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Negli ultimi anni la scena musicale indipendente italiana sta vivendo una vera e propria belle èpoque, espandendo vertiginosamente il proprio bacino d’utenza, tanto da sembrare quasi essere diventata il nuovo mainstream.

Se in origine i vari Afterhours, Baustelle e Vasco Brondi erano destinati a pochi eletti, con il passare del tempo e con l’emergere di alcuni personaggi che hanno reso più digeribili e più appetibili testi e sonorità alternative, le etichette indipendenti hanno iniziato a fare la loro fortuna, entrando nelle case, nelle macchine, negli ipod di migliaia e migliaia di italiani.

Non c’è dubbio che questa ricerca dell’alternativo sia stata favorita dal boom dei talent show, i quali, ad eccezione di pochi casi, più che lanciare e produrre artisti si sono preoccupati di creare prodotti costruiti ad hoc (che malignamente potremmo quasi definire usa e getta) per specifiche fasce della popolazione, lasciando così un vuoto che in qualche maniera doveva essere riempito.

Come in tutte le storie anche qui c’è stato un turning point, un “punto di svolta” che ha segnato uno spartiacque rispetto al passato. Per come la vedo io quel momento è rappresentato dalla comparsa de I Cani nel panorama musicale italiano. Se oggi Calcutta fa sold out all’Arena di Verona, se Coez fa un tour invernale tutto esaurito in ogni data, se c’è più hype per il nuovo album dei Thegiornalisti piuttosto che per quello di Eminem, non si può negare che una parte del merito debba andare a Niccolò Contessa.

Per i profani Contessa è il leader de I Cani (in realtà sarebbe più corretto definirlo one man band), gruppo indie pop romano di grande successo, nonché produttore part time (è responsabile ad esempio di Mainstream di Calcutta e di alcuni brani dell’ultimo album di Coez come Faccio un casino, La musica non c’è e Delusa da me).

I Cani hanno all’attivo tre album di grande successo (“Il sorprendente album d’esordio dei Cani”, “Glamour” e “Aurora”) e hanno fatto perdere le loro tracce da quando, il 22 Novembre scorso, è stata eliminata la loro pagina Facebook ed è comparso questo messaggio sulla pagina della loro etichetta discografica, la 42 Records:

Ciao a tutti. Qualche giorno fa ho scelto di chiudere la pagina Facebook de i Cani e visto che nelle ultime ore questo ha suscitato diverse domande e un po’ di confusione vorrei dare qualche chiarimento:

*non esistono né esisteranno altre pagine ufficiali della band

*non vuol dire che sta per uscire nuovo materiale

*non vuol dire che non uscirà più nuovo materiale

*non vuol dire che stiamo per annunciare concerti

*non vuol dire che stiamo per annunciare qualcosa in particolare

*non vuol dire che la band si è sciolta

*non vuol dire nulla

Ho semplicemente scelto di chiudere la pagina Facebook. E’ una cosa che voleva fare già da un po’ e avrei voluto farla senza dare nell’occhio visto che non è un atto simbolico né di polemica, sono perfettamente cosciente che proprio su Facebook è iniziata la diffusione del progetto ma ora sentivo il bisogno di passare oltre. Sono piacevolmente sorpreso dall’attenzione che questa mia decisione ha suscitato ma non volevo scatenare assolutamente nulla. Spero che questo chiarisca tutti i dubbi al riguardo.

Buonanotte,

Niccolò”.

Niccolò è un personaggio mitologico che è stato oggetto di studio da parte di Natan Salvemini, già scrittore per Rockit, Dance Like Shaquille O’Neal, Le Rane e Stormi, il suo blog dedicato alle novità della scena indie italiana.

Ha recentemente pubblicato “I Cani. I dischi, i bagni nel mare, l’umanità” (riprendendo il celebre ritornello di Post Punk, brano presente nel primo album della band romana), in cui ripercorre i momenti salienti della band (guai a pensare che sia una biografia) partendo, in ogni paragrafo, da pezzi di testi dei loro brani. Inutile dire che è già diventato un must have per i fan di Contessa, che lo hanno spinto ad ottime posizioni nelle classifiche di vendita su Amazon.

Noi di The Freak (tutti o quasi grandi fan della band) non ce lo siamo fatti sfuggire e abbiamo fatto due chiacchiere con lui.

Ciao Natan, innanzitutto grazie della disponibilità e dell’entusiasmo con cui hai accettato la nostra intervista. A quasi tre mesi dall’uscita del libro che bilancio si può tracciare rispetto alle previsioni che avevi fatto? Ti consideri soddisfatto del seguito che ha avuto?

Sono molto soddisfatto. Il libro ha venduto più di quello che pensavo. Poi, sin dal giorno dell’uscita, ho iniziato un tour di presentazioni che ha toccato dodici città italiane: Roma, Milano, Torino, Bologna, sono stato in Toscana, Liguria, Emilia Romagna, Trentino. Ce ne saranno ancora altre prossimamente. Sui profili social del mio blog Stormi o sui miei personali potete trovare tutte le date e gli aggiornamenti. Poi c’è una cosa che mi commuove sempre molto di tutta questa storia: chi dopo aver letto il libro mi scrive per dirmi cosa ne pensa, quello che ha provato leggendolo. A volte mi arrivano poche parole, semplici e concrete, oppure mail lunghissime, piene di questioni importanti anche private. Stupisce sempre come uno sconosciuto possa, improvvisamente, metterti in mano la sua vita. In realtà credo sia un’operazione umana molto normale, anzi auspicabile. Con il mio blog personale Stormi faccio lo stesso anche io. Uso la mia vita, le cose che mi capitano, fatti e pensieri, come mezzo e filtro per parlare di musica.

Che notizie abbiamo di Niccolò? Dal famoso messaggio sulla pagina della 42 Records se ne sono perse le tracce. Pensi che il progetto I Cani possa avere un seguito o che sia finito così, con quell’ultimo “Perché pure a sparire ci si deve abituare” che è sempre sembrato essere uno sciagurato segnale premonitore?

Niccolò Contessa non è sparito. O meglio, non nel senso che si potrebbe pensare. In realtà è attivissimo. Produce musica per altri. Per esempio in questo momento, se non sbaglio, è al lavoro sul nuovo disco di Coez. Ha appena pubblicato una nuova colonna sonora per l’ultimo film di Gianni Zanasi “Troppa grazia”. Insomma, è molto più attivo di tanti artisti della scena musicale italiana che in realtà vivono di rendita e producono pochissimo. La non presenza sui social non significa affatto non esserci o non esistere. La nostra generazione è abituata al fatto sconcertante che se qualcosa non si trova su Google o su Facebook allora non esiste. In questo modo di esserci, senza esserci, Niccolò sta, consapevolmente o inconsapevolmente, lanciando un messaggio all’industria musicale attuale e sul modo di comunicare la propria presenza attraverso i mezzi digitali. Sulla domanda riguardo a se il progetto de I Cani possa o no avere un seguito credo non abbia molto senso risponderti. Più che altro perché non sappiamo al momento se, quando e come il progetto I Cani tornerà. A maggior ragione visto che ci sono stati anche brani firmati con il nome all’anagrafe di Niccolò Contessa e non più come I Cani – mi viene in mente “Torta di noi”, canzone che fu a suo tempo candidata al David di Donatello, tratto dalla colonna sonora di un film di Zanasi “La felicità è un sistema complesso” – non mi stupirei se Niccolò decidesse di tornare con il proprio nome e cognome invece che con lo pseudonimo con cui è conosciuto. Non cambierebbe probabilmente nulla. O forse, in realtà, cambierebbe tutto. Un po’, se vogliamo, come ha deciso di fare Vasco Brondi, quando pochi giorni fa ha chiuso il progetto de Le Luci della Centrale Elettrica, concentrandosi sulla produzione con il suo nome anagrafico.

Ogni tanto rifletto e penso che sia un paradosso che, proprio nel periodo in cui l’indie è stato sdoganato (e quindi può permettere agli artisti di fare maggiori guadagni e ottenere più visibilità e fama) Contessa abbia scelto di scomparire e di non fare uscire materiale nuovo, ma poi mi fermo e penso al personaggio che è e tutto sembra un pò più normale. Mi descriveresti Niccolò con tre aggettivi?

Cerebrale. Lucido. Innovativo.

E perché proprio questi?

Cerebrale perché non è possibile ascoltare I Cani senza farsi delle domande, spesso anche importanti e molto intime. Le domande che contano, in poche parole. I brani de I Cani non sono fatti per chi vive passivamente le cose.
Lucido perché ci si immagina I Cani un concentrato di emotività, situazioni e questioni impulsive. In realtà le loro canzoni, i testi, la costruzione stessa della musica e gli arrangiamenti sono frutto di altissima precisione e ipercorrettismo.
Innovativo perché Niccolò anticipa molto spesso i propri tempi. Quando ancora nessuno usava i canali social, oltre a MySpace, per promuoversi, lui è stato praticamente il primo a farlo. Quando tutti, oggi, utilizzano i social per promuoversi lui li abbandona. E questo potrebbe essere soltanto uno dei tanti esempi del suo essere precursore dei tempi. In un mondo in cui chiunque è sopraffatto da una scroll continua di uno smartphone è altamente desiderabile l’allontanamento dagli eccessi digitali a cui siamo sottoposti.

Tra i primi due album e l’ultimo si nota un netto cambio di stile, da sonorità piuttosto forti e tipiche dei gruppi indie rock (o meglio “I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop, I Cani” come si definiscono in Velleità) a sonorità molto più morbide e caratteristiche del pop. Come mai è successo? Non che sia necessariamente un male.

È successo semplicemente che, nel corso del tempo, si cambia. Nella crescita stilistica e l’evoluzione della produzione musicale di Contessa si attraversano molti più generi di quelli che si pensa. La ricerca musicale di chiunque è fatta per lo più di ascolti e interessi. È perfettamente normale che questi ascolti e questi interessi, con il tempo, cambino. Nel caso di “Aurora” il fatto poi che Contessa abbia iniziato a studiare in modo professionale la musica la dice lunga su certi mood che si sentono e avvertono in quel disco o sulla scelta dell’uso di certa strumentazioni, di arrangiamenti, di loop.

I Cani, pur essendosi indirizzati, nel loro ultimo periodo di attività, su posizioni più pop rispetto all’inizio, non hanno mai fatto una vera e propria hit, di quelle che ti capita di sentire in radio, al supermercato, ad ogni ora su MTV. Ogni fan della band ha le proprie preferenze, ad esempio se dovessi farti una mia personale top 3 metterei al primo posto “Una cosa stupida”, al secondo “Il posto più freddo” e al terzo “Lexotan”. Quali sono i tuoi pezzi preferiti e perché?

// Sono molto legato a “Post Punk”, per diversi motivi. Uno potrebbe essere il fatto che la persona che viene descritta nel brano è ambigua. Non è né eroica né totalmente nociva. Un po’ come chiunque. Dentro di noi convivono spesso nature opposte, incoerenti e in apparenza inconciliabili. Se devo però individuare un pezzo che mi abbia letteralmente emotivamente distrutto di sicuro “FBYC (s f o r t u n a)” è uno di questi. Simbolo della difficoltà di scontrarsi con una società e uno stile di vita purtroppo spesso distante ed estraneo ai desideri che abbiamo dentro. Così come anche “Calabi-Yau” la vedo come una sorta di presa di coscienza della nostra piccolezza e irrilevanza dentro a un universo sconfinato e spesso inesorabile.

Altra classica domanda da bar e su cui, ogni volta che mi sono confrontato con un altro fan della band, ho avuto le risposte più disparate: fammi una tua personale classifica dei tre album e motivamela.

Nessuna classifica. Un po’ come quando si nasce e si arriva nel mondo “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” rappresenta e racconta l’osservazione di ciò che ci circonda e il giudizio che ne consegue. È un album molto impegnativo perché da un punto di vista meramente sonoro si sente che i brani sono stati concepiti in un lasso di tempo più ampio. Sembrano quasi parte di album diversi. Il primo disco de I Cani non è certamente un album uniforme. Eppure al suo interno, in una realtà musicale molto più sudaticcia e punk dei due dischi che seguiranno, si trova già moltissimo l’essenza de I Cani che verranno.
“Glamour”, invece, è la scoperta della propria interiorità, delle debolezze, del proprio disagio esistenziale, della nostalgia. Disco molto più uniforme, magistralmente prodotto da Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax, recentemente e prematuramente scomparso, resta per me l’album più bello, proprio perché stilisticamente poliedrico ma omogeneo sotto qualunque aspetto.
“Aurora” è l’album delle grandi domande esistenziali, delle visioni apocalittiche, della presa di coscienza della vastità dell’universo e la piccolezza infinitesimale dell’essere umano, della limitatezza di tutto ciò che lo compete. Un album più maturo, più calcolato, anche a causa di una conoscenza della musica, da parte di Contessa, maggiore rispetto ai due dischi precedenti.
Se devo dire un album preferito credo che “Glamour” meriti molto di essere segnalato come tale.

Prestando attenzione alla maggior parte dei testi di Contessa emerge in modo straordinario la sua capacità di critica e di biasimo della società in cui viviamo senza però apparire superbo e arrogante. Come è riuscito in questa mission impossible?

È l’equilibrio della verità. Se dici la verità e realmente ciò che pensi, non risulti mai superbo o arrogante. Se ti vedono come tale, paradossalmente, spesso è proprio perché non menti. Contessa ha sempre detto ciò che pensa nei suoi testi. Credo che oggi abbiamo molto bisogno di musica non paracula. In giro ci sono un sacco di band affette da un evidente paraculismo. Per fortuna però siamo abbastanza intelligenti (chiunque è abbastanza intelligente) per accorgersene e deviare.

Leggendo il tuo libro c’è stato un pezzo che mi è piaciuto particolarmente, ed è quello presente nel capitolo che si apre con “Hipsteria”, in cui parli del disagio generazionale raccontato da Contessa nei suoi pezzi: dici “Non c’è realtà senza insoddisfazione. Apparentemente si potrebbe pensare di avere tutto … mentre in fondo tutto è come se fosse niente. Manca un’indipendenza, manca una piena coscienza di sé e delle proprie capacità. Mancano degli obiettivi … manca la voglia di crescere. Manca una stabilità e la voglia di trovarla”.
Queste che tu hai (correttamente) individuato come caratteristiche ricorrenti della narrazione Contessiana, non pensi che siano in larga parte anche le tematiche principali degli altri attori della scena indie? E che magari non sia proprio dovuta all’attenzione dedicata ad esse il loro successo, particolarmente azzeccate visto il periodo storico che noi giovani stiamo vivendo?

Domanda molto interessante e puntuale, non di facile risposta. Una cosa è sicura: mancava nella attuale generazione di venti/trentenni qualcuno che potesse rappresentarli. Il cantautorato italiano vive sotto l’ombra di padri molto ingombranti. La presenza di predecessori come De André, Dalla, Battisti, Battiato, De Gregori, Guccini, etc. di sicuro non giova alla formazione di una propria identità o l’essere in grado di camminare con le proprie gambe, senza dover, a tempi alterni, coinvolgere o rievocare antenati illustri. Come scrive Niccolò in un suo brano “Io voglio raccontare e voglio che mi si racconti” ed è questa la vera esigenza di ogni generazione. Letteratura, musica e arte altro non sono che necessità di racconto, di condivisione, di comunicare tramite storie, punti di vista, esperienze, bisogno questo esclusivamente umano. Gli attuali cantautori apprezzati da questa generazione stanno riuscendo a creare un senso di appartenenza e di rappresentanza che in Italia, dalla fine degli anni ‘90 in poi, si era un po’ smarrito.

Per diverse testate ti occupi di recensire e di valutare le nuove proposte della scena indie italiana. In questo momento chi sono secondo te le migliori new entry e chi invece ti ha deluso ultimamente?

Tenete d’occhio B. che è con l’etichetta V4V Records, una delle mie case discografiche indipendenti preferite. Oppure Lucia Manca, anche lei bravissima. E ancora CRLN. Si parla sempre di uomini. Oggi qui ho deciso che vi segnalo solo donne.

Con la recente esplosione dell’indie mi è capitato di notare come, ultimamente, ci vengano spacciati per buoni anche lavori tuttalpiù mediocri, solo perché prodotti da etichette indipendenti?

I lavori mediocri ci sono sempre, in qualunque contesto, e sempre ci saranno. La mediocrità fa parte della natura umana, insieme all’intelligenza e alla bellezza. Personalmente ho ben chiare nella mente alcune etichette che difficilmente mi deludono. Il lavoro di Bomba Dischi ad esempio, per quanto mi riguarda, è ineccepibile. Se qualcosa esce con loro difficilmente non mi piace. E ne potrei citare una marea. Nel loro caso ultime leve come Mésa o Germanò le ho apprezzate molto.

A chi si vuole avvicinare per la prima volta alla scena chi e cosa consiglieresti di ascoltare?

Dipende di che scena stiamo parlando. Poi il termine “scena” di per sé è fuorviante. Così come anche la divisione in generi, in un certo senso, lo è. Se vuoi posso dirti le cose che mi piacciono. Le novità in questo momento sono poche. Quanto meno quelle di valore. L’ultimo disco di Any Other aka Adele Nigro mi è piaciuto molto, anche se non è un album che consiglierei a qualcuno che volesse ascoltare per la prima volta musica italiana, nel senso di concepita da un italiano, perché tra l’altro Adele canta in inglese. Dipende sempre dai gusti di chi ascolta. È appena uscito un nuovo singolo di Gigante, artista che apprezzo. E parlando di aspettative, ad esempio, sono molto curioso di sentire come suonerà il nuovo album dei Management, ex Management del Dolore Post-Operatorio, ora scritturati dalla Universal.

Un saluto ed una rassicurazione finale a tutti i fan de I Cani è possibile o chiediamo troppo?

Non posso rassicurare niente e nessuno. In fondo “Aurora” è uscito meno di tre anni fa. Il fatto inquietante, penso io, è che non siamo più capaci di aspettare. Credo davvero che questo sia uno dei mali della nostra contemporaneità. Quando uscì “Die” di Iosonouncane nel 2015 dovettero passare cinque anni dal disco precedente “La macarena su Roma” che era uscito nel 2010. Se per avere un album capolavoro come “Die” appunto occorre aspettare cinque anni e lo scotto da pagare è l’attesa ma ben vengano allora le attese. Questo vale ovviamente anche per un eventuale fantomatico o verosimile quarto disco de I Cani.

di Federico De Giorgi, all rights reserved

Niccolò Contessa: raccontarsi, raccontare ed essere raccontati. Intervista a Natan Salvemini ultima modifica: 2018-10-09T11:13:02+00:00 da Federico De Giorgi

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