Nuvoloso con possibili rovesci

di Fabrizio Lucati

Nuvoloso con possibili rovesci

di Fabrizio Lucati

Nuvoloso con possibili rovesci

di Fabrizio Lucati
11 minuti di lettura

Semaforo rosso. La moto vibra sotto i colpi dei cilindri. Riflessa sul vetro nello specchietto, lei.  Dentro la sua macchina, fronte appoggiata sulle dita della mano sinistra, guarda verso il basso. Di nuovo le cose sono andate male con lei. Di nuovo mi ritrovo a odiare luglio. Dopo un interminabile minuto il verde scatta. Tiro dritto, lei gira. Sarebbe dovuta andar dritta anche lei, non capisco proprio perché abbia girato ma in fondo non riesco nemmeno a capire cosa sia successo questa sera. La rivivo nella mia mente:

Arrivo all’appuntamento leggermente in ritardo. Prendo un tavolo, me ne sto in piedi all’entrata, fumo una sigaretta e cerco di riprendermi. Aperitivo a casa di un amico, in terrazza io e lui, sole che splende sull’Aventino, negroni nei bicchieri e erba che brucia tra le nostre dita. Non ho più la resistenza di una volta. Sono passate tre ore, il cielo si è coperto di nuvole ma l’effetto non passa. La cameriera mi chiama, il mio tavolo è libero. Mi limito a un cenno della testa, non sono in grado di fare altro. Mi avvio verso il tavolo, mi sento chiamare. Mi viene incontro, mi saluta, mi bacia. Sembra una cosa positiva, negli ultimi giorni è stata un po’ fredda nei miei confronti. Prendiamo una bottiglia di vino, chiacchieriamo, non ricordo bene la prima parte della serata, ricordo solo la seconda:.

  • Parliamo un po’-

Si fa seria. Mi guarda. Un’iniezione di adrenalina in pieno petto. Risorgo. Divento lucido all’improvviso. Continua a parlare, di come non vuole continuare, di come non riesce a lasciarsi andare con me. La fisso. Di primo istinto penso di prendere la bottiglia e colpirla in volto; reprimo questo istinto, tre settimane prima era sbagliato, adesso è giusto. Poi penso di darmi un contegno e comportarmi con nonchalance. Trovo un’ottima via di mezzo tra le due opzioni:

  • Matilda che cazzo stai dicendo! Ma come cazzo è possibile che cambi idea così velocemente, come fai a saltare così, tra uno stato d’animo e un altro. Cioè sono quasi affascinato più che incazzato! –
  • Ecco lo sapevo che ti saresti arrabbiato…-
  • E ci credo che mi sono arrabbiato! Ma mi hai baciato prima! Più volte durante la serata!
  • Si è vero, l’ho fatto per capire meglio, era un test.-
  • Un Test? Cos’è, sono un beagle che mi testi? –
  • Non mi ha dato niente quel bacio. Però mi piace stare con te, mi piacerebbe rimanessimo amici.
  • Allora io adesso vado a casa tua, ti ammazzo il cane e dico: oh il tuo cane è morto ma puoi sempre tenerlo eh, tranquilla!
  • Non fare così!
  • Ma non fare così un cazzo, ma porca troia, tu mi dici ste cose, sapevi che provavo per te, ne avevamo parlato mesi fa. Poi ti è venuto un capriccio e ti sei detta, perché no, che sarà mai, divertiamoci un po’!
  • Non è vero, non ho voluto prenderti in giro
  • Ti giuro che non si direbbe proprio, sembra che tu abbia solamente voluto qualcuno che ti trattasse bene per un po’, chissà che belle risate ti sei fatta con le tue amiche, quando raccontavi che ti stavo dietro, che ero gentile nonostante tutto.
  • Senti, sapevo avresti reagito così, ma va bene, odiami. Ma non ti volevo prendere in giro.
  • Vado a pagare

Mi alzo e vado alla cassa, mi metto in fila, davanti a me un gruppo di Yuppies ride e scherza, lei mi raggiunge per dividere il conto, la mando al tavolo.

  • Allora, fammi capire bene, tre settimane fa si ora no, mi spieghi che ho fatto di male?
  • Niente, te sei stato perfetto, mi hai viziato, mi hai trattato bene, sei stato paziente, ma non sono attratta da te.
  • Ma come cazzo è possibile! A casa tua l’abbiamo quasi fatto, non mi sembra fossi così reticente, qualcosa è successo! Lo vedi che non ha senso! Sei solo una ragazzina viziata e capricciosa, sei una stronza.
  • No, senti non hai niente che non va.
  • Te ne pentirai lo sai?
  • Si è vero, ma magari fossi attratta da qualcuno che tiene a me come ci tieni tu, sei un ragazzo per cui chiunque…
  • Stai zitta non finire di dire una cosa del genere.
  • Matteo pensala come vuoi, ma non ho mai voluto…

Poi non so cosa abbia detto. Mi sono alzato, andato alla moto e via in strada. Fino a quel maledetto semaforo rosso.

Sono in strada da un po’ non mi va di andare a casa. Risistemandomi l’elastico degli occhiali sul casco sento la spilla, la lancio via. Sbatte contro un’auto, fermo la moto per controllare eventuali danni, mi ritrovo davanti un locale. Lo conosco quel locale, ci sono stato sabato scorso con lei:

Fa tardi, come al solito. Quindici minuti dopo un messaggio per annunciare un ritardo di cinque minuti, ancora non si vede. Poi arriva. Vestito grigio, scarpe basse, niente trucco.  Prima un cocktail da soli, chiacchiere e smancerie. Le arriva una chiamata. Le sue amiche ci raggiungeranno. Wow le amiche ci raggiungeranno. Sarà come stare davanti la commissione dell’esame di maturità. Mi racconta un po’ di loro, non mi rassicura. Le descrive come le capo cheerleader dei telefilm. Ci incontriamo. Sono al centro della piazza. Tre ragazze bellissime, bionde, bei fisici e ben vestite. Isolate dal resto del mondo, nessuno ha il coraggio di avvicinarsi, io incluso. Mi prende la mano, probabilmente ha percepito il mio timore. Alza la mano libera e saluta, le ricambiano il sorriso ma si fanno subito serie quando vengo introdotto io. Mi guardano, mi studiano. Rispondo con un ciao intimorito. Momento di silenzio. Mi sento come in “Mean Girls”. L’atmosfera si scioglie quando una delle tre vede il mio tatuaggio di guerre stellari sull’avambraccio. Da lì in poi tutto in discesa, la serata scorre tranquilla. L’alcool scorre. E’ una bella serata. Cielo limpido, caldo. Stiamo bene. Mi pare anche di aver superato  il test “amiche”. Dopo due ore di cocktail ce ne andiamo verso le auto. Barcolliamo. Lei si sostiene su di me, io mi appoggio al mio orgoglio, provo a fare l’uomo. Arriviamo alla sua macchina, non mi sento sicuro di lasciarla guidare così, ma non è che io sia molto più lucido. Mi saluta con bacio, la bacio ancora e la spingo contro il muro.

La strada scorre veloce sotto le ruote della moto, i pensieri vanno ancora più forte. La città è deserta, nonostante luglio sia iniziato oggi si sta freschi. Mi ritrovo, senza rendermene conto, lungo il Tevere. Sulla sponda opposta vedo il circolo. Inchiodo. La ruota posteriore slitta sull’asfalto bagnato. Scendo dalla moto e fisso quel posto. Appena illuminato, pacifico. No come quella sera. Non come due settimane fa.

Arrivo verso le undici. Lascio la moto di fronte l’ingresso, seguendo le indicazioni di un butta fuori. La musica arriva potente dalla piscina. Faccio il mio nome all’ingresso, mi lasciano passare. Percorro il bell’ingresso del circolo fatto di legno, marmo e trofei. Un cameriere mi indica la via per la piscina.  La festa è a tema e il mio vestiario non troppo, ma di sicuro non passo per un socio. La piscina è addobbata per la festa: catering sotto il porticato, banconi open bar, salottini sull’erba sotto pini impreziositi da giochi di luce, stand per foto o assaggi di vini e l’immancabile postazione del dj che fa pompare musica dalle casse. Incontro subito Giordano, fa parte dell’organizzazione; mi fa gli onori di casa facendomi saltare la fila al bar, mi lascia a bordo piscina con il cocktail e sparisce. Incontro altri colleghi alla festa. Con due ragazzi facciamo un giro di ronda della piscina, incontriamo Matilda. Ci frequentiamo da una settimana, ma qualcosa non va, da giorni mi parla a mala pena. Non so cosa sia successo. Dopo un pranzo insieme si è raffreddata nei miei confronti.

Un giorno mi evita, un giorno pranza con me. Dice di stare tranquillo. Da come mi saluta stasera non penso che le cose andranno meglio. Un bacio sulla guancia, so che ci sono gli altri, ma mi bacia come si bacia un vecchio zio. Cinque giorni fa stavamo sul suo divano, con le miei mani sotto la sua gonna e adesso mi sfiora a malapena con lo zigomo. La incontro ancora durante la serata, solo qualche sguardo. Passo il resto della serata a bere. Bevo così tanto che ad un certo punto sono costretto a buttarmi su un divanetto. Vedo la festa da lontano, il delirio, la musica, la gente che ride. Io là sul divanetto, impaurito di perderla ancora e di prendere acqua. Minaccia pioggia anche oggi.

Quella sera dovevo chiudere. Almeno il giorno dopo. Dovevo chiamarla o vederla, dirle che si era comportata da vera stronza. Ma non l’ho fatto. Non volevo. Volevo provarci. Ho tirato a campare, fino a che non è stata lei a chiudere. Risalgo in moto. Me ne devo andare a casa. Ma mi tocca passare di fronte un altro luogo. Mi tocca rivivere ancora. Il ponte della Garbatella. Assurdo, è qui che iniziato tutto stavolta, solo tre settimane fa:

Mi ha girato la posizione. Garbatella lo sapevo, ma quella via non la conosco proprio. Poi il tempo è brutto, nuvoloso. Ha smesso di piovere da poco, sono giorni che piove. Si sta schiarendo proprio adesso, per una volta mi dice bene, riesco a raggiungerla. Mi ci vuole un po’ a trovare il posto, poi mi rendo conto essere il teatro Palladium. La trovo davanti al bancone del bar del teatro che ordina uno spritz. Deja-vù. La saluto, bacio sulla guancia d’ordinanza e andiamo a bere fuori. Come un anno prima la serata è piacevole. Mi regala una spilla a forma di vespa, mi prende il casco e l’attacca all’elastico degli occhiali. Camminiamo un po’ e vediamo tanta gente fuori la sede del mercato ortofrutticolo di quartiere, una struttura di cemento armato tipica degli anni ’70 intorno a palazzi di quarant’anni prima, ci incuriosisce, andiamo a vedere. La fauna non è delle migliori, sembra un covo di spacciatori e ci spaventa un po’, ma alla fine io ho un casco in mano, posso sempre usarlo come arma penso. Ed ecco che ci ritroviamo in una festa per studenti d’italiano di una scuola per immigrati. Cibi esotici e vino rosso della provincia romana.

Da un pentolone mi grattano un pappone di verdure e riso, accompagnato da un pessimo humus e del pane stantio. Di solito non sono schizzinoso con il cibo etnico, ma questa roba fa veramente schifo, il vino rosso versato da bottiglioni di 5 litri inibisce le mie papille gustative e mangio comunque. Lei non mangia, è stata più furba di me.  Mentre mangio e beviamo si parla ancora. Come un anno prima ci si racconta di noi, cose nuove, ed incredibile, nonostante è più di un anno che parliamo di tutto, quante cose ci sono da scoprire di una persona. Questa volta si va oltre, le racconto anche del passato della mia famiglia, cose che non racconto a nessuno, ma quella sera mi esce tutto naturale. Basta mangiare, si fuma ora. Prendo altri due bicchieri di benzina rossa a 2 euro al bicchiere e andiamo fuori. Si siede sul largo muretto della balconata con le gambe incrociate, io mi ci appoggio solo.  Non ricordo neanche bene che ci siamo detti, ricordo una mia battuta, lei che ride mi guarda, si avvicina e mi bacia. Io giro la testa, non voglio cascarci di nuovo, non voglio stare male di nuovo. Mi prende la testa con la mano, mi bacia sull’angolo della bocca e penso: ma ‘sti cazzi! Ci baciamo.  Scrocia le gambe e le chiude intorno a me, un altro flash del passato.  Le labbra si staccano, ride:

  • Ma che fai ti sposti?-
  • Si guarda, lascia stare un momento di… niente, un momento di niente però…
  • Però?
  • Sei così bella…

Ci baciamo ancora. Ci baciamo per un paio d’ore. Per lei ci stiamo vedendo, non stiamo insieme, preferirei una dichiarazione d’intenti su carta bollata. Lì sul muretto si sta bene, fumiamo parliamo e ci baciamo. Si è fatto tardi, il tempo passa velocemente quando si pomicia con qualcuno. Ci salutiamo alla sua macchina, ci stringiamo uno all’altro, insinua le sue mani nei miei pantaloni, poi le tira fuori di scatto:

  • Dovresti fermarmi in questi casi!
  • Non ci penso proprio.

Prendo la mia moto, le vado dietro fino ad uscire dal quartiere, passiamo il ponte uno a fianco all’altro. Al semaforo si ferma, tira giù il finestrino, mi manda un bacio e va via.

Era una sera come questa. Fresca dopo la pioggia. La strada bagnata. Poca gente in giro. Solo il mio stato d’animo diverso. Eppure stavolta non ho fatto niente di sbagliato, forse reprimere il mio primo istinto. Dovevo darmi ascolto. Mollo la moto in garage, appena in tempo. Inizia a piovere di nuovo.

 di Fabrizio Lucati All rights reserved 

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