Màtuška, il potere declinato al femminile

di Fabrizio Grasso

Màtuška, il potere declinato al femminile

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Màtuška, il potere declinato al femminile

Màtuška, il potere declinato al femminile

di Fabrizio Grasso
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Soldi, potere e lussuria. Alla fine tutto è sottoposto alla dura legge dell’amore, anche se sei l’imperatrice di Russia. La recensione degli ultimi due episodi di Caterina la Grande, miniserie firmata Sky Original e coprodotta con HBO

«Perfida, spregiudicata, corrotta, vecchia strega». È con ironia e scherzo che Grigorij Potëmkin si rivolge alla sua amata Caterina in uno dei finali momenti di intimità della coppia più chiacchierata della Russia di fine diciottesimo secolo. «No, corrotta no», è la risposta divertita dell’ultima donna al comando di Russia. Ed è proprio la parabola discendente dell’imperatrice a permeare la seconda metà della miniserie Sky Original e prodotta con la collaborazione di HBO Caterina la Grande, che ha visto la russa – anche se solo di origini – Helen Mirren nei panni della protagonista e in quelli di produttrice esecutiva.

La vita di Caterina si è conclusa in concomitanza con l’inizio della fine per i regni dispotici in Europa: è nelle scene finali della serie che a Caterina giunge infatti la notizia dell’arresto in Francia di Luigi XVI e sua moglie Maria Antonietta a opera dei rivoluzionari. Tuttavia nulla è riuscito a scalfire il potere incontrastato della regina, che ha tenuto stretta nel proprio pugno un’intera nazione. D’altronde, «io sono lo Stato, non ho una vita personale da quando sono salita al trono», ricorda l’imperatrice al suo amato generale nonché primo ministro. Forse proprio lui, Grigorij Potëmkin, è l’unico che è riuscito a entrare nel cuore e nella mente di Caterina II più di ogni altro.

«La vita ti toglie tutto, pezzo dopo pezzo». I 67 anni di Caterina di Russia – e i quasi 34 al potere – sono stati un crogiolo di sensazioni, vicissitudini positive e negative, di sotterfugi, trame ordite alla sola luce delle fioche candele nella sua stanza privata, volte sempre a mantenere ciò che con la forza e l’inganno era riuscita a ottenere. «La vita ti toglie tutto». È la frase che l’imperatrice pronuncia alla sua ancella più fidata dopo la morte del generale Potëmkin, avvenuta durante un viaggio diplomatico in Ucraina a causa di una grave malattia nel 1791. Màtuška, come lui ama definirla sempre nei discorsi più intimi e privati, è la personificazione dell’amore, del rispetto e della stima che il generale e (quasi) tutta la Russia hanno riconosciuto alla loro imperatrice. In russo è il termine che indica “cara e dolce Madre Russia”. Caterina, come traspare nella serie grazie ad una sempre eccezionale Helen Mirren, è tutto, è la centralità dello Stato ma soprattutto colei che è riuscita ad accentrare su di sé adorazioni e calunnie. «La più grande assassina, ladra e traditrice dello Stato, la peggiore nemica del popolo e dei servi della gleba». Chi la odiava non aveva risparmiato gli insulti più dispregiativi. Tacciata di lussuria, incolpata di omicidi, delineata come opportunista, ha saputo però fare della propria vita ciò che voleva: una costante ascesa al potere.

«Sapevo quello che facevo in ogni istante». Convinzione e decisione, fermezza e sicurezza. Tutto crolla però alla morte di  Potëmkin. La notizia della sua dipartita stravolge la regina in modo indissolubile, iniziando il suo lungo declino e cammino verso la morte. Romanzata e sceneggiata, l’ultima ora di Caterina II di Russia nella serie la vede riversa al suolo, in mezzo ai propri sudditi più fidati e ai piedi di quel figlio Paolo che non l’ha mai veramente amata, ma che ha visto in lei solo l’assassina del padre Pietro III. La storia ricorda come l’imperatrice invece sia venuta a mancare per un arresto cardiaco, da sola, nel bagno dei propri appartamenti privati. Anche nella morte però, rimane perfettamente distinta rispetto al resto della scena: con un eccellente gioco di colori, l’abito dell’imperatrice la rende un unicum separato rispetto al resto dell’ambiente, perché lei si è saputa distinguere anche nella morte. Perfetta la ricostruzione storica, dal palazzo ai costumi, magistrale la fotografia, così limpida e brillante nelle scene di corte e altrettanto cupa e tetra nelle poche scene di battaglia. Già, la battaglia è un corredo parco della miniserie Caterina la Grande, relegata solo alle scorribande prima in Crimea e poi in Turchia del generale Potëmkin. Al centro c’è sempre l’amore, come confermato dall’ultima sequenza, che mette in scena il presunto – almeno da una buona parte degli storici – matrimonio tra l’imperatrice e il suo “favorito” prediletto, il generale e ministro della guerra. Ambientato in una piccola chiesetta di campagna, con solo i due sposi e il sacerdote a popolare la liturgia, realizza quel sogno sempre sopito dei due amanti clandestini. Un’esternazione del loro amore, sempre costretto all’interno delle stanze o di luoghi bui per sfuggire a occhi e lingue indiscrete. «Varrà lo stesso il nostro matrimonio, se lo sapremo solo noi?», chiede la donna. Emblematica la risposta del generale, che riassume tutto il senso dell’intera serie. «L’amore resta sempre una cosa privata, la cosa più dolce».

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