Nightwish, ecco “Human. :II: Nature.”: la nona sinfonia del metal finlandese

di Fabrizio Grasso

Nightwish, ecco “Human. :II: Nature.”: la nona sinfonia del metal finlandese

di Fabrizio Grasso

Nightwish, ecco “Human. :II: Nature.”: la nona sinfonia del metal finlandese

di Fabrizio Grasso
6 minuti di lettura

La pandemia di coronavirus è al suo apice. L’uomo, rintanato in casa, sta lasciando il mondo alla natura. Un mondo più pulito, genuino, da troppo tempo alla spasmodica ricerca di tornare a quello stato ancestrale dell’esistenza. In questo clima si inserisce Human. :II: Nature., il nono album in studio dei Nightwish. La band metal finlandese, arricchita da un tulipano soave come voce, torna a distanza di cinque anni dal suo ultimo progetto, Endless Forms Most Beautiful. E lo fa in grande stile.

Simboli cuneiformi della scrittura assira e sumera. Un significato semplice ma molto potente: “Uomo” e “Natura”. Il senso profondo voluto dai Nightwish si staglia davanti all’ascoltatore ancor prima di far partire la traccia iniziale, dall’indicativo titolo Music. Incisi sulla copertina del disco, i caratteri che hanno scritto la storia più antica del Medio Oriente – e della Terra stessa – introducono un messaggio criptico, che porterà le orecchie dei fan nei meandri di una sinfonia fatta di religione, filosofia e note.

Human. :II: Nature. è un album perfetto sia per i supporter accaniti della band capitanata dall’olandese Floor Jansen sia per i nuovi adepti. L’intro operistica di Music, cadenzata dai rintocchi di un martello su un’incudine, apre sin dalle battute iniziali le porte del mondo dei Nightwish.

Il loro symphonic metal, con alcune tracce di epic metal e rock, si è sempre fondato sulla commistione fra i suoni duri delle chitarre elettriche e quelli dolci dei violini e delle corde vocali della frontman. Alla guida del gruppo, fondato nella cittadina finlandese di Kitee nel 1996 dal tastierista Tuomas Holopainen, si sono avvicendate tre donne dalle formidabili capacità canore. Un viaggio partito dall’indimenticabile Tarja Turunen, passato per Anette Olzon in un breve periodo, e arrivato ora all’olandese Jansen. Tre voci femminili eccellenti, dove il tulipano Jansen è cresciuto fra i ghiacci delle due donne precedenti, che assieme hanno garantito una carriera fiorente e ricca di soddisfazioni.

Una volta varcata la soglia di questo mondo, il rito iniziatico dei Nightwish può partire con suoni tribali misti a cornamuse: cori da colonna sonora cinematografica fanno da sfondo alla voce di Jansen, mentre la vita ha inizio. È la genesi di un nuovo culto. Un solo credo: “Losing yourself to the endless music, symphony of now” (Perdersi nella musica senza fine, sinfonia del momento).

La delicatezza di Music lascia subito il posto a Noise, dai ritmi più intensi, per una canzone di protesta sulla fallace tecnologia e sulla vita virtuale. L’uomo, “Avatar vanitoso”, vive inutilmente sul web, abitando continuamente la sua “Egoland”, terra dell’Io, immemore dell’importanza di tutto ciò che lo circonda. Un brano che si collega a Tribal, tra gli ultimi dell’album, per i suoi toni grezzi ma anche per la mancata riuscita stessa della canzone. Servirà a far pogare i fan durante i live, ma non rimane nell’immaginario collettivo.

Su tutt’altri lidi si posiziona fortunatamente Shoemaker, pezzo ispirato alla figura del geologo statunitense Eugene Shoemaker (1928 – 1997), fondatore delle scienze planetarie. Il tema dell’universo si inserisce in un brano davvero ben riuscito, forse il migliore del progetto. L’intercedere sublime della Jansen in strofe simili a una fiaba si intreccia con un duetto quasi sussurrato con il bassista Marco Hietala formando un vero e proprio climax ascendente di emozioni. La sua chiusura solenne è affidata alla citazione di un passo shakespeariano di Romeo & Juliet (“Quando egli morrà […] renderà così bello il volto del cielo che tutto il mondo si innamorerà della bellezza della notte, e non presterà più nessun culto all’abbagliante sole”) e a San Francesco (“Laudato Sì”). Shoemaker porta così Human. :II: Nature. su altri pianeti, seguendo la rotta astronomica dell’uomo cui si ispira.

Nightwish – Music

Harvest, una ballata acustica dai ritmi celtici che ricordano la celebre The Islander di Dark Passion Play (2007), introduce poi il tema della morte: “Unisciti alla raccolta di centinaia di campi […] offri luce al prossimo giorno […] arrenditi alla terra”. Ad essa si collega How’s The Heart, un peana (Canto di guerra e di vittoria; in origine, inno dedicato alla divinità, ndr.) che ricorda all’uomo di prendersi cura degli altri, di entrare in empatia con il prossimo.

Un tema forte ricorre anche in Pan, dalla struttura sognante, quasi fiabesca, che porta l’ascolto ai periodi del misticismo pre-cristiano. Un’orgia, pagana e primitiva, di baccanti, qui però trasferite dalla Grecia nei panni di sacerdotesse celtiche. Un testo profondo lega Pan a Procession, brano che fornisce un nuovo excursus sul rapporto uomo-natura nel corso delle ere con tanto di appello alle generazioni future, a scandire lo scorrere del tempo e della vita su questo pianeta. Una processione di strane creature divise fra terra e mare (Dickinsonia, Hallucigenia e, per ultimi prima di noi, i Pikaia). Nel lyric video, uscito in concomitanza con il brano, tutte le specie in via di estinzione si avvicendano sullo schermo: il rapporto dell’uomo con la terra si sta rompendo, l’egoismo fatalista dell’umanità sta portando alla distruzione di tutto il creato.

Tutto ciò è soltanto preludio a Endlessness, ultimo brano della prima parte del disco, con suoni che mescolano orchestra e parti più rigide e dure, cadenzati  dalla doppia voce di Jansen e Hietala. Magico, quasi trascendente, introduce l’ascoltatore alla seconda parte dell’album, la lunghissima suite All the Works of Nature Which Adorn the World: otto movimenti musicali, ciascuno inerente una determinata opera d’arte della natura, della chimica, della fisica.

Il Covid-19 ha fatto sparire l’uomo dalle nostre città, popolate da animali di ogni sorta. Qui, i Nightwish cancellano l’umanità dalla Terra che, finalmente proprietaria del suo destino, ha ripreso il suo dominio incontrastato. Dal mare ai boschi, passando per l’aria, la terra e il fuoco. I quattro elementi si stagliano solitari, univoci, nei brani strumentali loro dedicati, prima di lasciare posto al firmamento nella fenomenale ed elegante chiusura Ad Astra. Il pianeta è visto da lontano, come un minuscolo punto azzurro nell’infinito cosmo.

Il vasto universo ci ricorda quanto possiamo essere piccoli e insignificanti di fronte alla potenza della natura, ma soprattutto ci dona un nuovo punto di vista. La Terra è magnifica, nei suoi colori e nella sua compiutezza unica. Con occhi diversi possiamo capirne le qualità, consci ora di doverle custodire e proteggere, una volta che tutto sarà finito.

di Fabrizio Grasso, all rights reserved

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