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Scrive come se desse colore alla mente.

Un dipinto senza tinta uniforme.

Scrive seduto a gambe incrociate davanti al mare. L’aria del mattino è frizzante sul viso, ma l’acqua è docile e le onde danno il tempo di pensare.

Chiude gli occhi. Davanti a sé, ora, solo un foglio bianco. Inizia sotto il suo naso e finisce lì dove termina il mare, ammesso che termini, da qualche parte. Mentre accarezza la tastiera della macchina da scrivere sente granelli di sabbia sotto le sue dita e si immagina il crespo della carta, quello di una tela.

Il Dottor Yellow sarebbe uno scrittore.

Per tutti quelli che lo vedono piegato sulla macchina da scrivere e sulle sue parole è probabilmente un autore di fama. Lo dicono la velocità sinuosa del suo scrivere e, in effetti, tradisce abbastanza anche il modo che ha di spostarsi quel ciuffo ribelle dalla fronte, in una continua frenetica lotta tra lui che è perso a rincorrere chissà quale pensiero, agile nello sfuggirgli, e quei capelli che piombano sul suo viso pizzicandogli gli occhi.

Nessuno ha neanche mai letto qualche libro del Dottor Yellow, ma la gente si immagina che sia un po’ come vederlo scrivere, lo spettacolo di un genio raccolto nel grembo caldo della sua ispirazione. Si dondola in avanti e indietro, sorride poi ride, impreca. Piange.

Di che racconta?

Dell’odore del mare. Risponde così a chi glie lo chiede, come se sembrasse evidente. Dentro di sé, poi, pensa che sarebbe bello saper scrivere come dipingere, usare le parole come pastelli. Scrivere come suonare, modulare le parole come note, un forte-piano disegnato da virgole e qualche punto, la corona del maestro alla fine di ogni storia.

Ho raccolto i pezzi della mia vita tutti in mezzo ad una strada. Non l’avevo percorsa mai prima.

Dentro, qualcosa, palpita. È il senso di sé, il Dottor Yellow intreccia fili di parole per poterlo catturare, ma per interrogarlo servirà molta gentilezza.

Mai controllare i tasti giusti da premere, mai rileggere, niente si cancella. Tutto ciò che conta è tenere a bada il mare, l’acqua chiede e Yellow risponde.

Da qualche giorno, per esempio, dopo attente osservazioni, si è accorto di come le onde increspano e spezzano anche la linea dell’orizzonte.

Dio non ha fatto nulla di perfetto, in questo mondo. Neanche l’uomo è una creatura tanto strabiliante di per sé.

Un sorriso un po’ sghembo.

Un pensiero stonato.

Dio è imperfezione. Il perfetto è solo una bestemmia del male.

Il Dottor Yellow batte sui tasti.

Non censura.

Non cesella.

Benvenuto lo scandaloso e l’improbabile.

Non teme le parole, ma non le cerca neanche, le corteggia un po’ quando loro gli si fanno davanti e poi le acchiappa in un attimo. Le fa sue.

Conta questo brulichio sulle sue dita che parte forse dagli occhi, forse dal cuore.

Conta che il sapore arrivi fino a chi legge, ancora caldo, perché conservi il suo aroma di caffè appena fatto, buono però. Scrivere come regalare l’aroma nero dentro, marrone intorno di un caffè, togliendo anche il sonno, a volte.

Hai mai sentito quanti sapori stanno dopo il primo sorso?

Hai mai viaggiato su questo sentore di ambienti lontani e di mani diverse che hanno accarezzato il gusto caldo del caffè? Ecco. È questo scrivere per il Dottor Yellow.

Raccontare le mani che hai visto e che forse ti hanno accarezzato, quella vecchia alla stazione dell’autobus con le scarpe rotte e poca spesa, un uomo dai capelli ricci di vento e una donna con gli occhi neri che brillano, come certe volte brilla solo la notte.

Lo scrittore si sposta dagli occhi quel ciuffo biondo che lo tormenta, ma ha fascino, avrebbe potuto fare il modello, se i colori non lo avessero rapito. Voi lo vedete lì, a gambe incrociate, piegato sopra quella macchina da scrivere rosso bordeaux, concentrato sull’ultimo pensiero.

Così dovrebbe essere.

Dopo essermi riempito le tasche, mi accorgo, solo adesso, che sono stati stracci di esistenza raccolti con distrazione, mi sono concentrato solo su quelli in cui ho sbadatamente inciampato, ma non li ho raccolti tutti. Ce ne erano altri, aspettavano di essere tirati su, in qualche modo, da qualcun altro.

Così è, invece.

Lui, il dottor Yellow, se ne sta nudo, nei difetti divini della mente e del corpo.

Un foglio di carta bianca crespa, forse una tela infinita.

Tanti colori a cera davanti a sé e acquarelli e tempere e pastelli.

Tutto pronto per creare e chissà che anche questa volta i colori si mischieranno tanto male o il nero dominerà sul chiaro e tutto sembrerà un po’ più sporco di prima.

Succede, a volte. Succede quando quella non è l’ora giusta.

Altre volte, invece, il dottor Yellow vedrà nella sua tela tutto limpido e preciso. Sfumerà, spoglierà, accenderà quella sua opera d’arte che sarà come una bella donna nei sogni di un uomo.

Eliminerà il superfluo, resterà solo l’essenza che cattura.

Creatura dell’inconscio, del suono del mare, del colore di uno scrittore nudo che rotola sulla sabbia, mani e viso sporchi di tempera, che fa a disfa tutto quello che esce di immediato dalla mente.

Lo scrittore narciso si specchierà su quella sua figlia, scrigno di verità salite a galla, la guaderà con la curiosità di un incontro, come se per lui fosse nuova, sconosciuta del tutto.

Le cercherà difetti che troverà e scoprirà di adorare.

Mi. Sentivo distolto. Avevo. Viaggiato per lunghissimo tempo. E. Quello che trovavo adesso. Erano. Due occhi. A guardarmi.

Ogni cosa al posto giusto. Il verbo separato da tutto. Regole che non servono a far sentire, tutte accartocciate e gettate nel vento.

Le parole mancavano. Ero fermo a metà della mia strada e raccogliendo l’ultimo pezzo mi sono sentito insicuro. Ho sorriso alla sorte, a quegli occhi di provvidenza che stavano lì a guardarmi. Erano gli occhi del mare. A lui avrei regalato ogni cosa.

Potreste vederlo così, se vi trovaste a passeggiare di mattino presto sulla sabbia bagnata di fresco. Un uomo che dondola sulla tastiera come un musicista all’ultimo dei suoi concerti, la testa piegata e l’orecchio a sentire come suonano i tasti di una macchina da scrivere. Un pazzo.

Senza sapere, che, quello lì, è proprio il dottor Yellow, lo avreste notato alzarsi in piedi, ad un tratto, e camminare diritto verso l’acqua, prima lentamente e poi in una corsa che è come un ritrovarsi. Riconoscersi.

Regalerò tutto al mare. Il mare che raccoglie e regala. Raccoglierà le mie parole, i miei disegni e la musica dei tasti di una macchina da scrivere. In cambio, lui si riprenderà con sé tutti i pezzi della vita che fino a qui ho raccolto per caso.

Come è difficile mettere il punto ad una storia che finalmente sembra troppo bella. Una volta fatto, però, il dottor Yellow non sta più nella pelle. Gli serve il mare.

Vedreste così un’infinità di fogli macchiati di inchiostro nero che si fa viola e si mischia all’acqua salata. Carta spazzata via e trascinata dalla corrente.

Stracci di vita restituiti all’infinito, nell’attimo di un bisogno che urge.

Tutto quello che sono, tutto quello che nessuno può vedere. Per gli occhi del mare.

 

Racconto ispirato da: Giovanni Allevi – A Perfect Day

di Alessia Rosati All rights reserved

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Nudo come scrivo ultima modifica: 2013-02-24T12:00:46+00:00 da Redazione

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