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La finestra sempre aperta, la tenda bianca di lino che svolazza piano, mossa dalla lieve brezza del vento freddo. La stessa scrivania in legno, quella in cui da bambina nascondevi le caramelle e da grande le lettere che non hai mai spedito, o i sogni vuoti che non hai realizzato mai. Le polaroid con le facce stanche della gente sui pullman, i rullini kodak che non hai sviluppato. Le stilografiche che rubavi a tuo padre e che puntualmente ti sporcavano di inchiostro. Ci sono ancora gli stessi fogli bianchi, nel solito disordine. Le moleskine piene di margherite e biglietti di concerti. Uno di quella volta al cinema, quando Andrea aveva preso il secchio grande dei popcorn per lanciarlo alle coppie di ragazzini, che approfittavano del momento buio per scambiarsi tenerezze. Hai ancora qualche libro in più, tra un Tondelli e un Nabokov. E la spiaggia bianca fuori dalla finestra è sempre uguale ai ricordi da bambina, ma anche diversa. Adesso la guardi con gli occhi da ragazzina cresciuta, velati di malinconia e tristezza. E gli affidi il magone di quando devi partire e sarà soltanto un altro arrivederci, alla prossima estate. Al prossimo amore, alla prossima vita.

La prima volta che hai viaggiato in treno eri bambina, guardavi fuori dal finestrino quei km di sconfinata bellezza naturale con occhi innamorati e inconsapevoli. Entusiasti della velocità con cui il mare spariva e arrivava la montagna. E ti vengono in mente i racconti di papà che ti raccontava prima di andare a dormire, di navi che approdavano sulle coste per salvare la principessa rapita dai saraceni o le storie di re Italo, o di Morgete signore del castello che ogni martedì notte soffre per il suo amore rubato. Storie di quell’amara e bellissima terra che hai amato dalle piccole cose e che ti porti sempre dentro, come un marchio di fabbrica, orgogliosamente made in. Alcune cose non le puoi dimenticare nemmeno a km di distanza, sai che per quanto tu possa essere lontana, sentirai sempre il profumo di zagare quando la nostalgia si farà forte. Nessun albero d’ulivo sarà rigoglioso come quello di casa, così fiero si staglia verso l’alto. Quello dove da bambina cercavi di vedere i raggi del sole tra le fronde, senza bruciarti gli occhi.  E ci riprovi ancora adesso che sei grande, quando ritorni, come quando accarezzi le viti nella campagna di tuo nonno e ti chiedi come sia possibile che abbiano ancora lo stesso profumo di mosto, di quando il vino lo faceva lui, con devozione e pazienza.

Quando hai deciso di andare via, avevi messo in conto tutto. I magoni, le mancanze, le tristezze. Quello a cui hai fatto più fatica ad abituarti è che nessun posto avrà mia lo stesso calore e colore di casa. Ma la vita è un viaggio infinito, un’eterna conquista del domani e quel treno l’hai dovuto prendere, per scappare da un futuro senza sole, senza sogni. Tutte bugie che ti sei detta, in realtà volevi fare la donna di città, come tutte le altre. Con la stessa monotonia e lo stesso tailleur grigio. Tu che hai sempre odiato e scansato le copie fotocopiate delle tue coetanee a scuola, che hai sempre sofferto il disagio di essere nata nell’epoca sbagliata, che mai avresti pensato di lasciare la tua terra, quella casa in campagna con l’altalena e quella casetta di cartone, che aveva fatto tuo padre, quando da bambina volevi la casa sull’albero, ma non aveva l’albero né la possibilità di comprarne una come quella delle tue cugine, ma per vederti felice avrebbe fatto di tutto. Come togliere tempo al lavoro, per farsi intervistare da te o solamente per registrarti un’altra cassetta con le canzoni della PFM e del banco. Quelle stesse canzoni che ogni mattina ti accompagnano a lavoro, molte abitudini non le hai perse, solo accantonate, come i dischi vinile che compri ai mercatini vintage. Ti dicono che adesso sei troppo grande per poter avere malinconia, per sognare, per poter mettere la maglia a righe e il pantalone a quadri. Sei una donna in carriera, devi essere seria e non hai nemmeno tempo per l’amore, non puoi provare sentimenti che possano interferire con il tuo futuro. Devi essere tu il centro della tua vita e ti sei ritrovata ad essere quello che non avresti voluto essere mai: una macchina anaffettiva che fa cose perché deve farle, non perché vuole, per passione. Per senso di dovere, per avere lo stipendio garantito. Tu che hai vissuto nel sogno utopico di coltivare i tuoi ideali e tirare a campare di quello che potevano offrirti, di qualunque cosa potesse trattarsi.  Una vita passata a scattare, a fermare nelle immagini, i volti spenti degli impiegati in banca. Hai rullini pieni di sorrisi stanchi e forzati delle commesse al supermercato sotto casa o di quell’uomo che stanco dormiva sull’autobus, quello che prendevi per andare a scuola. Adesso che sei grande ti hanno ripetuto così tante volte che sarebbe sconveniente fotografare gli estranei, poco professionale, che non lo fai più. Hai lasciato che la vita mettesse da parte te stessa, perché altrimenti “non si tira a campare”, ti ripeti come un mantra, quasi a giustificare la monotonia in cui sei rimasta incastrata. Quella stessa che ti ha sempre fatto paura, che da ragazzina rifiutavi, mentre le tue coetanee indossavo pantaloni firmati e attillati e tu, quelli a zampa anni ’70 di mamma. E ti rifugiavi nei film in bianco e nero, nelle canzoni di De Andrè, nei romanzi ingialliti che nascondevi sotto il letto.  E aveva ragione lui, quando diceva che sei cambiata, non sei più la stessa. Non hai più la spensieratezza di cui si era innamorato, quel modo di fare che lo aveva allontanato da tutte le altre, perché tu non lo eri. Adesso sei solo la carta di un mazzo dallo stesso seme.

Ed ogni estate devi ritornare com’eri, davanti a quella finestra, su quella spiaggia che ti ha visto crescere e camminare di notte in notte, quando è fredda per l’umidità. La casa di nonno con il suo stesso profumo, come se non fosse mai andato via. Gli occhi di tuo padre, le rughe e le mani che ti stringono sempre nello stesso modo, innamorate pazze. Le carezze di tua madre, lievi, come la brezza che sposta le tende e il sorriso contagioso di tua sorella, molto più coraggiosa di te.

In quella tua bellissima terra: ciao amore mio, sono tornata da te.

di Maria Pia Albanese, all rights reserved

“Nessun albero d’ulivo sarà rigoglioso come quello di casa” ultima modifica: 2018-01-31T18:08:45+00:00 da Redazione

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