NEL LABIRINTO DI AMÉLIE. UN’INSOLITA INTERVISTA CON UNA DELLE PIÙ CONTROVERSE E DISCUSSE AUTRICI EUROPEE

di Lilith

NEL LABIRINTO DI AMÉLIE. UN’INSOLITA INTERVISTA CON UNA DELLE PIÙ CONTROVERSE E DISCUSSE AUTRICI EUROPEE

di Lilith

NEL LABIRINTO DI AMÉLIE. UN’INSOLITA INTERVISTA CON UNA DELLE PIÙ CONTROVERSE E DISCUSSE AUTRICI EUROPEE

di Lilith
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The Freak

Esclusivo.

Nella Cornice della Casetta Rossa di Garbatella, un’insolita intervista con una delle più controverse e discusse autrici europee.

I dialoghi mozzafiato, la lettura è come una striscia di benzina infiammata: non si ferma fino alla fine, che annienta.

A cura di Lilith Fiorillo

Amélie Nothomb: Il suo successo risale a circa diciannove anni fa quando, da sconosciuta autrice belga, esordisce con  Igiene dell’assassino, che conquista subito folle di lettori.

Da quel momento il fenomeno Amélie Nothomb non cessa di stupire e attirare fan al pari di una rockstar. Veste regolarmente di nero, indossa imponenti cappelli, scrive a mano, su quaderni che porta sempre con sé. Dettagli di una personalità  eccezionale che si esprime attraverso i suoi romanzi. Nata nel 1967 a Kobe, in Giappone, dove il padre è diplomatico, trascorre l’infanzia e la giovinezza in vari paesi dell’Asia e dell’America, seguendo i genitori nei loro continui cambiamenti di sede.

Approdata per la prima volta in Europa, nel Belgio delle sue origini, si iscrive al corso di Laurea in Filologia Romanza alla Université Libre di Bruxelles. In molte interviste la scrittrice indica questo periodo della sua vita come il più doloroso e difficile , un tempo in cui ha dovuto scontrarsi con l’indifferenza delle persone, con un modo di vivere e di pensare a cui non era abituata.

Laureatasi nel 1988 decide di tornare in Giappone (perché le aveva donato “l’amour de la beauté”, come afferma lei stessa in quasi tutte le interviste). Lì si fidanza con un “délicieux jeune homme japonais”, batte il record mondiale di discesa del Monte Fuji e infine entra per uno stage come interprete in una grande impresa giapponese, dove svolgerà  pressoché tutte le funzioni professionali eccetto quella di traduttrice, fino a quella di custode delle toilettes. Questa terribile esperienza di mobbing è divenuta anni dopo oggetto del suo romanzo Stupori e tremori, vincitore del Grand prix du roman de l’Académie Française nel 1999.

Scrive da quando aveva diciassette anni e con assoluta regolarità, per almeno quattro ore al giorno, esclusivamente al mattino presto, dalle 4 alle 8, dopo aver bevuto mezzo litro di tè fortissimo. “Non ci sono vacanze – dichiara –  le fasi di scrittura le chiamo le mie gravidanze”. A questo ritmo produce alcuni romanzi l’anno fra i quali sceglie l’unico da pubblicare, o meglio, tra i quali quello destinato alla pubblicazione si sceglie da sé. Scrittrice di classe, eccentrica quanto colta, ha un’intelligenza e uno spirito acutissimi, oltre che una venerazione estetica per le parole che raggiungono la carta solo quando hanno già  trovato la perfezione nei suoi pensieri.

Le parole sono perfette mentre scorre la narrazione e si viene presi dalla scrittura. Ma prima di arrivarci stridono quasi nelle orecchie, sia per come sono accostate, sia per quello che significano, almeno letteralmente. Sono affilate ma esatte, violente, lucide, affascinanti, pericolosamente attraenti.

Dei suoi primi anni di vita ha parlato soprattutto in Metafisica dei tubi, in cui racconta di una primissima infanzia vissuta in maniera totalmente apatica, da vero e proprio vegetale, da mero tubo digerente che filtra il mondo senza battere ciglio, seguita da un periodo di irrequietezza estrema e poi, finalmente, dalla sua vera e propria nascita. L’apertura al mondo e agli altri è catalizzata da un pezzetto di cioccolato bianco, a due anni e mezzo di età. La piccola Amélie scopre così una realtà  incantata, l’evoluzione del clima, i panorami, l’amore devoto che ha per lei la sua governante giapponese, l’ordine mai stabile del suo giardino zen.

Seguono esperienze familiari, introspezione. Il risultato? Si è esseri umani in quanto si rifiuta, altrimenti si è come un tubo.

In  Biografia della fame, che lei stessa definisce un’ “autogeografia” si legge “La fame sono io”. In questa affermazione è racchiusa la linea rossa che traccia la sua vita, lo stile travolgente e originale, una capacità  mirabile di creare immagini e sensazioni inusuali, la freddezza sconvolgente di fronte a scene raccapriccianti e a crudeltà  (come lo stupro subito a soli 12 anni). Accanto a questi elementi prende corpo la descrizione emotiva dei luoghi in cui ha vissuto: il Giappone, sua terra di elezione in cui tornerà  da adulta, la Cina del 1972, l’edonistica New York, lo straziante Bangladesh, la bellissima Birmania, l’evanescente Laos, il Belgio.

È il suo libro più sincero, quello in cui racconta in maniera più diretta l’anoressia, l’alcolismo infantile, la potomania( il desiderio di acqua compulsivo e incontrollabile), la sindrome da spaesamento, l’infanzia gioiosa, l’adolescenza devastante e l’approdo confortante della letteratura.

Perché Amélie ha più volte affermato che la scrittura l’ha salvata.

INTERVISTA A CURA DI LILITH FIORILLO:

Domanda: Qual è il senso di questa affermazione?

Risposta: Prima di cominciare a scrivere indirizzavo tutte le energie negative verso di me, poi ho iniziato a combattere nuovamente il nemico interiore che mi stava distruggendo e che è in ognuno di noi. Non l’ho sconfitto, ma non mi sono lasciata sopraffare. Attraverso la scrittura mi sono ridata un corpo ed ho ricominciato a combattere. Inoltre, al di là del mio caso specifico, penso che scrivere possa essere un mezzo di salvezza in molte situazioni tragiche, come ad esempio il carcere.

D. Lei ha più volte affermato di “scrivere con il corpo”, cosa significa?

R: Sono semplicemente incapace di scrivere solo con la mente. In ogni libro l’espressione può essere brillante, di successo e portare uno scrittore a vendere milioni di copie. Ma una scrittura priva di corpo, di cuore è immediatamente percepibile. Manca di un certo tipo di energia. Scrivere col corpo è un criterio di energia.

D: Per questo dichiara di “rimanere incinta” dei suoi libri?

R: Assolutamente, ci metto tutta me stessa. Ed è proprio perché li porto costantemente dentro di me che ne sento la responsabilità.

Non è minuta come può apparire in fotografia, è normalmente pallida, come lo sono tante donne europee, non si atteggia a scrittrice maledetta, sorride spesso e ha l’aria consapevole e matura di una donna della sua età, non più giovanissima. È un’autrice che ha scritto più di 60 romanzi ma ne ha pubblicati molti meno, dunque è anche dotata di una certa dose di autocritica che le fa scegliere con attenzione tra i suoi testi quelli più adatti alla pubblicazione, forse quelli più riusciti e completi. Difficile tracciare un compendio descrittivo dell’opera di una scrittrice così acuta, controversa e mai banale. L’aspetto biografico è uno dei tanti, ma l’altro piano sul quale si snodano le vicende narrate è sicuramente quello della realtà, una realtà  nitidamente penetrata dal raziocinio, profondamente deformata dalla sfera del sé e della coscienza. Si tratta di contesti fortemente caratterizzati, esattamente come i suoi protagonisti, che arrivano in faccia senza preavviso, nel fluire della narrazione.  C’è sempre qualcosa di sorprendente, inaspettato, perfino disturbante. Ogni tratto è declinato all’eccesso: bellezza, debolezza, violenza, morte, vita e amore. Ognuno è diverso dall’altro, non ci si annoia mai. Il colpo di scena è quasi immancabile. Il dialogo è una delle colonne portanti della scrittura di Nothomb, un dialogo che nasce come conversazione, per poi risolversi in ricerca del sé. Ma anche il paradosso, costruito, studiato e calibrato per provocare  e condurre alla riflessione, alla commozione, persino alla risata. È quello che avviene  in Cosmetica del nemico, un amalgama sapiente e sintetico tra noir, giallo e thriller psicologico. Un uomo d’affari, già  irritato per la snervante attesa in aeroporto a cui non poteva capitare di peggio: uno sconosciuto impiccione e attaccabrighe. I primi approcci, l’insistenza di uno, la diffidenza dell’altro. Un incontro premeditato mascherato dalle lusinghe della casualità, e subito scatta la trappola. Angust viene trascinato dalla persuasiva e feroce ironia di Textor Texel in un gioco al massacro. La vittima si scoprirà  assassina, l’innocenza assumerà  le sembianze del tiranno, le parole il significato del sangue.

D: Come fa a trattare di temi forti, quasi tabù come la morte, l’assassinio, la violenza che va di pari passo con l’amore, rendendo questi racconti quasi ammissibili?

R: L’unico modo che ho è quello di non assumere un punto di vista di partecipazione commossa. Prendo le distanze e descrivo quello che succede. Questo crea un effetto ironico e fa si che leggere un mio libro, anche se parla di cose atroci, non crei disperazione, ma piuttosto comicità.

I nomi sono sempre ricercati, al limite del bizzarro, come in Dizionario dei Nomi Propri.  Se i nomi influenzano il destino delle persone, allora la piccola Plectrude non potrà  che avere un’esistenza straordinaria. Nata in prigione da un’uxoricida e, dopo il suicidio della madre, allevata da una zia che la preferisce spudoratamente alle sue stesse figlie, sembra destinata a un futuro prodigioso. Misteriosa ed enigmatica come una dea, bella come una principessa delle fiabe, sicura di sé, la sua vita inizia a passo di danza. Armata di una volontà  di ferro, diventa una promettente ballerina fin quando un rovinoso incidente non le impedisce per sempre di danzare. Ma la vita ha in serbo altre sorprese per Plectrude.

D: Perché i suoi personaggi hanno sempre nomi così ricercati e inusuali?

R:Durante l’adolescenza ho letto dizionari, enciclopedie del XIX sec., nelle quali tutti questi nomi propri esistevano veramente. Mi sono fatta una sorta di bagaglio e poi ho pensato di portarli nei miei libri.

D: In Diario di Rondine cita il gruppo musicale dei Radiohead, paragonandolo all’opera lirica italiana, per le emozioni trasmesse. Qual è il suo rapporto con la musica?

R: È un rapporto totale.

D: Ancora una domanda sul suo “ultimo nato”, Tuer le père, che uscirà  in Italia a Febbraio. Perché questo titolo, Uccidere il padre?

R: Voglio rassicurare tutti i presenti: mio padre gode di ottima salute (ride).

Le foto della serata alla Casetta Rossa di Garbatella sono di Matteo Nardone

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