MENTRE IL MURO CADE, IL NAZIONALISMO SI RIALZA

di Salvatore D’Apote

MENTRE IL MURO CADE, IL NAZIONALISMO SI RIALZA

di Salvatore D’Apote

MENTRE IL MURO CADE, IL NAZIONALISMO SI RIALZA

di Salvatore D’Apote
5 minuti di lettura

«Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! [..] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (sono un Berlinese).»

Ventisei anni dopo questo memorabile discorso del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, il muro che divideva Berlino Est e Berlino Ovest cadde, ponendo fine alla separazione della città e avviando il processo di riunificazione della Germania.

Il terremoto storico che la caduta del muro ha portato con sé pareva promettere una marcia irresistibile verso la democrazia liberale e l’apertura dei mercati. A mo’ di assestamento, però, una seconda serie di scosse sismiche ha portato il mondo a fare marcia indietro, a piccoli, piccoli passi. Pare che lo stesso mondo, adesso, stia percorrendo la strada opposta e che stia andando sempre più nella direzione dei nazionalismi e dei populismi.

Agli inizi degli anni ’90 cadde poi – oltre al muro tra Berlino Est e Berlino Ovest – anche l’Unione Sovietica, in maniera del tutto pacifica. Questa dissoluzione, insieme al felice abbraccio da parte degli stati ex comunisti dei sistemi parlamentari, e la crescente prosperità delle altre economie emergenti, hanno dato ragionevole motivo di essere ottimisti sul fatto che il mondo fosse ormai avviato su una nuova rotta. Lo storico Francis Fukuyama tuonò poco dopo, parlando chiaramente di “fine della storia”. Tutto il mondo sembrava effettivamente girare proprio in quella direzione.

L’ONU al contempo si destò dalla paralisi della Guerra Fredda, aprendo gli occhi dopo un apparente sonno profondo. L’espulsione delle forze irachene dal Kuwait, guidata dagli Stati Uniti, ottenne il sostegno di una coalizione globale. L’integrazione europea sembrava poi un prototipo solido ed esportabile. La storia stava viaggiando su binari diversi. La direzione era indiscutibilmente dalla parte della democrazia.

Tutto sembrava andare per il meglio, o almeno fino al primo decennio degli anni duemila. Cina e Russia, a passi cauti, sono diventate sempre più audaci nell’abbracciare l’autoritarismo. La primavera araba si è trasformata in un freddo inverno. Nazioni come la Turchia, l’Ungheria e la Polonia sono scivolate costantemente verso l’illiberalismo.

L’aumento del populismo, del patriottismo sfrenato e del sentimento anti-immigranti nelle ricche democrazie occidentali ha offerto aiuto ai leader che sembrano dare poca importanza alle libertà civili e politiche fondamentali. Spicca tra tutti il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che esprime sentimenti di ammirazione e persino di amicizia personale per alcuni dei più grandi dittatori del mondo.

Ci si potrebbe quindi chiedere: “Perché tutto questo?”. Qualcosa è andato storto e le ragioni di questo cambio di rotta sono molteplici. La traballante situazione economica della Russia ha aperto le porte a un leader che promette di ristabilire l’ordine e l’orgoglio nazionale. La Cina – dal canto suo – non si è mai scrollata di dosso il suo “secolo di umiliazione” e mai avrebbe potuto accettare passivamente un ordine globale guidato dagli Stati Uniti.

Volendo restare nelle nostre vicinanze, possiamo poi aggiungere che l’Unione Europea ha trascurato il ruolo che l’identità nazionale ha svolto nelle rivolte dell’Europa orientale contro il governo di Mosca. Le nazioni che solo di recente hanno rivendicato la loro sovranità non potevano condividere lo stesso entusiasmo dei membri comunitari già esistenti. In Medio Oriente, poi, l’attenzione dell’Occidente alle elezioni ha trascurato la necessità di istituzioni e convenzioni – deficitarie in quella zona – che sono alla base della democrazia liberale.

In un modo o nell’altro, tutte queste contingenze hanno frantumato l’idea di superiorità conferita all’Occidente dalla sua vittoria nella guerra fredda.

Il crollo finanziario globale del 2008, e la successiva recessione, hanno infine inferto un potente colpo economico alle ricche democrazie, portando via con sé anche le illusioni investite nella democrazia liberale e nella globalizzazione. Era lì, sotto gli occhi increduli di tutti. Tutto il mondo lo poteva vedere: l’Occidente aveva sbagliato, e il suo modello si era rivelato tutt’altro che infallibile. Il capitalismo finanziario si è scoperto più instabile del previsto; e una volta destabilizzato è crollato come un castello di carte. Improvvisamente, il capitalismo statale favorito dagli autocrati non sembrava più anacronistico.

L’ascesa dei populisti – Donald Trump negli Stati Uniti, i Brexiters in Gran Bretagna, una miriade di partiti nazionalisti in Unione Europea – ha evidenziato una divisione fondamentale. I vantaggi della globalizzazione sono stati raccolti in Occidente da pochi; il contratto sociale che fino ad allora sosteneva la fede pubblica nella politica e nel mercato è stato spezzato. Le élite si erano arricchite a spese della maggioranza.

La soluzione al problema, però, pare esser peggio del problema stesso. I populisti, per definizione, offrono solo capri espiatori al posto dei rimedi. Non c’è nessuna soluzione concreta sul tavolo. Solo urla e slogan che vanno direttamente alla pancia della gente. Nessuno, poi, dovrebbe nutrire illusioni sulle alternative autoritarie, perché la storia ci insegna chiaramente com’ è che vanno a finire le cose. La lezione è quindi ovvia. I leader occidentali – se vogliono ripercorrere la stessa strada che la caduta del muro aveva aperto – devono prima di tutto ricostruire la credibilità in patria, perduta a causa della troppa fiducia in un processo democratico che, ormai, appare molto, molto incrinato.

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