#MeToo , riflessioni di un cavallo depresso

di Matteo Tarascio Breveglieri

#MeToo , riflessioni di un cavallo depresso

di Matteo Tarascio Breveglieri
#MeToo, riflessioni di un cavallo depresso

#MeToo , riflessioni di un cavallo depresso

di Matteo Tarascio Breveglieri
6 minuti di lettura

Bojack Horseman è, secondo la (ben poco) modesta opinione di chi scrive, la migliore serie prodotta da Netflix: un cartone che ha come protagonista un cavallo-attore depresso è, una volta che si riesce ad andare oltre all’assurdità della premessa e al fatto che sia una serie animata, il miglior uso che si può fare dell’abbonamento di Netflix che scrocchiamo ad amici e familiari.

Ciò detto, so cosa state pensando. Avete letto il titolo. “Paradossale che sia un uomo a scrivere un articolo su un tema delicato e spinoso come il movimento Me Too”. Che cosa potrà mai esprimere, che non sia già stato detto, probabilmente in modo più eloquente, da donne – e uomini, per quanto in minor numero – effettivamente coinvolte? Allo stesso tempo, come può un uomo mostrare il suo supporto a questa causa senza risultare conformista? Questo è il dilemma centrale della quinta stagione di Bojack Horseman, l’aspetto da cui viene plasmata l’intera narrazione. Riguardandola, infatti, mi sono convinto del fatto che il filo conduttore della trama principale – e di quelle secondarie – della stagione sia proprio il movimento Me Too e, più in generale, di come i diversi personaggi affrontino il sessismo che permea il loro, e nostro, mondo.

Premesso tutto questo, bisogna precisare che la quinta stagione di Bojack è stata scritta nell’estate 2017, prima che il movimento Me Too “scioccasse” Hollywood. Ho messo le virgolette perché la diffusione di molestie sessuali era un open secret per le persone del settore, tanto che gli sceneggiatori di Bojack hanno dovuto cambiare pochissimo della trama alla luce alle rivelazioni riguardanti Harvey Weinstein e molte figure del mondo dello spettacolo, a partire da ottobre 2017. Raphael Bob Waksberg, creatore e sceneggiatore della serie, ne parla in un’illuminante intervista rilasciata lo scorso ottobre, in cui non nasconde il disgusto provato scoprendo che Weinstein apprezzava lo show.

Molti altri programmi usciti negli ultimi due anni hanno usato il movimento MeToo come trampolino per fornire spunti di riflessione su molestie sessuali e, più in generale, sul femminismo. L’approccio tipico, però, è stato quello di dedicare un solo episodio all’argomento per poi continuare come se tutto fosse risolto. Un esempio potrebbe essere Brooklyn 99: in un episodio della sitcom a stampo poliziesco, due detective si ritrovano a dover aiutare una donna molestata da un collega a decidere se denunciarlo e perdere il lavoro o stare in silenzio in cambio di soldi. La vicenda si risolve – spoiler – nel migliore dei modi, con lei che fa causa al suo datore di lavoro per aver cercato di insabbiare il caso, e la sua successiva vittoria in Tribunale. Il “problema” è che, per quanto l’episodio sia efficace ed attuale nella scelta del tema, se venisse eliminato, il filo narrativo della stagione non ne risentirebbe granché.

L’approccio di Bojack è ben diverso da quello di Brooklyn 99. Per quanto possa sembrare che solo un episodio – “Bojack il femminista” – affronti l’argomento in modo esplicito e Waksberg si sarebbe potuto accontentare di aver fatto il compitino, gran parte della stagione si incentra su varie problematiche inerenti i personaggi femminili.

In “Bojack il femminista” il protagonista della serie si ritrova, per una sfilza di malintesi, a fare la parte dell’idolo femminista per aver “denunciato” un altro attore – la cui somiglianza con Mel Gibson non è affatto casuale – e pone l’accento su quanto sia facile per un uomo diventare un paladino del femminismo (il suo “strangolare la moglie non va bene” suscita infatti una lunga standing ovation). Allo stesso tempo, fare di Bojack un paladino della giustizia – per quanto sia ovvia fin da subito la sua ipocrisia – rende il suo atto di violenza nei confronti della sua co-star e fidanzata Gina ancora più d’impatto.

Nell’ultima puntata, infatti, Gina spiega perché preferisce che la vicenda sia insabbiata per evitare di essere vista solamente come una vittima e Bojack si rende conto di una cosa: quello che per lui sarebbe solamente un intoppo temporaneo – il ritorno di Mel Gibson docetsarebbe la fine della carriera di Gina e, come per lei, della maggior parte delle vittime di violenza da parte di personaggi famosi (Sarò solo la ragazza che è stata strangolata da Bojack Horseman […] Non voglio che tu sia la cosa più importante che mi sia mai successa nella vita dice Gina, prima di fingere durante un’intervista che l’incidente fosse solo parte di una scena filmata insieme).

Anche altri episodi della quinta stagione sono dedicati a personaggi femminili, integrando ed arricchendo la trama principale e gli altri numerosi temi già esplorati dallo show. Nella puntata in cui Diane Nguyen – l’anima di Bojack Horseman – decide di andare in Vietnam per ritrovare le proprie origini, solo per rendersi conto di quanto si senta fuori posto ovunque vada, vengono gettate le basi per le decisioni poi prese durante il finale di stagione – tra le quali quella di aiutare Bojack nonostante tutto quello che ha fatto di male a lei e agli altri, portandolo in una clinica di riabilitazione.

In “La storia di Amelia Earhart” una serie di flashback fanno vedere come degli avvenimenti tragici durante la giovinezza di Princess Carolyn l’abbiano resa la donna (o meglio, gatta) che è. E ancora, in “Le ragazze di Mr. Peanutbutter” lo show mostra come spesso nelle relazioni le donne vengano viste per lo più come accessori o come trofei da esibire ad attestazione del proprio status sociale.

La risposta alle vostre domande iniziali la dà Diane a Bojack durante l’ultima puntata:

Nessuno ti riterrà mai responsabile. Assumiti le tue responsabilità”.

Questa è, secondo me, la chiave di lettura da utilizzare e, allo stesso tempo, quello che Waksberg e il team invitano gli uomini a fare: non solo ascoltare e supportare le vittime, ma, prima ancora, calarsi nei loro panni, cercare di capire, e non banalizzare né tollerare questi avvenimenti. O almeno, mi piace pensare che sia giusto fare così.

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