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Delle storie e dei racconti su Giovanni Falcone, appresi direttamente dai suoi parenti o da suoi colleghi, ce n’è sempre stato uno, su tutti, che mi ha incantato e, all’età di 7 anni, veramente lasciato ammirato.

A volte, Giovanni, mentre guidava a velocità sostenuta, lui – che non sempre gradiva che fossero gli uomini della scorta a stare a volante – toglieva dal quadro le chiavi, per poi rimetterle dopo pochi secondi, lasciando così che, per un frangente di tempo, strada, paesaggio, vita, fossero lasciati al caso, quasi come se con quel gesto riuscisse a concedersi pochi istanti di libertà, di stacco netto da tutto ciò che aveva intorno.

Circa due mesi dopo mi ritrovai nella Sala Rossa del Municipio di Monreale ad ascoltare altri aneddoti sulla storia di un altro uomo, Paolo Borsellino, direttamente dalla moglie che non riuscivo a guardare in viso. Di lei ricordo solo le mani, curate, appoggiate su un tavolo di legno pregiato mentre le dita, intrecciate, mostravano un anello solenne, prezioso ma notevolmente garbato.  Era come se quella donna mi parlasse con le mani. Il peso dell’accaduto era così immenso che me ne sentivo già responsabile.
Di Giovanni e Paolo sapevo poco a quell’età. Spesso vedevo le loro auto sfrecciare per il centro di Palermo, dal Tribunale a chissà quale insolito luogo. Tutti sapevano quali fossero le loro macchine.
Un pomeriggio, mentre giocavo dentro lo storico negozio Johhny&Johnny, dove tutti i palermitani andavano a comprare le loro giacche e le loro camicie, dalla vetrina, vidi sfrecciare una macchina grigia, seguita frettolosamente da altre. Lo sforzo sonoro di quelle autovetture era raccapricciante. In quel momento, mia madre mi disse che era la macchina di Giovanni e questo voleva dire che potevamo sentirci al sicuro e che qualcosa di buono era stato compiuto.
Avevo visto Giovanni poche volte in fondo. Capitava in centro, in qualche negozio, nei pressi del cinema. Ed ogni volta che appariva in città, tra la gente comune, si creava una divisione.

A Palermo, all’incrocio tra via Ruggero Settimo e via Mariano Stabile, perimetro per eccellenza delle passeggiate borghesi di fine secolo, un giorno Giovanni passò ed immediatamente la gente, fisicamente, si divise in due fronti, composti da uomini e donne intenti a bisbigliare e farneticare ora contro, ora a suo favore.
Il problema è che non capivo il perché tutta quella gente, così audacemente, si impegnava a porsi, ora a sostegno, ora contro, quando era chiaro che il problema non era lui.
Ciò che Giovanni non sapeva ancora e, di certo, tutto il resto della gente lì presente, è che quel modo di fare, per sempre, avrebbe segnato una generazione, nel bene e nel male: a favore o contro.

Non bisognava essere dei Leonardo Da Vinci o dei geni del luogo per capire, anche a sette anni, che in Sicilia e a Palermo c’era qualcosa che non andava. Io venivo già da una scuola che aveva il nome del Presidente della Regione Siciliana, Pier Santi Mattarella, ucciso dalla mafia e, ogni giorno, passavo davanti alla lapide di Emanuele Basile, ucciso dalla mafia; andavo in centro e passavo per la lapide di Boris Giuliano e poi, per andare a casa di mio zio, passavo davanti all’istituto Pio La Torre, anch’egli ucciso dalla mafia.
Un’intera generazione siciliana segnata da questi travagli repubblicani, cresciuta abituata alla morte. E quando ti abitui alla morte, soprattutto quella violenta e causata da sistemi di delinquenza organizzata, le mafie, desideri solamente privilegiare la vita, impiegare ogni sforzo per dimenticare.
Dopo 25 anni, un Paese normale avrebbe dovuto dimenticare o, quantomeno, lasciare a pochi gesti e a poche parole il ricordo di un uomo, fra i tanti uomini caduti per mano della mafia parastatalizzata, che tanto ha fatto, semplicemente con il proprio lavoro, per un’intera generazione di italiani. Al confronto, Padre Pio perde.
Invece, dopo 25 anni siamo ancora qui, più propensi in sforzi commemorativi che di cambiamento. Abituati ad attendere il 23 maggio, poi il 19 luglio, il 29 agosto, il 21 settembre e poi, siccome “la mafia uccide solo d’estate” (e porca miseria se è vero), a riattendere marzo per ricominciare il conteggio.

Ogni anno parole sbucciate, tagliate, affettate; fiori a mazzi e corone, condotte per tutti gli angoli della nostra penisola, su navi, traghetti, dentro gli uffici. Pare Pasqua, ma peccato che nessuno possa risorgere.

Poi di nuovo tutto nel silenzio e si ricomincia; con le tangenti, lo scambio di voto, la devastazione del paesaggio, il traffico di droga e da pochi anni anche quello dei migranti. Al resto, ci pensano gratta e vinci e sitcom a fotterci il cervello e la dignità sociale. Assuefatti nuovamente a percorrere un circuito pre-confenzionato, in uno stato di semi passività.

Fino a qualche anno fa, partecipavo anche io alle manifestazioni a Palermo; sia a quelle per Giovanni Falcone che per Paolo Borsellino; ed ogni anno, capitava qualcuno che, pochi mesi dopo si trovava indagato, arrestato, condannato per gli stessi motivi per cui combatteva Giovanni Falcone.
Ogni anno, alcuni pezzi di quello Stato che doveva proteggerlo si passano la fascia tricolore, i mortaretti repubblicani e i discorsi scritti da giovani sottopagati e sfilano come Marlon Brando nel Padrino 1, con la faccia imbronciata senza neanche immaginare o sapere cosa potesse essere la vita di quegli uomini.
Ogni anno, dovere mobilitare un Paese intero per un solo giorno all’anno, incrociando documenti, parole, sfilate, è svilente.

E’ svilente se poi torni a ricordare cosa accadde il giorno del suo funerale e poi in quello di Paolo Borsellino; è svilente vedere che la morsa per le libertà, per la giustizia si è appannata ed è diventato appannaggio di alcuni. E’ svilente vedere che quella generazione cresciuta a pane e giustizia è disoccupata perchè chi la giustizia l’ha corrotta si permette ancora di gestire il potere e questo Paese.

Giovanni Falcone non è morto per fare scrivere me oggi o tante altre persone; non è morto per vedere che anche quest’anno si parla di intercettazioni da riformare e dei poteri dei P.M. da controllare.
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e – quanto mi scoccia non sapere mai quando finisce questa cavolo di lista – non sono morti quando eravamo bambini solo per combattere la mafia.

Perchè anche questa ricostruzione minimizza il loro ruolo e il loro lavoro. Giovanni Falcone e gli altri non sono morti solo per combattere la mafia, anche, ma sono morti perchè hanno scelto di essere cittadini onesti, ogni fottuto giorno della loro vita, anche se le loro mogli si incazzavano e i figli non gli parlavano; anche se l’edicolante non gli vendeva il giornale o il Comune non gli forniva la licenza per la villetta al mare.
Hanno vissuto per un sistema che non c’era, che poi ha provato a costituirsi nei due anni successivi alle stragi del ’92, agevolato da una Tangentopoli devastante e devastata e che poi è riscomparso.
Hanno fatto molto di più di quanto ci dicono e di quanto oggi le lagne sui giornali o alle commemorazioni ci vogliono fare credere.
Hanno adempiuto ad una vera e propria rivoluzione civile ed è per questo che non sono quegli eroi tanto distanti dalla nostra vita reale.

Sì, perchè santificarli li allontana da noi, da questa realtà di Mafia Capitale, Expo truccati e Terra dei Fuochi; ce li fa sembrare così distanti da suggerirci una nuova resa, una nuova accettazione di questa realtà fatta di magheggi e sotterfugi.

Ci stanno riabituando ad accettare che possa accadere; che si possa sparare, spacciare, uccidere, corrompere, truffare, a tutti i livelli, fottere il prossimo e fottersene del prossimo.

Giovanni Falcone e gli altri non sono solamente il simbolo della lotta alla mafia e, per Dio, di “una mafia che non ha perso e non ha neanche vinto”, soprattutto quando la mafia che non ha perso comanda grazie a noi. Sono qualcosa di più che non va commemorato solo oggi su Twitter tra un salvataggio e l’altro di Alitalia e Banca Etruria. Non va commemorato solo oggi, mentre domani ci diranno che la disoccupazione giovanile al sud è al 40%.
E’ per questo che Giovanni staccava le chiavi dal quadro, si allontanava da tutto questo, in un attimo di follia.

Dunque, se non abbiamo intenzione di raccogliere veramente la sua eredità lasciamolo almeno riposare in pace, magari a noi, nelle nostre orecchie, servirebbe un boom mattutino per ricordarci  che ogni giorno, per onorarlo, dovremmo semplicemente fare bene il nostro dovere.

di Pietro Maria Sabella, all rights reserved

Ogni giorno Giovanni Falcone ultima modifica: 2017-05-23T14:38:12+00:00 da Pietro Maria Sabella
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