Matteo Messina Denaro: il cerchio si stringe?

di Mauro Mongiello

Matteo Messina Denaro: il cerchio si stringe?

di Mauro Mongiello

Matteo Messina Denaro: il cerchio si stringe?

di Mauro Mongiello
4 minuti di lettura

E’ l’ultimo padrino della generazione di boss degli anni Novanta, l’ultimo a non essere ancora stato assicurato alla giustizia: da venticinque anni Matteo Messina Denaro, la primula rossa di Cosa Nostra e boss di Castelvetrano, in provincia di Trapani, sfugge alle indagini degli inquirenti, grazie ad una rete di protezione e agganci probabilmente senza pari nella storia della criminalità organizzata italiana.

Matteo Messina Denaro

La caduta di due tasselli del domino rischia di far crollare l’architrave omertosa costruita intorno al latitante in questi anni: due giorni fa, nell’ambito dell’indagine condotta dai sostituti procuratori Padova e Dessì, sono finiti in manette l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, il tenente colonnello della DIA (la Direzione Investigativa Antimafia) di Caltanissetta Marco Zappalà e l’appuntato carabiniere Giuseppe Barcellona. A costoro sono stati contestati i reati di rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistema informatico: i tre, in buona sostanza, avrebbero passato informazioni sensibili circa le attività d’indagine allo stesso Messina Denaro.

La principale preoccupazione dei magistrati, a questo punto, è comprendere da quanto tempo questa supposta “struttura parallela” opera, consentendo al latitante di giocare d’anticipo rispetto alle mosse di chi cerca di catturarlo.

In particolare, è la posizione di Vaccarino ad essere quanto mai singolare: l’ex primo cittadino del paese in provincia di Trapani, tra le altre, è stato informatore del SISDE sin dal 2004, quando il generale Mario Mori (poi imputato nel processo relativo alla trattativa Stato-mafia) lo incaricò di tessere una rete di relazioni e contatti con Messina Denaro, allo scopo di agevolarne la cattura. Da allora, i movimenti e le operazioni dell’ex sindaco sono state sempre considerate particolarmente borderline e, nel caso di specie, l’ipotesi dell’accusa si fonderebbe sul suo ruolo di tramite tra il boss e i due carabinieri, alla ricerca di un contatto con Messina Denaro.

A far da ambientazione scenica a questa storia, ancora una volta, gli intrecci fortissimi tra il latitante e l’alta borghesia imprenditoriale della zona castelvetranese: secondo il pentito Maurizio Avola, la famiglia del boss sarebbe iscritta alla massoneria locale e, in questo modo, godrebbe di relazioni ad altissimi livelli, tutte tese a favorire la perdurante latitanza della primula rossa. Si tratta, com’è ovvio, di dichiarazioni da acclarare sul terreno probatorio e, se così fosse, sintomatiche di un certo clima di omertà che avvolge gli spostamenti e le operazioni di Messina Denaro da più di vent’anni a questa parte.

Di fronte a questo nuovo scenario, non si può fare altro che attendere il prosciugamento del “lago” di fiancheggiatori intorno al pesce grosso: l’attività della DDA di Palermo, in tal senso, procede senza sosta, seppur con le dovute cautele.

Un dato può essere considerato acquisito: finché “in certi ambienti” si riterrà conveniente continuare a proteggere la latitanza di Matteo Messina Denaro, difficilmente si potrà addivenire alla cattura in tempi brevi. Occorrerà, insomma, disarticolare in maniera efficace il sodalizio che ancora vive e si nutre alla fonte del boss.

I venticinque anni di latitanza di Matteo Messina Denaro raccontano tanto dello stato dell’arte dell’antimafia italiana: la narrazione positiva, comprovata anche dai fatti, si è finora scontrata contro un muro di reticenze, depistaggi e connivenze probabilmente ancora non alla portata delle seppur lodevoli azioni di contrasto civile sul territorio. L’appoggio al boss, oltre che da un livello di tutela più avanzato, deriva anche da una popolazione in parte impaurita, in parte ancora attaccata al padrino, perché ciò viene ritenuto ancora più conveniente rispetto alla scelta di stare dalla parte dello Stato, conosciuto in quelle lande solo come depredatore di risorse ed estraneo alla tutela degli interessi delle masse. Questo fil rouge attraversa tutta la storia del contrasto alla criminalità organizzata in Italia, ma ancora non sembra essere stato pienamente compreso (a voler pensar “bene”) dalle stesse istituzioni, le quali si prodigano in una strategia esclusivamente atta alla repressione e quindi, per forza di cose, non definitiva.

Qui, come in altre situazioni analoghe, l’auspicio è che possa definitivamente prender piede “un’antimafia sociale”, tutta volta al progresso civile e allo sviluppo economico della Sicilia occidentale come di altre zone povere del Paese: a parere di chi scrive, solo quest’opera potrebbe eradicare definitivamente il fenomeno mafioso dai contesti nei quali si stabilisce e prospera.

di Mauro Mongiello,all rights reserved

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati