave da evidenziare in questa strategia di delegittimazione è che, come non erano stati documentati i presunti bombardamenti di città  da parte del legittimo governo libico “mentre, in cambio, sono stati documentati quelli della NATO “non è stato neppure documentato il bombardamento di città  in Siria come viene denunciato da più parti in Italia e in Occidente[6]. Ciò che si sta verificando sono gravi scontri militari con centinaia di morti di entrambe le parti.

Anche Amnesty International invoca la Corte Penale Internazionale[7], dimenticando il doppio standard di legalità  e giurisdizione dimostrato nei decenni da quest’istituzione, a cui sono stati e sono sottratti i soldati americani, così come quelli israeliani, mentre a essere imputati sono sempre stati rappresentanti delle ex colonie delle potenze occidentali[8].

Una reale iniziativa solidale con il popolo siriano dovrebbe essere diretta a promuovere la pacificazione e l’armistizio, non la criminalizzazione di una delle due parti[9]. Anche parlare in maniera generica di “popolo” è forse improprio quando i suoi cittadini sono immersi in una guerra civile. Ci sono grandi manifestazioni popolari che appoggiano il regime, la stessa cosa che succedeva in Libia. Perché i media non informano di ciò?

 


Ora tocca alla Siria? ultima modifica: 2011-12-18T09:32:07+00:00 da Redazione

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