MATISSE, ARABESQUE. L’ARTISTA TOTALE

di Valerio Tripoli

MATISSE, ARABESQUE. L’ARTISTA TOTALE

di Valerio Tripoli

MATISSE, ARABESQUE. L’ARTISTA TOTALE

di Valerio Tripoli
5 minuti di lettura

“Le preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione. Ben collocati, suggeriscono la forma o l’accento di valori necessari alla composizione del disegno”, dirà il noto francese molti anni dopo i suoi viaggi estenuanti oltre i confini della Francia post-fauvesiana.

Arabesque. E’ così, dunque, che viene battezzata e proposta nella capitale italiana la mostra “MATISSE Arabesque”, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, in coproduzione con MondoMostre, e aperta al pubblico dal 5 marzo al 21 giugno 2015 alle Scuderie del Quirinale. Dai maggiori musei del mondo, tra cui Puškin, Hermitage, Pompidou, MoMa, Tate, MET per citarne alcuni, arrivano a Roma più di cento opere di Matisse tra cui ceramiche, tessuti, costumi e abiti da scena.
Un tema di essenziale importanza nelle culture asiatiche è la natura. Ed è proprio lì che Henri Matisse (1869-1954) cerca l’ispirazione per i suoi tessuti: i colori e i motivi decorativi diventano espressione della natura stessa. Le pitture intense e i disegni stilizzati del grande artista francese richiamano la memoria dell’arabesco: il tutto diventa ‘una scoperta del colore e di un’idea decorativa, trasportate insieme ai commerci e agli scambi del XVII e XVIII secolo’.
“Nella duplice natura di questo titolo è compresa la forza di un’idea che, contemporaneamente, allude a una visione concettuale, all’interpretazione di una superficie pittorica, al richiamo di tradizioni culturali che nell’ornamentazione racchiudono il senso di una simbologia fondata sugli archetipi di natura e cosmo,” si esprime così il curatore della mostra, Ester Coen, precisando che “il motivo della decorazione e dell’orientalismo è per Matisse la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura, di un’estetica fondata sulla sublimazione del colore, della linea.”

Arabesque, l’ancestrale Oriente di Matisse, l’amore per i soggetti esotici, la rievocazione dello spendore e la delicatezza di un mondo antico e semplice sono proposti al pubblico della capitale in una dimensione astratta, ma di straordinaria sensibilità.
Che il Marocco, l’Africa, le Russie e l’estremo Oriente siano còlti, da Matisse, nella loro essenza più intima, profonda, appare chiaro dal fatto che i preziosismi, gli arabeschi, l’andamento delle linee e la ricerca del colore così diversi dalla concezione occidentale, non sono semplice tramatura decorativa, ma vero e proprio schema compositivo, «orchestrazione del quadro». Lasciate alle spalle, infatti, le destrutturazioni e i deformati e deformanti ritmi che l’Europa dell’avanguardia (in pittura, in architettura, più ancora nella musica) stava scoprendo, i viaggi africani ed orientali di Matisse (1906, 1907, 1911) segnano una cesura netta nell’esperienza dell’artista, e denotano l’origine prima di ciò che, nella sua originalità, è diversità: diversità da un mondo, quello occidentale, ancora impaludato in una ripetitiva pittura intimistica di tradizione ottocentesca, grazie alle nuove sensibilità di diverse culture, antiche e moderne, che illuminano in maniera trasversale, e definitiva, la produzione artistica dell’Europa degli anni della grande guerra.

Matisse

Il 2 febbraio 1920 all’Opéra de Paris viene rappresentato l’adattamento per balletto dell’opera Le Rossignol, composta da Igor Stravinsky nel 1914. D’ambientazione cinese, ha tutte le suggestioni di un’incisione del periodo della dinastia Quing: l’imperatore è affascinato dal canto sublime di un usignolo in un bosco, ma due ambasciatori giapponesi recano a corte un uccello meccanico in grado di riprodurre un canto artificiale, che pure attrae l’imperatore, sì da esser preferito al canto naturale dell’usignolo. Ma l’imperatore si ammala, e dalla stanza in cui giace invoca il canto dell’usignolo, che sopraggiunge e intona suoni così sublimi da commuovere addirittura la Morte (che esce letteralmente dalla scena) e far riacquistare salute al sovrano. Questa l’opera. Ma dalle stranianti vocalità del melodramma del 1914 Stravinsky, incaricato di adattare il soggetto al balletto, Le Chant du rossignol, trae quelle onde, linee, tratti puramente sonori, che poi il coreografo Léonide Massine si incarica di disegnare con i corpi e i passi di danza. Ciò non basta: scenografo di tale messinscena parigina è nientemeno che Henri Matisse, i cui costumi, i cui bozzetti, invadono la sala Nona del percorso espositivo delle Scuderie, e si incaricano di congedare il visitatore da un originale percorso, che approfondendo gli influssi orientali nella produzione dell’artista, in un arco di tempo che abbraccia tutto il primo cinquantennio del Novecento, culminano proprio in questa realizzazione, quintessenza di una concezione orientale, se tale è quella che non conosce confini fra le arti, come forse non li conosceva l’Europa sino al Rinascimento.

Matisse

Dalla Bibliothèque Nationale de France provengono i due bozzetti per materiale di scena (lanterne, scrigno meccanico per l’usignolo), nonché per i costumi, parte essenziale dell’allestimento di Matisse: una prima idea del costume dell’Usignolo, il costume della Morte, dialogano direttamente con quelli che sono i costumi veri, reali, provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme. E scorrono, dunque, i tessuti dipinti a mano del Ciambellano, della Cortigiana, il cappello del Mandarino, con applicazioni di raso, cotone, inchiostro, la splendida seta dipinta con perline in vetro e velluto della Ballerina portatrice di lanterna. Tali figure materializzano, in abiti e accessorî, quello che nelle sale precedenti si era già visto in tele, disegni a matita e carboncino, che appaiono a posteriori quasi inconsapevole anticamera, prova inconscia, di questa messinscena del balletto. Esso non può più essere lo stesso, senza i colori e le forme di Matisse.
D’altronde, come potrebbe essere la stessa, senza l’allestimento scenografico, una messinscena che può considerarsi uno degli ultimi figli della Chorègie (a sua volta derivata dal Gesamtkunstwerk, opera-totale), modo di concepire lo spettacolo come il risultato di musica, scenografia, costumi, coreografie, elementi essenziali che dialogano alla pari l’uno con l’altro, legati a librarsi nelle sfere di un’arte meditata, complessa, e che vuole essere immortale?
Accanto, tracce di vita vissuta: fotografie scattate durante le prove dell’allestimento, il ritratto a carboncino di Massine, coreografo, ci ricordano che la macchina teatrale può essere esposta, può essere ammirata, ma è prima di tutto vita, quotidianità, pulsazione.
Di qui, il passo a Turandot, all’odalisca de La dolce vita, è breve. Perché le fila di un Oriente sempre lontano, ma sempre presente, si intrecciano e colorano l’Occidente.

Matisse
Matisse

In fondo alla porta, nella sala Decima, la tela de I Pesci Rossi irradia i suoi colori, fondale della sala, della mostra, del teatro sempre cangiante delle Scuderie del Quirinale.

A cura di Gabriella Marcelja e Valerio Tripoli.

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