Non solo “Rumore di cicale”. Intervista a Emanuele Gaetano Forte

di Marica Dazzi

Non solo “Rumore di cicale”. Intervista a Emanuele Gaetano Forte

di Marica Dazzi

Non solo “Rumore di cicale”. Intervista a Emanuele Gaetano Forte

di Marica Dazzi
8 minuti di lettura

Non solo “Rumore di cicale”. Intervista a Emanuele Gaetano Forte

Introdurre “Rumore di cicale” (edizioni Il Foglio) parlandone come di una semplice raccolta di racconti, significa decidere di non spiegare il segno di quel cerchio netto, inquietante eppure intriso di speranza, che questo libro chiude intorno alla nostra generazione.

Emanuele Gaetano Forte infatti, nel suo romanzo, traccia una linea ben definita tra i personaggi spaiati che lo popolano: e tra cocktail sempre più cari, opinionisti beffardi, lettere di una vita futura, disegna la forma inequivocabile di quella trappola che, soprattutto a noi giovani, ha troppo spesso stancato gli occhi: il quadrato della televisione.

Ed è proprio girando intorno a lei che l′occhio di questo giovane scrittore guarda la nostra Italia, a volte attraverso, altre di sbieco. E senza mai trovare scampo da questa presenza costante, invadente, spalanca lo sguardo sulle paure e le ossessioni dei nostri anni: il mito del Grande Fratello, il suv pagato a rate, le opinioni che costano poco perché “al contrario delle idee, non hanno mai ucciso nessuno”.

Al contrario dei protagonisti dei suoi racconti, invece, di poche opinioni e di tante idee, abbiamo avuto il piacere di parlare proprio con lui: Emanuele Gaetano Forte, autore del testo.

Ma così com′è difficile descrivere il suo libro senza sminuirne la portata, lo è altrettanto parlare di lui: Emanuele, infatti, non è solo uno scrittore, ma anche un bravissimo regista. Anche se, dopo questa piacevole chiacchierata – spero non me ne vorrà –, non potrei che definirlo, parafrasando proprio il suo romanzo,“un rumorosissimo idealista”.

Ecco l′intervista per the Freak:

Il cicaleggiare assordante della televisione è in qualche modo presente in tutti i capitoli del tuo libro, dal primo fino ad arrivare all′ultimo, dove veste  il ruolo quasi di strumento di lobotomia di massa, se mi puoi passare il termine. Quando e come nasce lesigenza di scrivere un libro con tale tematica? 

Non posso dire di avere sentito una vera e propria esigenza, i diversi racconti sono stati scritti nel corso del tempo, anche a distanza di anni: l′ultimo risale a questestate mentre il primo è stato scritto quando andavo ancora al liceo. Soltanto quando hanno raggiunto un certo numero ho pensato di metterli insieme e valutato la possibilità di pubblicare un libro. Addirittura soltanto dopo averli scritti tutti mi sono reso conto della presenza di un filo conduttore che li legava.

Mi sono reso conto che metterli insieme avrebbe dato loro un valore maggiore e che, per quanto ogni racconto parli singolarmente già da sé della medesima realtà, accorparli avrebbe conferito loro un valore aggiunto.

E forse perché la mia esperienza di vita è quella della città di provincia, questo mi ha portato ad ambientarli tutti in tale contesto, fatta eccezione per il primo che ha come protagonista un opinionista, e che  fa quasi da cornice agli altri.

Appunto, forse potremmo dire che in parte è protagonista anche Formia, la tua città, giusto? Quanto pensi che il vivere in una dimensione così piccola  abbia potuto influenzare il tuo modo di scrivere, e anche di girare? 

Più che Formia direi la realtà di provincia. Vivere lì non so quanto possa avermi effettivamente influenzato in quanto alla fine i modelli di scrittura o di regia che di solito vengono presi come riferimento sono altrove.

Piuttosto penso che il ripetersi, nel corso del tempo, dei contatti sempre con le stesse persone (alla fine, vuoi o non vuoi, gli abitanti del posto finisci per conoscerli tutti)  permetta di maturare unattenzione o una profondità dei dettagli che, in una grande città, sarebbe stato più difficile avere.

Quindi è una fortuna? 

Sì, anche perché, quando come giovane hai delle ambizioni non realizzabili nel contesto che ti circonda, questo fa nascere in te la voglia di andare altrove, di informarti, di partire. 

In “Rumore di cicale” è presente anche la disillusione che caratterizza la nostra generazione, questo trascinarsi ascoltando tutti la stessa musica, vestendosi con la stessa divisa, sognando il Grande Fratello, come succede in uno dei tuoi racconti, forse il più inquietante.

Quello che mi piacerebbe sapere da te, che da come scrivi hai un occhio attento e pulito, è perché secondo te è andata così. Perché noi, figli di chi occupava e girava il mondo in autostop, siamo quello che siamo?

Il perché non lo so, senz′altro siamo una generazione di passaggio. Siamo nati in un mondo che era un altro mondo: siamo cresciuti negli anni novanta in cui tutto andava bene, l′estate si andava in vacanza. Da un certo punto in poi, invece, queste cose non ci sono state più.

Noi ventenni, forse, abbiamo anche questo privilegio: abbiamo visto com′erano le cose prima e come sono cambiate dopo, e ci stiamo rendendo conto ora che il mondo con il quale ci troviamo a fare i conti è diverso da quello che pensavamo.

Forse non eravamo pronti a questa esigenza di lottare, di farci sentire in maniera più forte, proprio perché inizialmente non credevamo di avere questa necessità. Anche se siamo stati colti alla sprovvista, però, penso che abbiamo ancora tutto il tempo per imparare e, come dico nel libro alla fine, di farci spazio.

Come scrivi tu “non conta essere la maggioranza ma essere rumorosi”.

Esatto.

Nel tuo libro parli anche di politica, descrivi la solita processione religiosa delle feste comandate, nota a tutti noi, meridionali in particolar modo, dove più che seguire il santo si pensa bene di procedere dietro il “santone” politicante di turno. Pensi che certe cose possano effettivamente cambiare? 

Sì, fortunatamente credo le cose cambieranno, anche perché mi pare inevitabile: questo contesto di totale incertezza dovrà necessariamente evolversi.

Nel racconto che hai menzionato cerco più di descrivere una situazione di paese, ma soprattutto come quella assuefazione “del pregare e del farsi pregare”, questo favoritismo al di fuori di qualsiasi regola, costituisca oramai la normalità.

Noi italiani continuiamo ad affondare nel totale degrado: all′estero rispettiamo le regole e tornati a casa buttiamo subito a terra le prime cartacce che abbiamo tra le mani, giustificandoci con le solite formule di rito come “qua va tutto male, funziona tutto così”. Questa tendenza non ci porterà mai a voler cambiare le cose, oggi come oggi credo invece sia un vero e proprio dovere avere un atteggiamento diverso. 

Forse in questo senso la passione per l′arte potrebbe aiutare a riscattarci: pensi che in Italia questo ambiente soffra di maggiori difficoltà? Quali ostacoli hai dovuto affrontare per la pubblicazione del tuo libro? 

Guarda, in realtà in questo senso sono stato molto fortunato: ho inviato i miei racconti ad un editore di una piccola casa editrice, “Il foglio”, che subito ha deciso di pubblicarli. Ma il fatto che sia successo a me non significa che sia così facile. Credo, anzi, che in realtà fare arte, fare cultura in Italia sia fra le cose più difficili: mio padre, ad esempio, che è un registra teatrale, ha vissuto in prima persona il taglio dei fondi. 

Anche fare cultura politica, se così vogliamo definirla, come si cercava di fare negli anni settanta – anche e soprattutto al cinema – oggi di meno, anche se si sta risvegliando questa tendenza; spero che quel famoso “giustificarsi” di cui parlavamo prima si tramuti in un nuovo input, nella voglia di fare qualcosa. 

Anche tu come tuo padre sei un regista e pur non avendo fatto alcuna scuola, hai girato molti cortometraggi che hanno ottenuto diversi riconoscimenti. Come sei diventato un artista così a tutto tondo? 

Tanto del lavoro lo ha fatto per me il contesto in cui sono nato che mi ha condotto prima ad  una sana curiosità per i film e, in un secondo momento, per i libri.

In realtà, appunto, la mia passione per scrivere è nata  con l′idea della sceneggiatura: ho iniziato con il girare piccoli corti con gli amici e una volta che questi aumentavano di volume ho cominciato a scriverli, ad avere voglia di sviluppare delle idee che mi venivano in mente e che, purtroppo, spesso non avevo modo di realizzare. Mi sono esercitato quindi nel ridimensionarle per dare loro vita concreta. 

Solo dopo è arrivata la letteratura, oggi i miei interessi si stanno diramando in varie direzioni. 

Quali sono i tuoi registi preferiti? Quando giri a chi ti ispiri?

Adoro Paolo Sorrentino, più i suoi primi lavori che gli ultimi; quando vidi “Il divo” al cinema pensai che fosse straordinario.

Quando giro invece penso più a Nanni Moretti, che, all′opposto di Sorrentino, esagerato, barocco, è di una semplicità disarmante, geniale. Con le immagini riesce a spiegare i concetti più articolati; ricordo ancora quella scena de “Il Caimano” dove Silvio Orlando, arrabbiatissimo con la moglie, getta la sua felpa a letto e la taglia con delle chiavi. Sicuramente è lui ad avermi più influenzato. 

A questo punto parliamo del tuo ultimo film. Meriti sicuramente più di una sola intervista, ma sarebbe bello se ci dessi qualche accenno sul tema.

Si tratta di un vero e proprio documentario dal titolo “Gaetanino”. È il nome di mio nonno e questo film parla di lui, della sua vita a Formia, una città fondamentalmente democristiana.

Lui, invece, era un comunista, e in questo mio nuovo lavoro mi racconta appunto la sua storia, le difficoltà che ha dovuto affrontare: il licenziamento del partito, l′impossibilità di sposarsi in chiesa, seppur credente, a causa della sua fede politica.

Il tutto naturalmente raccontato con l′intimità del rapporto confidenziale  tra nonno e nipote. Adesso sto cercando di farlo circolare il più possibile. 

Augurandogli quanto più successo, vi invitiamo a seguire questo giovane talento.

 Di Maricia Dazzi.

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Una risposta

  1. Mimmi mia. Che dire. Sei diventata un’artigiana dello scrivere. Hai migliorato il corso delle parole, hai guadagnato un fluidita’, sei risoluta, lucida ma non di meno appassionata, avvolgente e coinvolgente.

    Inutile dirti che il topic mi e’ piaciuto, che mi piacerebbe leggere questo libro e che l’intervista e’ avvincente.

    Proud of you.

    tua Vitti

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