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Ebbene sì, anche io sono un italiano residente all’estero. Sin da quando ero ai primi anni di liceo, la mia mente era già proiettata verso degli studi superiori lontani dalla cara città natia, Napoli.

Sono stato accettato all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne alla triennale di matematica e informatica applicate all’economia dopo una maturità classica (sì, si può fare matematica dopo il liceo classico!). Chiariamo subito che quest’opportunità mi è stata data grazie al supporto economico e soprattutto affettivo dei miei: colgo quindi l’occasione di ringraziarli (ancora).

L’eccitazione iniziale era tanta: avere un appartamento lontano dai genitori, vivere autonomamente, gestire le proprie spese senza voler e poter domandare aiuto costantemente, imparare nuove ricette di cucina. Tuttavia, passata la prima fase d’euforia, la nostalgia si è fatta spazio gradualmente nei miei pensieri. I corsi sono strutturati in maniera differente rispetto ai corsi universitari italiani: hai meno autonomia, le presenze sono obbligatorie (si rischia la non ammissione all’esame se non si è presenti), tutto ciò ricorda un po’ il sistema liceale italiano.

Quando ti trasferisci da una città come Napoli, piena di contraddizioni, di contrasti, di disordine ma soprattutto piena di vita, non la abbandoni mai veramente, specialmente se la tua nuova città si chiama Parigi. Qui tutto funziona (più o meno eh!) come dovrebbe: gli autobus passano ogni 3-4 minuti negli orari di punta (il fatto che degli autobus passino a scadenza regolare sarebbe stato già sufficiente per me), la precedenza a destra viene rispettata, ci si ferma per lasciar passare i pedoni sulle strisce, le strade sono in gran parte ordinate e pulite. E’ importante notare che qui la coscienza cittadina collettiva è rispettata. Le opportunità di lavoro sono reali: la mia università (pubblica) mi mette in contatto con aziende, organizza eventi, saloni di “inserzione professionale”; nella mentalità parigina i tirocini di fine anno sono quasi obbligatori, col rischio di passare per “fannullone”.

Dopo una triennale in matematica, sono oggi in primo anno di magistrale in Economia dello sviluppo internazionale, denominata tra noi ragazzi “Éco du dév”. Il mio obiettivo professionale consiste nel lavorare nell’ambito delle responsabilità sociali e ambientali delle aziende.

Durante gli ultimi due anni ho cercato di rendermi più “indipendente” dai miei genitori. Ho cominciato a lavorare come maschera in una sala concerti parigina molto famosa. La facilità di trovare lavoro per studenti è disarmante. La paga è chiara e netta: Parigi mi ha insegnato che gli studenti non sono lavoratori di serie B. Ho partecipato ad eventi di fama mondiale essendo semplicemente uno studente inesperto, ma essendo consapevole che i miei capi credevano in me e nella mia evoluzione lavorativa. La quantità di eventi culturali che si svolgono a Parigi è impressionante; perché non succede la stessa cosa al Sud Italia? Perché c’è come quell’immobilità di pensiero che impedisce di organizzarsi e lavorare?

E’ inutile dire che la mancanza di Napoli si fa sentire spesso: il sole a Parigi è un’entità mistica di esistenza non ancora verificata, la gente, seppur più gentile ed educata, è più fredda ai primi contatti. Napoli ha, simmetricamente, quello che Parigi non ha: il sole, il calore delle persone, il mare, la spensieratezza. Parigi ti dice cosa fare, con chi, dove e quando. Napoli ti abbraccia senza dirti nulla. La mia napoletaneità qui è osservata con empatia: sono spiritoso, socievole e “italien”, sono semplicemente un francese di buon umore, per riprendere una citazione qui famosa.

D’altronde, i parigini mi hanno insegnato ad avere una capacità critica molto più decisa e “perfezionista”. Quando torno a Napoli riconosco molto più lucidamente rispetto a prima ciò che non va: le strade malmesse, la ripetizione monotona delle stesse vicende e delle stesse dinamiche, la mentalità chiusa, mammona e impossibilitata al successo ; la cattiva gestione della cosa pubblica intesa come patrimonio che non ci appartiene.

Vivere a Parigi e soprattutto lontano dai miei sin dall’età di 18 anni mi ha fatto crescere più velocemente. Varie volte ho rimpianto vigorosamente questa scelta : il ragù non è mai quello di mammà, i soldi escono facilmente ed entrano meno facilmente, la casa non si pulisce più da sola (devo ancora capire questo mistero). Ma se dovessi parlare adesso con un liceale dell’ultimo anno, gli direi: fai questa esperienza se puoi. Il mio non è un freddo abbandono dell’Italia, specialmente quella del Sud. Studiare all’estero così giovani ti forma, ti forgia e ti permette, volendo, di tornare con le idee più chiare di prima.

Sta di fatto che Napoli è stata, è e sarà la mia città: la città della pizza, del mandolino e del Vesuvio. Non avete idea di quanto possano acquisire valore queste tre cose una volta che si è lontani: mangiare qui una pizza buona come a Napoli è cosa impossibile.

Guardo con un sorriso al ragazzo ingenuo che ero quattro anni fa: speranzoso e spensierato.

Partivo dall’Italia col pensiero fisso e deciso di non tornare più: l’Italia non era un Paese per giovani. Ammiro la mia fermezza di quell’epoca ma, dopo tutti questi anni, non posso più essere così sicuro del mio non-ritorno: sono diventato una persona dinamica, metto più spesso in discussione le mie tesi, grazie anche al freddo parigino. Ho compreso che la vita non prevede di vivere definitivamente in questa o quella città, ma che, per la propria crescita personale, il viaggio può essere più lungo e senza ritorno. Questa mia nuova presa di coscienza manca in Italia, particolarmente al sud. Se dovessi tornare, so già che Parigi mi avrà dato la forza di mettere in discussione, di cambiare quello che non va, di non restare a guardare, di rimboccarmi le maniche. Parigi mi ha insegnato che il cambiamento è possibile, anche per Napoli.

 

 

di Costantino Maurano, all rights reserved

Da Napoli un francese di buon umore ultima modifica: 2018-02-21T08:56:06+00:00 da Redazione

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