Niente di nuovo sul fronte orientale

di Simone Pasquini

Niente di nuovo sul fronte orientale

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Niente di nuovo sul fronte orientale

di Simone Pasquini
6 minuti di lettura

“Non sono venuto qui per fare turismo, sto andando a Gallipoli”

“Non c’è niente là, a parte i fantasmi”.

Così, nel film “The water diviner”, una giovane turca risponde al padre Russel Crowe, in cerca dei figli dispersi nella celebre battaglia combattuta da inglesi e turchi durante la Prima guerra mondiale. Ad un secolo di distanza, gli imperi sono passati ma la mezzaluna è rimasta.

Basterebbe cambiare il nome della località sui Dardanelli con “Afrin”, oppure “Idlib”, e questa potrebbe benissimo essere la risposta di una donna siriana ad un padre disperato. Da quando la Turchia, lo scorso 9 ottobre, ha iniziato la sua nuova offensiva nel territorio settentrionale della Siria, la guerra al popolo curdo ha raggiunto un nuovo livello. Per Erdogan non si tratta più di combattere: il territorio si può conquistare e si può perdere nel giro di una giornata. Il suo progetto è molto più radicale.

Il progetto tutt’altro che celato del presidente turco Recep Tayip Erdogan è, infatti, quello di impedire una volta per tutte la sopravvivenza di una comunità curda al confine con la Turchia. A questo scopo, grazie alla mediazione della Russia, quattro giorni fa il Presidente turco ha accettato di concedere una tregua alle milizie curde, a patto che esse si ritirino dalla “fascia di sicurezza” lungo il confine turco, una striscia di territorio profonda circa 30 Km lungo tutto il confine dei due Paesi.

Ma come impedire che i curdi tornino una volta che la situazione si sarà stabilizzata?

Come gli Stati che non vanno d’accordo creano zone di sicurezza fra i loro confini, per evitare attriti, così la Turchia intende creare una “zona cuscinetto” demografica lungo tutto il confine per cautelarsi dalla popolazione curda. A questo scopo, essa intende utilizzare i quasi quattro milioni di rifugiati siriani che negli ultimi anni si sono riversati al suo interno e che l’Europa è stata ben felice di lasciare dove si trovavano.

Questi rifugiati, trattati come se fossero delle piante o degli arbusti, forniranno la barriera demografica sufficiente a tranquillizzare i turchi. Ma sono anche un’arma di ricatto potente: Erdogan sa che l’Europa, al di là del pubblico sdegno, non muoverà un dito per infastidire l’unica persona che sta tenendo lontani milioni di profughi. Tutto sommato, meglio re-insediati in zona di guerra che accampati davanti casa nostra.

Le organizzazioni internazionali (in particolare Amnesty International) hanno subito denunciato questo folle progetto già in atto, sottolineando l’estrema pericolosità data dal tentativo di trasferire centinaia di migliaia di civili in una zona di ostilità. Erdogan aveva in un primo momento tentato di cooptare l’Europa in questo gioco perverso, ma le offerte si sono tramutate presto in aperta minaccia: se l’Europa “ipocrita” non aiuterà la Turchia a far tornare a casa le famiglie siriane, Erdogan “si vedrà costretto” a riaprire il flusso di migranti verso il continente.

Ma mentre questa tragedia si consuma, che cosa fanno gli altri attori coinvolti nella vicenda? Cosa fanno gli Stati Uniti per difendere i curdi?

Due giorni fa il Presidente Trump ha concretizzato quello che aveva promesso già da mesi (ma che pochi avevano creduto), ovvero un completo ritiro delle truppe americane impegnate in Siria. Salvo poi ritrattare all’ ultimo minuto, consentendo che il Segretario della Difesa Mark Esper annunciasse la decisione di mantenere un piccolo contingente a Deir el-Zor. Un contingente troppo piccolo per costituire una presenza sul territorio efficace, ma (guarda caso) collocato al centro della più ricca zona di giacimenti petroliferi dello Stato. Una mossa tanto maldestra quanto rivelatrice non è passata inosservata: quando, quattro anni or sono, la lotta contro lo Stato islamico era al suo massimo, i curdi si impegnarono per primi a sostenere la battaglia sul terreno siriano. Anche nell’era dei droni, per vincere le guerre c’è bisogno di uomini sul campo e né l’Europa né gli Stati Uniti erano disposti a sobbarcarsi questo onere. Furono i miliziani curdi a pagarne il prezzo più alto, ed ora che è giunto il momento del bisogno sono stati abbandonati a loro stessi. Abbandonati dall’Europa, che non è disposta ad indispettire veramente il Sultano Erdogan; ma abbandonati anche dagli americani, che per seguire la linea di “disimpegno internazionale”, inaugurata da Trump, concedono al membro forte della NATO, cioè la Turchia, di fare il proprio comodo.

Il ritiro degli Stati Uniti dal centro del palcoscenico siriano ha lasciato spazio all’altra presenza ingombrante della vicenda: la Russia ora è in grado di rivestire il ruolo di mediatore fra tutte le forze in campo. Essa costituisce l’unico possibile ombrello protettivo fra i curdi e la Turchia, con la quale le trattative, come abbiamo visto, sono già iniziate. Il fatto è che, ovviamente, la possibilità di avvicinarsi al secondo esercito più numeroso della NATO, e determinare un definitivo allontanamento della Turchia dagli USA (i cui rapporti non sono mai stati in verità molto buoni), per la Russia è una prospettiva troppo ghiotta.

Quando la guerra all’Isis apparve chiaramente come una necessità, l’America decise di supportare la fazione curda invece che appoggiare direttamente l’alleato turco in Siria. Da quel momento in poi la Russia, principale e fondamentale supporto del regime siriano di Assad, ha cercato di insinuarsi come acqua fra le crepe che si stavano formando nei rapporti turco-americani. Ora che la posizione americana si è definita in tutto il suo squallore sarà estremamente facile per Putin assumere il ruolo dominante. Anche e soprattutto in considerazione della necessità, per la Turchia, di trovare una forza in grado di controbilanciare l’influenza dell’Iran sullo scenario mediorientale (cosa che sicuramente sarà gradita ad Israele, che potrebbe anche accettare questo tipo di compromesso senza troppo clamore).

Tutto questo non deve però distoglierci dal fatto che la guerra sta per tornare nel Nord della Siria. Il cessate il fuoco concesso dalla Turchia è condizionalmente sospeso dal completo ritiro delle milizie curde al di là della “fascia di sicurezza”, che dovrà avvenire entro e non oltre la giornata di martedì. Si sa con certezza che alcune zone sono state già completamente sgomberate dalle forze curde, ma alcune voci sostengono che i turchi stanno cercando di ostacolare il completo ritiro in alcune aree strategiche così da creare un casus belli sufficiente alla ripresa delle ostilità.

A prescindere da quello che avverrà martedì, possiamo essere sicuri che la situazione curda non verrà risolta nel prossimo futuro. Il tragico proposito di effettuare un criminale scambio di popolazione ricorda il triste passato del Vicino Oriente dopo la fine della Grande Guerra e le tre guerre balcaniche. Il popolo curdo cerca da secoli un’ autonomia che gli viene continuamente negata dagli attori regionali, siano essi Imperi o Repubbliche democratiche. Una minoranza altrettanto martoriata nel corso dei secoli, quella armena, è riuscita a vedere realizzato il suo sogno di libertà solo passando attraverso un genocidio.

Saremo davvero capaci di attenderne un altro?

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